Le novità della settimana

5 marzo


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In Stile Libero Big, una storia vera che ha scosso l'America e il mondo.
Nel 1993, tre ragazzi dell'Arkansas - Jason Baldwin, Jessie Misskelley e Damien Echols - vengono ingiustamente accusati dell'omicidio di tre bambini. Il processo, celebrato in un clima di isteria collettiva, si conclude con due ergastoli e una condanna a morte per Echols - ritenuto il capo del gruppo - che, nonostante le prove poco convincenti e una serie di testimonianze dubbie, viene rinchiuso nel braccio della morte di un penitenziario di massima sicurezza dove, per diciotto anni, attenderà di essere giustiziato per un crimine che non ha mai commesso. Una sentenza che non lascia speranza, ma che inizia a far discutere, fino a diventare il fulcro di un movimento di raccolta fondi per la riapertura del processo. E a perorare la causa di Echols arrivano anche nomi illustri della musica e dello spettacolo, come Eddie Vedder, Peter Jackson e Johnny Depp. Nell'agosto del 2011 il tribunale accetta di riaprire il caso e, dopo aver accolto una serie di nuove prove e ribaltato la sentenza del processo precedente, proclama l'innocenza di Echols, permettendogli di tornare in libertà.
«Se qualcuno comincia a leggere questo libro perché vuole vedere la vita da una prospettiva diversa dalla propria, allora sarò soddisfatto. Se qualcuno lo legge perché vuole sapere com'è la vita vista da dove mi trovo io, allora ne sarò felice»: la storia vera di una condanna ingiusta e di una brutale detenzione, ma anche il racconto delicato e commovente di una rinascita. «Miracolosamente, nell'incubo indescrivibile in cui è finito - ha scritto John Grisham -, Echols ha trovato il coraggio e la forza non solo di sopravvivere, ma anche di crescere, scrivere, perdonare e capire. Il buio dietro di meè un racconto straordinario, doloroso e positivo».

Ci spostiamo nelle Letture per un vero e proprio evento editoriale: l'Ulisse di James Joyce nella nuova - attesissima - traduzione di Gianni Celati.
Nei sette anni della sua gestazione questa nuova traduzione dell'Ulisse è diventata essa stessa una specie di leggenda. Interrotta molte volte per le cause più diverse, dai problemi di salute al furto del computer su un treno, Celati l'ha ripresa in mano ogni volta caparbiamente, ricominciata, rifatta, migliorata.
Più volte annunciata e molto attesa (il «domenicale» del «Sole 24 Ore» le ha già dedicato anticipazioni e articoli durante tutta la scorsa estate), ora finalmente il lettore può apprezzare il lavoro da scrittore che Celati ha dedicato al capolavoro joyciano. Non perché quella di Celati sia una traduzione infedele, ma perché rispetto alla pura trasposizione semantica privilegia il flusso sonoro, fondamentale per Joyce nonostante il suo famoso monologo sia «interiore»: l'oralità e addirittura la cantabilità, al di là della trama intellettuale che spesso ha fatto disperare i critici, fanno di questa lingua soprattutto una potente e suggestiva «macchina musicale». E nessuno poteva rendere questi aspetti dell'Ulisse meglio di Celati, scrittore che proprio sulla musica e i flussi sonori ha composto, come una partitura jazz, tutti i suoi libri più importanti.
Per il lettore è l'occasione irripetibile di rileggere (o leggere) il capolavoro di Joyce in modo nuovo, assolutamente non punitivo ma divertente e gioioso. Probabilmente come Joyce avrebbe voluto che fosse letto.

Dopo il successo di Cielo di sabbia e Acqua buia, Stile Libero torna alla fortunatissima serie di Hap e Leonard - già protagonisti di Una stagione selvaggia, Mucho Mojo, Il Mambo degli orsi, Bad Chili, Rumble Tumble e Capitani oltraggiosi - con Una coppia perfetta, una raccolta di tre novelle di Joe Lansdale dedicata proprio ai suoi due «storici» detective, una delle coppie di investigatori più amate del noir contemporaneo. Tre esilaranti racconti lunghi - Le iene, Veil in visita e Una mira perfetta - in cui Hap Collins (bianco, liberal e donnaiolo) e Leonard Pine (nero, conservatore e gay) si destreggiano tra spacciatori di crack, rapinatori senza scrupoli, mafiosi e risse da bar.
Tre racconti divertentissimi e taglienti, raccolti per la prima volta in un unico volume per i lettori italiani.

