Ian McEwan

«Miele»


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Mi chiamo Serena Frome (che fa rima con plume) e poco meno di quarant’anni fa mi mandarono in missione segreta per il British Security Service. Non ne sono tornata illesa. Mi scaricarono nel giro di diciotto mesi, dopo che ebbi screditato me e distrutto il mio amante, che pure non fu estraneo alla propria rovina.

Ian McEwan, Miele

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Ci troviamo davanti a un autore di qualità letteraria che si è divertito un mondo – e non è una cosa che capiti spesso […]. Una trama costruita come un sistema di scatole cinesi, un ritmo perfetto, e quel naturalismo levigatissimo (e ingannevole, naturalmente, essendo frutto di un' elaborata invenzione) che è la cifra del McEwan maturo, e che qui diventa gioco di specchi, inganni, storie nelle storie, fino a farsi addirittura soggetto stesso del libro.

Livia Manera – Corriere della Sera

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Il nuovo libro di Ian McEwan è, contemporaneamente, una spy story (avvincente), una love story (struggentissima, anche perché riguarda una spia e uno scrittore), un saggio sulla Guerra fredda, un pamphlet sugli anni Settanta del secolo scorso, un trattato sulla scrittura (e la lettura) dei romanzi e un’autobiografia dell’autore da giovane.

Antonio D’Orrico – Sette

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Miele è un romanzo con un finale davvero sorprendente, in cui un McEwan in forma smagliante offre innumerevoli prove di maestria letteraria, giocando con diversi generi narrativi. Al consueto tema dell’influenza esercitata dai grandi avvenimenti sui destini individuali, questa volta si aggiungono giochi di prestigio sul rapporto tra autore e lettore oltre a un’analisi del peso delle emozioni nell’approccio al reale.

Roberto Bertinetti – Il Messaggero

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Serena Frome è giovane, bionda e bellissima, e possiede due particolari disposizioni che qualcuno si azzarda a chiamare «talenti»: una naturalezza sorprendente nel maneggiare i numeri, e una eccezionale velocità nella lettura.
Suo padre è un vescovo anglicano, sua madre è «la quintessenza, o la parodia, della moglie di un vescovo». Sono loro a spingerla verso la facoltà di matematica di Cambridge, anche se lei avrebbe preferito rifugiarsi in un college meno rinomato a studiare letteratura. Tanto più che a Cambridge appare subito chiaro che saper far di conto non ha nulla a che vedere con il talento per la matematica: Serena si ritrova rapidamente relegata nel limbo delle sufficienze risicate, e si consola sfruttando al massimo quell’altro suo «talento», la lettura, che a ben guardare non è meno superficiale...

Le mie esigenze erano elementari. Non badavo granché a tematiche o felicità di stile, e saltavo le descrizioni minute di tempo atmosferico, paesaggi e interni. Volevo personaggi in cui potessi credere, e volevo provare curiosità per ciò che avrebbero vissuto. In genere prediligevo quando la gente si innamorava e disamorava, ma nemmeno disdegnavo che si cimentasse con altro. Per quanto triviale, mi piaceva che prima della fine qualcuno dicesse «Sposami». I romanzi senza personaggi femminili erano un deserto privo di vita. Per Conrad non avevo alcuna considerazione, come per gran parte dei racconti di Kipling e Hemingway. Né mi impressionava la reputazione. Leggevo qualunque cosa mi capitasse a tiro. Romanzi a sensazione, alta letteratura e tutto ciò che stava nel mezzo: a ognuno riservavo lo stesso rude trattamento.

