«Libertà»

Materiali a margine


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Abbiamo già raccontato alcuni episodi che hanno contribuito a fare di Libertà un caso di costume prima ancora che un caso letterario, dettagli più o meno rilevanti che occupano lo spazio intorno al testo e fanno discutere, sorridere, pensare.
A quasi un mese dall’uscita italiana, alcune migliaia di lettori hanno risolto il «mistero» legato alla copertina: che ruolo avrà nel romanzo di Franzen quell’uccellino azzurro che era già protagonista nel design originale di Charlotte Strick? A meno che non si abbiano competenze pregresse in materia ornitologica, bisogna aspettare pagina 131 per dargli un nome:

– È il nostro simbolo, – disse Lalitha, tirando fuori un opuscolo dalla valigetta.
Il volatile sulla copertina aveva un’aria del tutto insignificante. Azzurrognolo, piccolo, poco intelligente. […]
– La dendroica cerulea è un uccellino molto esigente [...].
– Nidifica in cima agli alberi nelle foreste decidue mature, – disse Walter. – E poi, non appena i piccoli sono in grado di volare, la famiglia si sposta nel sottobosco per mettersi al riparo. Ma le foreste originarie sono state tutte abbattute per ricavarne legname da costruzione e legna da ardere, e quelle di seconda crescita non hanno il tipo giusto di sottobosco, oltre a essere interrotte da strade e fattorie e lottizzazioni e miniere di carbone, e tutto questo rende la dendroica facile preda di gatti, procioni e cornacchie.
–    E cosí, in men che non si dica, addio dendroica cerulea, – disse Lalitha.

Pare che nell’ambiente letterario per la dendroica cerulea siano tempi d’oro. Dopo Franzen, uscirà a breve negli Stati Uniti Cerulean Blues: A Personal Search for a Vanishing Songbird di Katie Fellon, il memoir di un’insegnante che ha seguito l’uccellino nelle sue migrazioni. Per chi fosse interessato a informazioni più tecniche, invece, sul sito dell’American Bird Conservancy sono descritti i reali programmi di protezione e salvaguardia della specie, meno radicali di quelli sponsorizzati da Walter Berglund.
Attorno alla dendroica cerulea, questo «uccelletto carino» che «pesa meno della prima falange di un pollice», Franzen costruisce quella che sarà la svolta nella vita di Walter, e sintetizza una delle verità più inquietanti del romanzo: le felicità dei singoli non sono conciliabili, e il perseguimento del bene non può che comportare l’attraversamento del male.

Chiunque abbia letto un’intervista rilasciata da Franzen dopo l’uscita di Libertà sa che l’ossessione di Walter nasce da un’ossessione dell’autore. Appassionato birdwatcher, Franzen aveva raccontato del suo «problema ornitologico» nell’ultimo capitolo di Zona disagio, disponibile integralmente, in inglese, sul sito dell’Oprah's Book Club, e di cui riportiamo qui un estratto:

Cominciai a uscire qualche minuto prima quando dovevo attraversare il parco per andare da qualche parte.
Fuori città, dalle finestre di anonimi motel, guardavo le tife e il sommacco vicino ai cavalcavia delle interstatali e rimpiangevo di non aver portato il binocolo. Un’occhiata di sfuggita a una fitta boscaglia o a un tratto di costa rocciosa mi riempiva di una sorta d’infatuazione, del sentore che il mondo fosse pieno di possibilità. C’erano nuovi uccelli dappertutto, e a poco a poco scoprii l’orario migliore (al mattino) e i luoghi migliori (vicino a uno specchio d’acqua) per andare a cercarli. Anche allora, a volte mi capitava di attraversare il parco senza vedere nessun volatile più insolito di uno storno, letteralmente nessuno, e di sentirmi trascurato, abbandonato e offeso. (Quegli stupidi uccelli: dove si erano cacciati?) Ma poi, qualche giorno dopo, vedevo un piro piro macchiato vicino al Turtle Pond, o uno smergo dal ciuffo sul Reservoir, o un airone verde nel fango vicino al Bow Bridge, ed ero felice.
Gli uccelli erano i discendenti dei dinosauri. Quei cumuli di carne le cui ossa pietrificate erano esposte al Museo di storia naturale si erano brillantemente rinnovati nel corso dei secoli, e ora vivevano sotto forma di orioli sui platani ai bordi della strada. I dinosauri erano stati un’ottima soluzione al problema della vita sulla Terra, ma i virei solitari, le dendroiche gialle e i passeri gola bianca – canterini, leggeri come piume e con le ossa cave – erano ancora meglio. Gli uccelli rappresentavano la parte migliore dei dinosauri. Avevano lunghe estati e una vita breve. Tutti noi dovremmo avere la fortuna di lasciare eredi simili.