Nei Passaggi, invece, ritroviamo Joseph E. Stiglitz - premio Nobel per l'Economia 2001 - con Il prezzo della disuguaglianza.
L'America ha sempre pensato a se stessa come alla terra delle opportunità, il paese del sogno, dove tutti hanno la possibilità - indipendentemente dal loro punto di partenza - di farsi strada verso il successo. Ma cosa accade quando il mito deve fare i conti con una realtà ben diversa?
Negli anni del boom, precedenti alla crisi finanziaria del 2008, l'1% dei cittadini assorbiva il 65% del reddito nazionale complessivo. E anche se il Pil cresceva, la maggioranza della popolazione non poteva che constatare un'erosione del proprio potere d'acquisto e tenore di vita. Nel 2010, in piena recessione, l'1% guadagnava il 93% del reddito prodotto dal paese, portando allo scoperto la fondamentale iniquità del sistema economico e il fallimento di quello politico.
Focalizzandosi sulla situazione degli Stati Uniti ed estendendo l'analisi a tutti i paesi industrialmente avanzati del mondo, Stiglitz ricostruisce, in questo libro, i fallimenti più evidenti dei sistemi economici contemporanei, per risalire alle cause della disuguaglianza e mapparne le conseguenze, indicandoci come - e perché sia  fondamentale - cambiare direzione. Da Occupy Wall Street, «tre temi rimbalzavano in giro per il mondo: che i mercati non funzionavano come avrebbero dovuto, perché non erano evidentemente efficienti né stabili; che il sistema politico non aveva corretto i fallimenti del mercato; e che il sistema economico e quello politico erano fondamentalmente iniqui». L'America, in sintesi, aveva creato «una macchina economica meravigliosa, ma che palesemente aveva lavorato soltanto per chi stava molto in alto».
Una delle voci più autorevoli dell'economia mondiale, per un saggio attualissimo e coraggioso sul significato profondo della crisi degli ultimi anni, per comprenderne le cause e cambiare rotta, riducendo finalmente la forbice tra il 99% dei cittadini - che stanno perdendo tutto - e quell'1% che pensa di poter continuare ad accumulare, approfittando dei benefici di una ricchezza che sfugge ad ogni principio di redistribuzione ed equità: «non possiamo mantenere un sistema di mercato aperto e globalizzato, per lo meno non nella forma in che conosciamo, se anno per anno quegli stessi cittadini si impoveriscono. Una delle due, la politica o l'economia, dovrà dare qualcosa».

La Grande Opera dedicata alla storia politica, religiosa, istituzionale, militare, filosofica e artistica di Bisanzio, curata da un gruppo di studiosi ed esperti del Centre d'histoire e civilisation de Bysance del CNRS-Collège de France e, per l'edizione italiana, da Silvia Ronchey e Tommaso Braccini, arriva al terzo e conclusivo volume.
Un monumentale lavoro di indagine e sintesi, nato dalla necessità di offrire al pubblico un'introduzione alla storia del mondo bizantino che tenesse conto delle novità della ricerca dei decenni più recenti. Negli ultimi trent'anni, infatti, molte prospettive e numerosi dati storici sono stati messi in discussione dai progressi registrati in campo archeologico, epigrafico, numismatico e papirologico. Questi nuovi risultati sono stati affiancati dalle testimonianze delle fonti tradizionali in modo da fornire una sintesi concisa, il piú possibile completa, della storia bizantina.
Bisanzio e i suoi vicini (1204-1453) prende le mosse dalla caduta di Costantinopoli, «una cesura fondamentale nella storia bizantina», analizzandone le conseguenze e le ripercussioni territoriali, politiche e culturali. Una lunga agonia politica e militare, il «declassamento di una grande potenza al ruolo di piccolo stato balcanico», ma anche il rifiorire della  vita culturale e artistica e l'affermarsi di una rinnovata «coscienza ellenica». Il volume ci restituisce tutta la complessità del mondo bizantino, analizzandolo nelle sue debolezze e influenze in un nuovo contesto di relazioni con gli altri stati ortodossi e con quelli Latini, fino al confronto con i Turchi e con i «vicini» (Serbi, Bulgari, ma anche con gli Occidentali già insediati nell'Impero).
Il libro è completato da una sintesi cronologica - di Tommaso Braccini -, da un glossario e da tre appendici dedicate alla dinastia dei Paleologhi, agli Imperatori bizantini e ai Patriarchi di Costantinopoli. Il ricco apparato iconografico comprende, invece, cartine, tabelle, figure e tavole fuori testo a colori.

