Quasi due è un libro che riempie di forza prima di tutto chi lo legge.
Racconta di come sia facile essere bambini a Teheran - e non solo - e poi come sia più difficile, a volte, smettere di esserlo.
Di come sia doveroso scegliere, ogni volta, come usare un oggetto quando ce l'abbiamo tra le mani. Se una bottiglia sia solo una bottiglia, inoffensiva, oppure possa essere qualcosa di incendiario, nel male come nel bene.
Di come certe scelte, invece, siano passaggi obbligati.
Insomma, quello che ha scritto Hamid Ziarati è un romanzo bello, e che come ogni romanzo non semplicemente documentale parla di un punto che abbiamo dentro, nel profondo. Quel punto è un luogo in cui a volte ci sembra difficile un gesto come quello di indirizzarsi a un altro senza puntargli il dito contro.
Allungare il braccio e fare un ponte, e poi provare ad attraversarlo.
E da uno, arrivare (almeno) fino a due. E poi proseguire.
Andrea Bajani
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C’è qualcosa di magico nel rumore delle ali che sbattono per prendere il volo. Un suono ipnotico che si diffonde nell’aria non appena la gravità è vinta. Un sibilo che si allontana e ti porta via con la promessa di farti diventare un puntino nell’azzurro. Ti fa volare sulla tua casa, sul tuo quartiere, su tutta la tua città che lentamente si anima. Voli in formazione ad alta quota, compi circonferenze sempre piú ampie intorno allo stesso fuoco. […] Sei inchiodato alla terra ma con la mano sulla fronte ti scruti dall’alto. Sei lí, sopra tutto e tutti, a eseguire capriole in una danza: una, due, tre, quattro volte, e poi di nuovo a far alternare la terra al cielo e il cielo alla terra, a spostare a destra e a sinistra il tuo peso con le ali ben tese per goderti la gioia di scivolare su una lastra di ghiaccio invisibile. Ti lasci poi attirare dal vortice che hai vinto con la tua forza impalpabile, diventi palla, e come catturato da un mulinello ti abbandoni verso il vuoto facendoti cullare. Il vortice ti porta sempre piú veloce al fulcro, ti senti sempre piú visibile e pesante, riapri le ali.
Il sibilo si riavvicina forte, orchestrato dal movimento della tua mano che sparge la semenza sulla terrazza. Le lunghe piume riprendono ad applaudire e ad applaudirsi tutte insieme prima di toccar terra e ringraziarti per l’esibizione. È lo stesso susseguirsi di suoni magici dell’inizio, ma ora emessi al contrario, un risveglio caotico da un’ipnosi con il conto alla rovescia. I rumori s’infittiscono per poi quietarsi in un pullulare di piume e di becchi affamati, hai il tempo necessario per un fiero inchino con le ali ancora gonfie di vento, sei saldo al terreno, ora. Loro hanno la colazione ancora da fare e tu un colombo da agguantare: varrà una settimana se non due di mangime e l’orgoglio di averne catturato un altro.
Hamid Ziarati, Quasi due
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A Teheran esiste un gioco che ha a che fare con la guerra e con la fantasia: si chiama «il gioco dei colombi», si svolge nell’aria ma segue le regole della terra. Darioush è un ragazzino e quel gioco lo prende molto sul serio. A poche ore dall’invasione irachena, lui ha in testa un unico pensiero: vendicarsi del figlio del pollivendolo, che ha ucciso i suoi colombi. E farlo in modo spettacolare, magari confezionando una molotov con il sapone che sua madre usa per il bucato.
La verità è che Daroiush vive tutto così, come fosse un’avventura: la sua testa è piena di storie e di eroi, la sua immaginazione è un vortice in cui i film americani si mescolano agli insegnamenti religiosi ricevuti a scuola. Ed è convinto che il futuro abbia in serbo per lui un posto da protagonista: «Mi sono sempre sentito un ragazzo speciale, sorvegliato e protetto dalla mano di Dio, prescelto per fare qualcosa di grandioso, tale da tramandare il mio nome e il mio esempio ai posteri, come tutti i temerari che ho eletto a modello. Non ho ricevuto nessun suo emissario che me lo confermasse, ma sono stati cosí tanti i segni e le volte in cui è intervenuto per salvarmi dalle tentazioni diaboliche che, negli anni, ho avuto la certezza di avere un destino differente da tutti gli altri. Diciamo piú simile a Emiliano Zapata, Ben Hur, El Cid e Lawrence d’Arabia, piuttosto che al Profeta, Mosè, Gesú o Bernadette, per intenderci».
Finché il futuro arriva, e quel posto glielo offre davvero: in prima linea, sul fronte di una guerra vera. I compagni di giochi si trasformano in compagni di battaglia, alleati pieni d’entusiasmo in quella che, ai loro occhi, non è altro che l’ennesima avventura, un’altra sfida in cui buttarsi a capofitto. Ma cosa accade quando ci si accorge che il nemico da combattere ci somiglia moltissimo? Che anche lui ha la stessa irriducibile vitalità, la stessa voglia bruciante di trovarsi al centro della storia?
Con la lingua poetica e vibrante che ha colpito al cuore i lettori di Salam, maman (Premio Berto, Premio Rusconi, Premio Seminara e Premio Rhegium Julii), Hamid Ziarati torna a raccontare l’entusiasmo e la curiosità dell’adolescenza, le scoperte e il desiderio di partecipazione. Giunto al suo terzo romanzo, Ziarati sembra aver trovato in Quasi due la sua voce più autentica - quella di un adulto che non ha perso lo sguardo di un ragazzo - e ci spinge a guardare da vicino un mondo complesso e ancora sconosciuto, spazzando via i luoghi comuni di cui troppo spesso ci accontentiamo. La storia di un’amicizia che appare impossibile, ma che si rivela invece così potente da annientare l’odio.