Tra un libro e l’altro, Serena si concede qualche fidanzato con la stessa vorace leggerezza. Finché, a spezzarle il cuore e a cambiarle la vita, non arriva Tony Canning, professore di Storia con il doppio dei suoi anni.
Se è vero che Serena è brillante, lui sembra volerne moltiplicare lo splendore insegnandole la raffinatezza: nei vestiti, nel cibo, nelle letture, persino nelle opinioni, con una dedizione e una generosità tali che verrebbe da pensare a un piano.
E infatti di piano si tratta: quando Serena è «pronta», Canning si fa da parte e la affida nientemeno che ai servizi segreti britannici, impegnati a combattere «la parte più dolce della guerra»: quella culturale. Novella e impacciatissima spia, Serena dovrà fingersi la direttrice di una fantomatica fondazione e avvicinare il giovane e promettente scrittore Tom Haley, offrirgli un mucchio di soldi per sostenerlo nella scrittura di un romanzo e assoldarlo a sua insaputa alla causa dell’Occidente.

È fiction, ma non è fantascienza: nel 1967 il direttore del magazine culturale «Encounter» dovette dare le dimissioni quando venne fuori che il giornale era finanziato dalla CIA, ed è proprio quell’episodio suggestivo ad aver ispirato a McEwan questa sua straordinaria incursione nell’Inghilterra del post Sessantotto.
«All’epoca le crisi non mi turbavano affatto. Non possedevo nulla, non avevo nulla da perdere. Ero irrequieto, eccitato e un po’ spericolato», ha raccontato in un’intervista. È facile immaginarselo a fare lo scrittore squattrinato appassionato e felice, ed è ancora più facile appena si legge Miele. Perché Tom Haley, lo scrittore che Serena dovrà irretire (e che presto finirà per amare) somiglia tanto, tantissimo a lui: McEwan si è davvero divertito, ammiccando ai suoi lettori di lunga data, a prestare a Haley un bel po’ di dettagli biografici, le amicizie, gli editori, e persino le trame delle sue opere giovanili. Ma quello tra fiction e autobiografia è solo uno dei confini che McEwan gioca a cancellare…

In Miele non c’è nulla dell’apparato scenografico della spy story tradizionale, non ci sono armi né gadget strabilianti, e gli agenti dell’MI5 sembrano più che altro tristi burocrati rinchiusi in uffici pieni di carta e di polvere. Eppure la definizione è calzante… Una spia e uno scrittore: due personaggi, due ruoli che nella finzione trovano la propria condizione di esistenza. Una nasconde, l’altro inventa. Entrambi scrutano la realtà per riuscire a vedere ciò che gli altri non vedono. Chi è più bravo a mentire?
«I romanzieri sono sempre dei grandi maestri di spionaggio, – ha detto McEwan, - perché, per tenere avvinta l’attenzione del lettore, non rivelano tutte le informazioni in loro possesso. Usano trucchi. Hanno segreti che non confessano se non quando gli conviene». E Serena lo scoprirà presto, a sue spese.

La letteratura ha molte anime, e ce ne sono due che sono lontanissime e opposte: quella di chi, come Serena, legge cercando l’identificazione, il rispecchiamento, qualcosa che le parli del suo mondo; e quella di chi, come Tom, ama «i trucchi, i giochetti, gli artifizi narrativi». McEwan è riuscito nell’impresa di mettere assieme queste due visioni per regalarci un romanzo che racconta la relazione delicatissima tra lettore e scrittore.

Il libro


Miele - copertina

Ian McEwan


Miele


2012
Supercoralli
pp. 368
€ 20,00
ISBN 9788806214050

Traduzione di Maurizia Balmelli

«Ian McEwan è uno dei più grandi narratori letterari oggi viventi».

James Wood, «The New Republic»

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Per Serena Frome, bella figlia di un vescovo anglicano, l'avventura sta tutta nei romanzi che divora uno dopo l'altro per sfuggire alla noia. Ma quando l'agenzia d'intelligence britannica MI5 la ingaggia come spia al servizio della guerra fredda, per lei il rischio e la passione si trasferiscono dalla carta alla vita.
«Miele» è il nome in codice dell'operazione cui deve prendere parte, Tom Haley quello del romanziere che ha il compito di adescare. Dovrà avvicinarlo, coprirlo di quattrini e segretamente assoldarlo alla causa dell'Occidente. Dovrà batterlo sul suo stesso terreno, quello della finzione. Non tradirsi. Non fidarsi. E perderà.

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