Il concetto di «impronta ecologica» esprime con efficacia e immediatezza «l'idea di un pesante calpestio umano sugli ecosistemi del pianeta per la necessità di estrarne risorse, installarvi le proprie infrastrutture e riversarvi i propri rifiuti». Quali sono i momenti, nei duecentomila anni di occupazione umana della Terra, in cui questa nostra impronta sull'ecosistema si è fatta più pesante? Tradizionalmente, la prima accelerazione del nostro «ingombro» del pianeta viene fatta risalire alla rivoluzione industriale e, successivamente, all'attività del secondo dopoguerra. Ma è davvero tutto riconducibile a questi ultimi trecento  anni?
Con l'Impronta originale (PBE Big), Guido Chelazzi - saggista, docente di Ecologia e presidente del Museo di Storia naturale dell'Università di Firenze - ci invita a ricostruire l'origine delle «dimensioni ecologiche dell'uomo» attraverso la rilettura del nostro passato: discipline diverse sono oggi in grado di scandagliare la storia delle nostre attività nei minimi dettagli, risalendo alla struttura più profonda dei rapporti tra l'uomo e i sistemi ambientali e riportando alla luce i processi attraverso i quali si sono definite la biologia e la cultura che ci definiscono come «una specie unica nel panorama della biodiversità planetaria». E questa esplorazione - che Chelazzi sceglie di condurre sotto forma di «processo» all'Homo sapiens, capace di dare spazio, sul banco dei testimoni, a un ventaglio di tesi e teorie differenti - si fonda sulle più recenti nozioni della scienza ecologica (che integra la biologia degli organismi con la dinamica delle popolazioni e degli ecosistemi) e punta a sfatare il mito di un «lungo idillio pre-industriale» tra uomo e natura.
Il risultato è un saggio capace di saldare il presente al nostro passato più remoto, per una riflessione più consapevole e responsabile sugli scenari futuri. Perché la presa di coscienza delle ragioni della nostra singolarità ecologica è uno dei requisiti più importanti per comprendere la reale portata dei problemi ambientali di oggi e per cercare soluzioni all'emergenza che rischia di travolgere la vita del pianeta - e la nostra - nel corso del III millennio.

Il nuovo volume della Piccola Storia dell'Arte, invece, ci invita ad esplorare un secolo fondamentale, il secolo di un cambiamento che ha collegato il mondo romanico al primo Umanesimo, rinnegando le forme rappresentative e le gerarchie simboliche del Medioevo. Alessio Monciatti - docente di Storia dell'arte medievale presso l'Università del Molise e già ricercatore presso la Normale di Pisa e funzionario della Pinacoteca di Brera - ci accompagna alla scoperta del Duecento, il secolo in cui l'arte si trasforma in un mezzo espressivo «moderno» e, per la prima volta, mette l'uomo al centro della scena, «prima come oggetto della figurazione, quindi come osservatore del mondo e delle opere, e infine come individuo capace di pensare le forme e attraverso di esse indagare se stesso e la realtà che lo circonda».
Dall'apogeo del gotico alla pittura di Giotto, L'arte nel Duecentoricostruisce le cause di questo straordinario cambiamento del paradigma rappresentativo, a partire da un'analisi completa e affascinante delle opere più emblematiche dell'arte europea, al di qua e al di là delle Alpi.

Rimaniamo nella Pbe per Modernitàdi Peter Wagner. Definiamo la nostra epoca moderna, ma cosa significa «moderna» e come può una riflessione sulla «modernità» aiutarci a capire il mondo contemporaneo? Ecco le principali domande alle quali Wagner intende rispondere con questo suo sintetico ed esemplare saggio - curato da Santina Mobiglia per quanto riguarda la revisione scientifica - che riconsidera il problema delle origini occidentali della modernità e delle sue pretese di aver inaugurato una nuova e migliore epoca nella storia dell'umanità.

E concludiamo con il Fuori Collana di Tilde Giani Gallino, Viaggio nell'altra Germania. Attraversando «paesaggi naturali grandiosi», incontrando cittadini nostalgici e riscoprendo i solchi che la storia ha lasciato su quelle terre, l'autrice ci mostra - anche grazie alle sue fotografie - una nazione «fastosa e inattesa» ma che è ancora costretta a vivere all'ombra di quella che sta dominando l'Europa.

Buone letture!

 
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