Jorge Semprún

1923-2011


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Credo che Jorge Semprún non sia stato semplicemente un testimone, ma un protagonista dei grandi tumulti storici del XX secolo. È stato anche uno scrittore impegnato, come testimoniano i suoi libri, con cui prese parte al dibattito contemporaneo. Come quella di Albert Camus, la sua è stata una letteratura intessuta di grande preoccupazione morale. È stato uno scrittore magnifico, saggista straordinario, realmente «amico» dei suoi amici, un uomo tollerante e libero dai pregiudizi, un europeo con una visione transnazionale e generosa. La morte di Semprún è una perdita di cui soffriremo tutti, spagnoli, francesi, tutta quell’Europa in cui tanto ha creduto. Era una persona rara, il suo esempio e la sua opera resteranno nel tempo.

Mario Vargas Llosa su El País

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È stato uno dei grandi testimoni del Novecento, da sempre impegnato nella politica del suo Paese, dal quale era stato costretto a scappare durante la guerra civile. È stato, soprattutto, un grande scrittore, che ha intrecciato magistralmente memoria personale e collettiva per raccontare l’essere umano al centro della Storia. Attivista legato al partito comunista, nel 1944 Semprún fu deportato a Buchenwald. Qualche anno dopo l’esperienza nel capo di concentramento, provò a tornare in Spagna per coordinare le attività di opposizione al regime franchista. Sono gli anni della clandestinità, e tra i tanti pseudonimi sceglie spesso quello di Federico Sanchez. E sarà proprio Autobiografia di Federico Sanchez il suo primo libro scritto in spagnolo, dopo le opere in francese, sua lingua d’adozione. Nell’Autobiografia Semprún racconta l’espulsione dal PCE, in seguito alla quale decise di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Non solo libri: sue sono le sceneggiature di alcuni grandi film come La guerra è finita di Resnais o Z – L’orgia del potere e La confessione di Costa-Gavras.

Tra le sue ultime opere letterarie, Vivrò col suo nome, morirà con il mio è un romanzo autobiografico di rara intensità che nasce dall’esperienza di Buchenwald. Partendo dal racconto di uno scambio di identità grazie al quale ebbe salva la vita, Semprún testimonia l’inferno del campo, ma rivela anche come la lotta per la sopravvivenza nell’orrore riuscisse a essere, in qualche modo, vita. In un mondo che sembrava fatto solo di morte e distruzione, coltivare ciò che permetteva di restare «umani» era una forma possibile di resistenza, e Semprún ce la racconta attraverso immagini ed episodi inattesi, storie di solidarietà tra i deportati, le rarissime isole di «normalità» nelle loro giornate. Come la scoperta di una biblioteca:

