L'azione più criminosa di David Foster Wallace contro di noi, suoi ammiratori, è stata privarci della libertà di leggerlo, stendere un’ombra di vile realtà sulle sue pagine, così attentamente distanti dalla vile realtà. La sua scomparsa, ora, pesa su ogni paragrafo, ne cerchiamo le ragioni recondite al fondo dei capoversi, scoviamo doppi sensi laddove non ve ne sono e sobbalziamo trovandoci di fronte un appunto innocente alla fine del suo ultimo libro, Il re pallido, neanche si trattasse di un avvertimento: «David Wallace sparisce – diviene una creatura del sistema». La contaminazione è provvisoria, lo sappiamo: per le generazioni successive, quelle che conosceranno l’intera opera di Wallace come postuma, la sua morte prematura non sarà che una data nella nota biografica, la loro libertà di lettori tornerà a essere integra.
Noi, nel frattempo, siamo fregati. E DFW non ha fatto nulla per addolcire il nostro lutto, quando ha deciso di lasciare sulla scrivania del suo studio, impilate con ordine, le prime 250 pagine del Re pallido, accompagnate da un biglietto: «Per l’anticipo di LB?». Dopo essersi cimentato nel romanzo puro, nel saggio, nel racconto e nel reportage, infatti, aveva deciso proprio in questo libro di fronteggiare un altro genere letterario, il più personale di tutti: il memoir. «Il re pallido è fondamentalmente un libro di memorie non inventato, con in piú gli elementi del giornalismo ricostruttivo, della psicologia organizzativa, dei rudimenti di educazione civica e teoria tributaria», scrive a un certo punto. Racconta di ciò che DFW «vide e udì e fece» e delle persone che incontrò durante i due anni d’impiego presso l’Ufficio Regionale Di Ispezione di Peoria, Illinois, momentaneamente allontanato dall’università per via di uno scandalo che riguardava certi compiti copiati.
Nel capitolo nove compare proprio lui, David Wallace in persona, «l’autore vero, l’essere umano vivente con la matita in mano, non una persona narrativa astratta». Per avvalorare la sua identità ci fornisce i dati anagrafici, l'indirizzo esatto, il numero di previdenza sociale, nonché la motivazione di scrivere un memoir: «Nel 2003, l’anticipo medio dato all’autore per un libro di memorie era all’incirca due volte e mezzo quello pagato per un’opera di fantasia. La verità pura e semplice è che io, come tanti altri americani, ho subito le alterne fortune dell’economia incostante di questi ultimi anni, alterne fortune arrivate proprio quando le incombenze economiche sono aumentate di pari passo con gli anni e le responsabilità».
Subito dopo «l’autore vero» corregge il tiro e ci tranquillizza: la ragione della sua scelta non è strettamente venale, riguarda anche «il valore sociale e artistico dell’opera». Noi gli crediamo. Non si spiegherebbe, altrimenti, come uno scrittore così intelligente potesse pretendere di arricchirsi con un romanzo che ha come argomento principale il sistema di tassazione americano.
Infatti, Il re pallido parla davvero di tasse e ne parla in modo ampio, tecnico e assai più esauriente di qualunque nostra ipotizzabile curiosità al riguardo. L’Ufficio di Peoria dove si svolge gran parte dell’azione (la parola è fuorviante, perché di «azione» non ve n’è quasi: «qualcosa di grosso minaccia di succedere ma non succede»), non è un semplice contenitore di storie, come lo era in un certo senso l’accademia tennistica di Infinite Jest; è un luogo fisico, che viene descritto minuziosamente nella sua geografia e nel funzionamento, con la specificità di un manuale d’istruzioni.
