«Joyce a Zurigo»

di Gianni Celati


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   Zurigo. Primavera 2009. Concentrato sulla mia traduzione dell’Ulisse di Joyce, mi alzo alla mattina ore 5 e continuo a lavorare fino alle 5 di sera. Sempre con pensieri di aver sbagliato qualcosa: ad esempio frasi che non ho capito. Oppure facezie usate verso il 1900, di cui non troverò mai un’arguzia che vi corrisponda nella mia lingua. Mentre traduco mi viene in mente che la maggior parte dei lettori considera la traduzione un atto meccanico, come se ci fosse un robot che risolve tutti i problemi sfogliando un dizionario, nel passare da una lingua all’altra. Ecco gli aspetti di questo mestiere faticoso, che applicato all’Ulisse di Joyce diventa un disordine delle parole.

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   Ogni episodio in Ulisse inizia con uno stile narrativo e un tipo di linguaggio diversi, ma presto spuntano dovunque serie di brani disparati. Ad esempio: i ragionamenti para-scentifici di Mr Bloom in giro per Dublino, oppure le chiacchiere in un pub dove si parla d’un boia che ha presentato le sue credenziali come esperto carnefice; altrove spunta una prosa trecentesca per incitare i cittadini alla procreazione, e in altre pagine si imitano fantasie irlandesi arcaiche o prose dei tempi di re Artù.
   Questi giochi di variazioni producono nel lettore l’accavallarsi di linee narrative molto diverse, strambe e spesso senza spiegazioni. Difficile tradurre quelle variazioni di tono, perché il lessico di Joyce ha un’ampiezza senza paragoni. Tutto questo poi evoca fini sfottiture di categorie politiche o storiche o mitologiche, o di tipo maccheronico, dove le mutazioni del discorso ci lasciano confusi da simili funambolismi.

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   Dopo aver lavorato tutto il giorno, di solito faccio una camminata sull’erta collinare dove abito, chiamata Zürichberg. Qui salendo arrivo al cimitero dove c’è la tomba di Joyce, non lontano dallo zoo dove sono messi in mostra animali di varie provenienze. La tomba è una semplice lapide rasoterra, da cui sorge una statua di bronzo con i tratti del nostro autore. Corpo dinoccolato, accartocciato in un rilassamento pensoso, con gambe accavallate, Joyce guarda verso il cespuglio alla sua destra. Si direbbe un uomo snodabile che sta pensando ad acrobazie da compiere, mentre arrivano dei visitatori a rendergli omaggio come acrobata letterario, dopo aver visitato lo zoo.
   Direi che l’idea dell’acrobata letterario si adatti bene al personaggio raffigurato in quella statua, perché Joyce era come uno che ha volato da un trapezio all’altro in un  tendone da circo. Il che mi fa tornare in mente una passione diffusa tra letterati e artisti nella Parigi fin de siècle: la passione per l’acrobata da circo, che si alzava in voli iperbolici, al di sopra del prosaico mondo dei borghesi e bottegai. Joyce è arrivato a Parigi nel 1902, e gli è rimasto qualcosa di quel modo per sorvolare la prosa del mondo, con voli del pensiero che ci portano di qua e di là, in invenzioni fuori ordinanza.

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   Quei voli della mente, con giochi di variazioni, producono nel lettore l’accavallarsi di linee narrative molto diverse. Ma il risultato può essere tutt’altro, con il lettore che si confonde, e stanco dei giochi della mente mette l’Ulisse quasi subito da parte. Questo risultato mi sembra emergere anche dalla tomba e statua di Joyce, come un luogo di visite turistiche, senza più voli del pensiero (è passato molto tempo da quegli acrobati della letteratura, e i nuovi arrivati non disprezzano più i borghesi e i bottegai - anche perché ora ci sono i supermercati, e più nessun bisogno di voli del pensiero).
   Soprattutto nei giorni festivi, salendo si vede che l’angolo dove sorge la statua di Joyce è frequentato da turisti, oppure da passeggiatori domenicali che sfiorano lo zoo. Ed è un luogo dove si va dopo una visita allo zoo, attratti dalla figura di quell’autore irlandese famoso, che pochissimi hanno letto, ma di cui possono leggere la carriera con breve riassunto nell’ottima guida del Lonely Planet.

