Sono passati otto anni da quando ho iniziato a tradurre Joe R. Lansdale e, per certi versi, mi sembra ieri. Quel primo libro era La sottile linea scura, che ha contribuito non poco all'enorme popolarità italiana del vulcanico narratore di Gladewater, Texas. Da quel giorno ne ho tradotti altri dieci - due dei quali con Luisa Piussi -, tra romanzi cosiddetti di formazione, raccolte di racconti dei generi più disparati, improbabili novelle steampunk e un paio di avventure dello stravagante duo Hap & Leonard, in un fuoco di fila di invenzioni narrative e fantasmagoria di linguaggio che, in molti casi, mi hanno fatto credere di trovarmi ogni volta alle prese con un autore diverso. Già, perché nell'affrontare come traduttore un'opera di Lansdale è impossibile prevedere le difficoltà che ti arriveranno tra capo e collo: per dire, in Londra tra le fiamme la vicenda è in gran parte narrata da una foca che ha imparato a leggere (e a scrivere) sui sacri testi della letteratura avventurosa e popolare, da Verne a Wells passando per Mark Twain, con tutte le conseguenze e le improbabilità del caso. E Cielo di sabbia, che segna il ritorno di Joe a Stile Libero dopo qualche anno di assenza, mi ha dato una particolare soddisfazione, anche e soprattutto perché questo breve e concentratissimo romanzo chiude, per quanto mi riguarda, un cerchio iniziato proprio con La sottile linea scura.
Anche Cielo di sabbia, come La sottile linea scura e In fondo alla palude, è un romanzo di formazione; allo stesso modo dei suoi predecessori è narrato da un ragazzino ben poco addentro alle cose della vita e che, proprio per questo motivo, finirà per vivere una serie di avventure traumatiche che scuoteranno le fondamenta della sua finora tranquilla esistenza (piccolo borghese o poveramente dignitosa che sia) trasformandolo in un adulto forse più consapevole ma al caro prezzo della perdita dell'innocenza, ovvero uno dei temi fondanti della letteratura americana di ogni tempo. Non tocca a me, per fortuna, dover spiegare in questa sede le caratteristiche essenziali del romanzo di formazione di matrice anglosassone: lo ha già fatto a meraviglia Franco Moretti in The Way of the World (1987; apparso in italiano per Einaudi, nel 1999, come Il romanzo di formazione), e a questa fondamentale opera si rimanda per ulteriori e definitivi chiarimenti, segnalando comunque al lettore che quanto spiegato nel capitolo IV, La congiura degli innocenti, si adatta alla perfezione alla poetica e alle tematiche di Lansdale pur focalizzandosi sulla narrativa ottocentesca di matrice europea. Scrive Moretti che «Un protagonista normale e innocente viene ingiustamente accusato e, per una ragione o per l'altra, non è in grado di difendersi e scagionarsi. Che succederà? Succede che è condannato all'esilio (Tom Jones, Waverley) o costretto alla fuga (Caleb Williams, Jane Eyre, David Copperfield). È la versione inglese della più diffusa metafora narrativa della gioventù – il viaggio. Ma a differenza di Wilhelm Meister, Lucien de Rubempré, o Frédèric Moreau, che sono ben lieti di lasciare i luoghi dell'infanzia, e anche di Julien Sorel e Fabrizio del Dongo, che sono costretti a partire per essersi posti deliberatamente in dissidio col loro mondo, gli eroi inglesi partono sempre contro la loro volontà, e senza avere in alcun modo meritato tale sorte».
E, proseguendo nella lettura del saggio di Moretti (che potremmo citare ancora a lungo, tale è la sua sorprendente corrispondenza con le situazioni escogitate da Lansdale in Cielo di sabbia), si apprende che «Il viaggio (...) è un lungo e spaesante detour in cui i ruoli via via ricoperti sono solo maschere dettate dal bisogno (...). Più l'eroe si allontana dal punto di partenza, più è divorato dall'angoscia di non esser più se stesso (...). Questo viaggio irreale, frastornante, sterile, pericoloso resta pur sempre metafora della gioventù, e trasferisce su di essa tutti i propri attributi negativi (...). La gioventù è una rischiosa parentesi, ineliminabile, purtroppo: c'è solo da augurarsi che passi il più in fretta possibile, e senza troppi danni. Se qualcosa si apprende, in questo lasso di tempo, non è mai quel che si potrebbe essere, ma sempre e solo ciò che non si è, enon si vuole, e non si deve essere.»
Tutto questo discorso non serve, credetemi, a conferire «dignità letteraria» a quello che la critica italiana continua, cieca e imperterrita, a considerare uno scrittore di genere; l'abilità narrativa e linguistica di Lansdale è ormai, da lungo tempo, un dato di fatto, ed è solo la pigrizia mentale, associata a una robusta dose di snobismo, che contraddistingue i censori e i recensori ufficiali del nostro Paese a impedire che il Nostro ottenga una buona volta il riconoscimento che gli spetta. E non soltanto Lansdale; lo stesso discorso vale – o dovrebbe valere – per autori come Elmore Leonard, James Lee Burke, James Sallis, Charles Willeford, James Crumley, Ross Macdonald, solo per citarne alcuni, e che dalle nostre parti ancora stentano a uscire dal ghetto in cui sono stati rinchiusi. La grande letteratura americana contemporanea non è solo quella che flirta spesso e volentieri con l'Accademia, come ci è stato sempre fatto credere, non è solo la contemplazione ombelicale dei turbamenti di qualche giovanotto di buona famiglia appena uscito da qualche master di scrittura creativa, ma è anche il realismo implacabile e distaccato di Elmore Leonard e del suo maestro George V. Higgins, il sarcasmo e il disincanto di Charles Willeford, la compassione e il fatalismo di James Lee Burke, l'anarchia individualista di James Crumley. E, come testimonia Cielo di sabbia, la straordinaria sensibilità per il mondo dei giovani dimostrata da Joe R. Lansdale.
------
Last of the independents - il sito di Luca Conti