Ma, come nota Paolo Giordano nella sua recensione a Libertà, se mettiamo a confronto Zona disagio e l’ultimo romanzo di Franzen, emergono molte altre corrispondenze. Tanto che, scrive Giordano, «il primo appare a posteriori come un bozzetto del secondo. Là, lo scrittore si paragonava a Charlie Brown e il se stesso che descriveva assomiglia proprio al futuro Walter Berglund, non solo nella personalità ma addirittura nelle origini svedesi da parte di padre. Sempre in Zona disagio si accennava a un fratello maggiore, Tom Franzen, che ripudiò inspiegabilmente la famiglia, proprio come fa Joey trasferendosi a casa della vicina; si parlava di una moglie che nel mezzo di una crisi coniugale consegnò a Jonathan due manoscritti con le analisi delle nostre rispettive situazioni ed è impossibile non pensare all'autobiografia di Patty».

Anche se Franzen tiene a sottolineare che nessuno degli episodi descritti in Libertà è vero, il vissuto personale dell’autore continua a essere – come già era accaduto per Le correzioni – il combustibile essenziale al funzionamento delle sue complesse macchine-romanzo. D’altra parte lo stesso Franzen, interrogato da Oprah Winfrey sulle ragioni che hanno determinato tanti anni di silenzio, sostiene che scrivere romanzi è un modo per raccontare la propria evoluzione. E a prendere coscienza di un cambiamento, dice, non bastano certo uno o due anni.

Fin qui, dunque, nulla di strano. Quello che forse appare più curioso è un flusso che sembra scorrere in una direzione inversa: non il dato reale che si trasforma in materiale narrativo, ma, al contrario, l’immaginazione dello scrittore che dà forma alla realtà.

Partiamo da Richard Katz, il terzo vertice del triangolo che coinvolge i Berglund. La prima descrizione che abbiamo di lui è quella di Eliza – la migliore amica di Patty ai tempi del college:
... è cosí grande che mi sembra di venire ribaltata da una stella di neutroni. Di venire cancellata da una gigantesca gomma da cancellare.

Alcune pagine dopo, Patty Berglund ci dà la sua versione:
Richard somigliava tantissimo (cosa che nel corso degli anni fu notata e fatta oggetto di commenti da molte altre persone, oltre a Patty) al dittatore libico Muammar Gheddafi. Aveva gli stessi capelli neri, le stesse guance abbronzate e butterate, la stessa maschera sorridente e compiaciuta da uomo-forte-che-passa-in-rassegna-le-truppe-e-i-lanciarazzi, e dimostrava circa quindici anni piú dell’amico.

Richard Katz è il migliore amico di Walter ed è insieme la sua nemesi. Lavora in una ditta di demolizioni, colleziona relazioni basate esclusivamente sul sesso, e soprattutto è il leader dei Traumatics, una band che va incontro ad alterne fortune:

Lui e Herrera impiegarono tre anni a ricostituire i Traumatics, con la bionda, bella e problematica Molly Tremain come seconda voce, e a pubblicare il loro primo lp, Greetings from the Bottom of the Mine Shaft, con una casa discografica microscopica. Quando suonarono all’Entry di Minneapolis, Walter andò a vederli, ma alle dieci e mezza era già tornato a casa da Patty e dalla piccola Jessica, portandosi dietro sei copie del disco [...]. Il secondo disco della band, In Case You Hadn’t Noticed, venne notato tanto quanto il primo, ma il terzo, Reactionary Splendor, uscí per una casa discografica meno microscopica e venne citato in parecchie classifiche dei Migliori Dieci di fine anno.