«Tutto questo è vero» giura DFW, come se gliene importasse qualcosa di ciò che è realmente vero e ciò che non lo è. Come se lui non fosse immensamente più saggio di così. E infatti, ecco che tutta questa «verità» esibita nella prima parte del romanzo gradualmente s’incrina. Per esempio, veniamo a sapere che Claude Sylvanshine ha delle strane premonizioni, inutili e marginali, eppure straordinariamente precise, come una specie di impiegato-medium. C’insospettisce il fatto che «l' irrilevante» Chris Fogle – alla sua giovinezza è dedicato l'intero capitolo 22, un romanzo nel romanzo che si sviluppa per cerchi concentrici attorno alle parole-chiave «ricordo», «consapevolezza», «fancazzista», «nichilismo», «Obetrol» –, c’insospettisce che codesto Fogle abbia trovato una formula numerica che recitata a voce alta consente di raggiungere la concentrazione perfetta. Dubitiamo anche del fatto che Shane («Mr. X») Drinion non provi mai alcuna emozione in qualsivoglia contesto e che possa esistere una ragazzina in grado di non respirare per diversi minuti, tanto a lungo da apparire morta. Finché, a un certo punto, non compaiono due fantasmi, Garrity e Blumquist, che talvolta si siedono silenziosi accanto agli agenti delle tasse, senza disturbare, con l’aria serafica di chi ama starsene lì...
Memoir, tasse, nichilismo, formule matematiche, fantasmi. Temo di avervi confuso le idee. Che cos’è dunque Il re pallido? È un’opera straordinaria, ecco cos’è. Un’opera libera e inclassificabile, che del libro ha soltanto la forma anatomica e di cui intuiamo appena un briciolo della portata.
Giusto per distillarne il significato più evidente, fra gli innumerevoli, Il re pallido è un romanzo sull’utilità della noia. La noia che conosciamo tutti, quella quotidiana, impiegatizia, quella del giorno-dopo-giorno, di cui DFW aveva già parlato ai laureandi del Kenyon College nel discorso Questa è l’acqua. La noia di restare seduti per ore interminabili a un tavolo, a esaminare le minuscole incongruenze nella dichiarazione dei redditi di qualche sconosciuto, o aggiustando le virgole di un testo di fantasia (a pensarci bene non fa molta differenza), con la convinzione, in entrambi i casi, che quanto si sta facendo è semplicemente il meglio che possiamo fare. A questo proposito, DFW chiama in causa Blaise Pascal, il primo ad avere contrapposto l’eroismo della noia, del lavoro solitario, alla vacuità del divertissement: «Le belle azioni nascoste sono le più apprezzabili» (dai Pensieri ).
Non è soltanto questo. DFW vuole convincerci che il lavoro scrupoloso, portato avanti indefessamente, è l' unico modo per eludere la paura, «quella stessa paura di base che abbiamo io e voi e che hanno tutti solo che nessuno ne parla a parte gli esistenzialisti in una prosa francese involuta. O Pascal. La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà piú e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventú e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io».
Lo so, non bisognerebbe inserire dei virgolettati così lunghi in un articolo, né sprecarne tanti, non sta bene. Ma dove si può troncare questo pensiero senza rovinarlo? Ecco cosa sapeva fare David Foster Wallace nel suo lavoro-giorno-per-giorno, e cosa sanno fare ancora le sue pagine, a me: sanno farmi deragliare. Farmi piangere.
S’intuisce l’evoluzione che intendeva dare alla riflessione sulla noia, grazie anche alle note che il curatore del Re pallido , Michael Pietsch, ha sapientemente incluso in appendice, appunti di lavoro di DFW, che permettono di sbirciare dentro il meccanismo mirabolante della sua prosa, di dare un’occhiata al fermento dietro le quinte. Come in tutte le sue opere, anche stavolta il fine di DFW era un fine morale. Voleva indicarci una via di sopravvivenza alla quotidianità, al vuoto, al senso schiacciante di fallimento cui ci condanna la nostra epoca o la nostra natura, o le due cose assieme. La salvezza esiste nello svolgere bene il proprio lavoro, qualunque esso sia, esiste per tutti quindi, per lo scrittore come per il tapino revisore dei conti di Peoria, Illinois. Il cammino per raggiungerla assomiglia a un percorso religioso, mistico e al tempo stesso immanente. Quello di David, purtroppo per noi, si è interrotto proprio sul più bello.
Per gentile concessione di Paolo Giordano e del Corriere della Sera.