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   La strada dove abito a Zurigo si chiama Hochstrasse, e appena fuori, percorrendo cinquecento passi si arriva alla Universitätsstrasse. Qui c’è un palazzone con una stele a caratteri latini, dove si legge che Mr James Joyce ha abitato lì. Quella stele municipale mi fa pensare a un gesto umanistico, per onorare qualcuno sfuggito a persecuzioni varie, in questa cittadina generosa e salvatrice di molti fuggiaschi.
   Negli ultimi decenni però la quantità di richiami ai soggiorni zurighesi di Joyce ha fatto di lui un nome turistico, con tutte le informazioni che ci vogliono per eleggerlo a figura locale - figura che serve a rendere Zurigo una rinomata città dell’arte e della cultura. Così la saggezza svizzera ha appaiato un libro piuttosto complesso da leggere all’industria turistica dove tutto deve essere facile da digerire. Questo però non aiuta i lettori a orientarsi nel disordine delle parole. Cosa fare allora?
   Durante la mia permanenza, molti mi hanno suggerito di rivolgermi a Fritz Senn, per risolvere dei problemi che mi ossessionano nel tradurre l’Ulisse. Fritz Senn è una figura non-accademica, studioso di Joyce, fondatore della Zürich James Joyce Foundation, il quale offre al pubblico “un allegro sapere, che non ricorre a note a piè di pagina o residui dell’apparato accademico“. Sono parole che vengono incontro a miei desideri in materia joyciana, ma a pensarci mi sembrano più che altro una messa in scena.
   Perchè se questo allegro sapere funzionasse in modo così liscio, sarebbe come degustare un cibo senza badare ai gusti che produce, nei vari accavallarsi tra loro. A parte i frasari che si leggono ormai soltanto con una Ulysses Annotated:  ma senza lo sforzo che i santi del deserto affrontavano, lasciandosi avvolgere anche senza capire cosa li illuminava.

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   Zurigo, verso l’autunno. La traduzione di Joyce procede faticosamente. Ho spesso l’idea di non riuscire a cavarmela, anche se andassi a chiedere aiuto a Fritz Senn. Pochi giorni fa nella mia strada, qualcuno ha scritto su un muro a grandi spennellate Komsum tötes Empathie. “Il consumo uccide l’empatia”. Mi colpisce il confronto tra quelle azioni: il consumo di parole, il consumo di soldi, il consumo di cibo, il consumo di tutto.
   Il consumo dell’Ulisse di Joyce: che senso ha questa frase? Mi viene in mente l’immagine di folle che hanno comprato una nuova traduzione dell’Ulisse (poniamo la mia), e se la portano a casa tenendola stretta sottobraccio. Poi cosa succede? Vedo che gran parte degli acquirenti poco a poco mettono via il libro, ne prendono un altro, un poliziesco, e si mettono a leggerlo soddisfatti. C’è consumo in questo caso? Sì e no, perché da una parte il venditore ci ha guadagnato, dall’altra è come se il lettore avesse buttato via dei soldi, pensando che l’Ulisse sia un imbroglio.
   In sostanza: un editore ha proposto un libro di grande prestigio, ma senza avvertire i clienti che pochi di loro lo leggeranno. Non può farlo, perché ciò abbasserebbe le sue quote di vendita e quel libro sarebbe ancora più in perdita. Forse ci sarebbero venditori che con qualche sforzo accetterebbero la proposta di avvertire i clienti. Ma siccome noi viviamo in una società con la regola della competizione, tutte le soluzioni per vendere il mio libro sarebbero messe in gioco, e prevarrebbe chi ha meno scrupoli degli altri. In tutto questo l’idea di consumo rimane molto ambigua, e per metterla in luce bisognerebbe poter vendere soltanto libri garantiti.
   Veniamo all’altro termine, “empatia”, dal greco empàtheia (“passione”), derivata da pathos (“affetto”). Posso riformulare la frase scritta sul muro così: il consumo uccide o soffoca qualcosa per  cui abbiamo affetto o passione. Si può dire subito che le cose per cui abbiamo affetto sono generalmente quelle che hanno fatto parte della nostra vita, o l’ambiente in cui siamo cresciuti, o qualcos’altro di stampo stoico che ci ha insegnato a sopravvivere. Ma questo può anche essere qualcosa che si sviluppa in me lavorando o imparando una pratica che non sapevo e che è diventata per me importante.
   Questo è il caso dell’Ulisse di Joyce: non c’è niente che io mi aspetti dal mio lavoro di traduzione; non guadagnerò abbastanza soldi per mantenermi neanche un ventesimo degli anni di lavoro previsti; ma non sento di essere defraudato, perché quello che sto facendo è come uno di quei sacrifici a cui si dedicavano i santi d’un tempo. E questa è l’unica conclusione a cui riesco ad arrivare. Il resto è oscuro. Ne parlerò un’altra volta.

Gianni Celati

Il libro


Ulisse - copertina

James Joyce


Ulisse


2013
Letture Einaudi
pp. X - 996
€ 28,00
ISBN 9788806191818

Prefazione di Gianni Celati
Traduzione di Gianni Celati

«Bloom è Shakespeare, Ulisse, l'ebreo errante, il lettore del Daily Mail, l'uomo che crede a ciò che legge nei giornali, ognuno, e il capro espiatorio...»

Ezra Pound

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