Franzen sembra divertirsi molto nel ricostruire i dietro le quinte dell’ambiente musicale in cui si muove Katz, e gioca a moltiplicare i livelli di realtà tirando continuamente in ballo personaggi assolutamente veri, dai Buzzcocks, di cui i Traumatics aprono un concerto, a Michael Stipe, passando per i Wilco e i Bright Eyes di Conor Oberst, immortalato in un’esibizione che Richard Katz è costretto, suo malgrado, ad apprezzare:

Oberst, con indosso uno smoking blu polvere, salí sul palco senza gli altri, si mise un’acustica a tracolla e mormorò due lunghe canzoni senza l’accompagnamento della band. Non era un pacco, era un autentico ragazzo prodigio, e quindi per Katz ancora piú indigeribile. Il numero da Artista Profondo e Tormentato, l’autoindulgenza con cui spingeva le canzoni oltre i naturali limiti di sopportazione, gli ingegnosi crimini contro le convenzioni del pop: recitava la sincerità, e quando la recita minacciava di svelare la sincerità come falsa, recitava la sua sincera angoscia per la difficoltà di essere sincero. Poi venne fuori il resto del gruppo, comprese le giovani coriste,
tre splendide Grazie in abito da vamp, e nel complesso fu un ottimo concerto: Katz non si abbassò a negarlo. […]
– Come ti è sembrato? – gli chiese Walter, tutto eccitato, mentre tornavano in taxi.
– Mi è sembrato di essere vecchio, – rispose Katz.
– Io li ho trovati fantastici.
– Un po’ troppe canzoni sulle telenovele adolescenziali.
– Parlano molto di fede, – disse Walter. – Il nuovo disco è un incredibile tentativo panteistico di continuare a credere in qualcosa in un mondo pieno di morte. Oberst infila la parola lift in ogni canzone. E infatti il disco si intitola cosí, Lifted. È come la religione senza le stronzate dei dogmi religiosi.

In seguito all’uscita di Libertà, Franzen ha composto e dedicato al suo personaggio «una playlist che Richard Katz potrebbe non odiare». Quattordici pezzi e altrettanti artisti, tra cui troviamo i Kinks, i Gang Of Four, i Go-Betweens, i Velvet Underground e i Mekons. Questi ultimi, ha dichiarato Franzen, sono il gruppo al quale si è ispirato per raccontare i Traumatics. Ma non ci sono perfette sovrapposizioni: si tratta, appunto, di ispirazione, e i Traumatics esistono solo nelle pagine di Libertà. O, meglio, esistevano solo lì.
È questo, infatti, il punto in cui si compie l’inversione accennata sopra: i Traumatics oggi esistono eccome, e il loro quarto album, Insanely Happy, si può ascoltare integralmente su youtube (e per i più entusiasti è anche in vendita su iTunes). I titoli delle tracce sono fedelissimi al romanzo, e lo stesso vale per i testi. Che, recitano i credits, sono appunto di Richard Katz e Jonathan Franzen.

Non sappiamo se lo scrittore sia consenziente, ma è certo che in questo caso almeno due idee un po’ romantiche sulla scrittura sembrano essersi  concretizzate alla lettera: una è quella dei personaggi che sfuggono al controllo dell’autore e «vivono di vita propria», la seconda è quella per cui la letteratura, per essere tale, dovrebbe lasciare un segno, produrre effetti concreti sulla realtà. È piuttosto improbabile che Insanely Happy dei Traumatics sia il disco che cambierà il mondo, e soprattutto crediamo che Libertà possa lasciare segni meno visibili ma ben più profondi. Forse, però, oggi il potere di un libro si misura anche da episodi come questo.

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credits immagini:

dendroica cerulea: Mdf
Bright Eyes: Björn Carlsson

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