«So già che questo irriterà qualcuno. O lo sorprenderà, o addirittura lo inquieterà: lo so perfettamente.
Parecchi anni fa, quando dissi di aver scoperto nella biblioteca di Buchenwald la Logica di Hegel, e di averla letta – nella stessa situazione; durante una settimana di turno di notte, Nachtschicht, unica circostanza in cui era possibile leggere, e solo se si lavorava in un ufficio o in un kommando di servizi; nella catena di montaggio della fabbrica Gustloff, per esempio, che faceva tre turni al giorno, era impensabile –, ricevetti alcune lettere indignate. O tristi. Come osavo affermare che c’era una biblioteca a Buchenwald? Perché inventare una panzana simile? Volevo far credere che il campo di concentramento fosse una casa di riposo?
Altri lettori, più contorti, affrontavano la questione da un’altra angolazione. Ossia: c’era una biblioteca a Buchenwald? E lei aveva tempo a disposizione per leggere? Allora non era un luogo tanto spaventoso. Non avranno esagerato a descrivere le condizioni di vita in un campo di concentramento nazista? Erano davvero campi di sterminio?
È vero che tali lettere non furono molto numerose. Naturalmente, non risposi a nessuna. Se quei lettori spaventati o dubbiosi erano in mala fede, nessuno dei miei argomenti avrebbe potuto convincerli. Se erano in buona fede, sarebbero arrivati da soli a verificare l’assoluta veridicità del mio racconto.
Perché una biblioteca a Buchenwald c’era. Le prove tangibili sono alla portata di tutti. Dunque, se si hanno tempo e voglia di viaggiare, si può visitare la città di Weimar. La città di Goethe, no? Incantevole. Ci sono ovunque tracce della sua presenza. Come anche i ricordi di Schiller, di Liszt, di Nietzsche, di Gropius: insomma, quelli della più alta cultura europea. Se il tempo è bello – in effetti, perché non scegliere per il viaggio la bella stagione? –, si può passeggiare sulle sponde dell’Ilm, accanto alla città. In fondo a una valle verde, tra i boschi, si erge la villetta estiva di Goethe, la Gartenhaus. Lì c’è una panchina, dopo un ponticello sull’Ilm: luogo incredibile per sedersi. Senz’altro l’idea che vi assalirà ferirà il punto più sensibile della memoria e dell’anima.
Perché la vigilia – o quella stessa mattina se si è scelta la sera per la passeggiata fino alla Gartenhaus di Goethe – il visitatore avrà percorso i pochi chilometri che separano Weimar dal campo di concentramento di Buchenwald, sulla collina dell’Ettersberg, dove proprio a Goethe piaceva tanto passeggiare con l’ineffabile Eckermann.
Si sarà visitato, dunque, questo luogo memorabile, questo giacimento archeologico della storia europea dell’infamia. Senz’altro lì ci si tratterrà a lungo al museo di Buchenwald. Tutte le spiegazioni riguardo la biblioteca del campo si trovano lì. Si può anche vedere l’esemplare della Logica di Hegel che ho avuto fra le mani: lo stesso, il mio.
Invece, e mi dispiace, lì non si troverà il romanzo di Faulkner che leggevo nel dicembre del 1944, quando iniziò questa storia: l’esemplare della biblioteca di Buchenwald non è ancora riapparso.
Comunque, se non si sono avuti né il tempo né la voglia né i mezzi di fare il viaggio fino a Weimar, basterà entrare in una libreria e chiedere il libro di Eugen Kogon, Der SS-Staat, pubblicato in una collezione tascabile molto nota. Lì l’esistenza e la storia della biblioteca di Buchenwald sono testimoniate e documentate.
Con un titolo differente, L’enfer organisé, il libro di Kogon venne pubblicato anche in francese nel 1947. Per diverse ragioni si tratta di una testimonianza capitale. Primo, perché Kogon occupò un posto fondamentale nell’amministrazione interna di Buchenwald che gli permise di avere una visione d’insieme di tutto il sistema concentrazionario. Fu aiutante del medico delle SS Dingschuler, responsabile degli esperimenti medici. Da quel posto, con abilità, coraggio e perseveranza, Kogon prestò servizi considerevoli alla resistenza antifascista di Buchenwald.
D’altra parte, Eugen Kogon – e ciò fa sì che la sua testimonianza, la sua ricerca, siano ancora più importanti – non era un militante comunista. Democratico-cristiano, deciso avversario dell’ideologia marxista, Kogon partecipò alla resistenza antinazista a Buchenwald, rischiando la propria vita, accanto ai compagni comunisti tedeschi, ma senza mai abdicare alla propria autonomia morale.
È così che Eugen Kogon racconta sul suo libro l’origine della biblioteca di Buchenwald: “La biblioteca dei prigionieri venne fondata a Buchenwald agli inizi del 1938. Per riunire i primi tremila volumi venne permesso ai prigionieri di farsi spedire libri da casa; inoltre venne devoluta una somma con cui la Kommandantur comprò opere nazionalsocialiste… Con i suoi fondi acquistò duecentoquarantasei libri, tra cui sessanta esemplari del Mein Kampf di Adolf Hitler, e sessanta esemplari di Der Mythus des 20. Jahrhunderts, di Alfred Rosenberg. Queste ultime opere erano sempre in buono stato, come nuove, inutilizzate, sugli scaffali della biblioteca. Con gli anni, il fondo della biblioteca giunse a contare 13 811 volumi rilegati in tela, e duemila in brossura… Durante l’inverno del 1942-43, mi offrii costantemente come volontario, quando si misero delle guardie notturne al blocco 42 di Buchenwald, dove c’era l’abitudine di rubare pane dagli armadietti: rimanevo da solo nel salone dalle tre alle sei del mattino, in mezzo a quella magnifica calma, e così avevo il tempo di esaminare i tesori della biblioteca del campo. Che impressione ritrovarsi seduto accanto alla luce di un lume oscurato, solo con Il simposio di Platone, o Il canto del cigno di Galsworthy, con Heine, Klabund o Mehring…”
Per quel che mi riguarda, due anni dopo, nella calma della stanza dell’Arbeitsstatistik, ai piedi dell’arroventato camino del forno crematorio, trascorsi delle felici notti di dicembre con un romanzo di Faulkner, Assalonne, Assalonne!».

E proprio da una visita a Buchenwald prendeva spunto un bell’articolo di Semprún pubblicato l’anno scorso da Le Monde in cui l’autore, con il grande spirito combattivo che sempre lo ha contraddistinto, scriveva:

Non sono rassegnato a morire, né angustiato dalla morte. Sono furioso, straordinariamente irritato dall'idea che presto non sarò più qui, in mezzo alla bellezza del mondo o, al contrario, nel suo insipido grigiore - che in questo caso concreto sono la stessa cosa.

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