«Hamid Ziarati - scrittore di origini iraniane da tempo residente a Torino, curriculum che oltre al libro d’esordio Salam, maman (Einaudi 2006) comprende una laurea in ingegneria, la passione per la cucina e una serie di lavori manuali risalenti all’epoca in cui intraprese il dottorato in meccanica applicata senza poter contare su una borsa di studio perché ancora privo della cittadinanza italiana - torna in libreria con Il meccanico delle rose, romanzo in cui il protagonista Reza prende forma attraverso il racconto delle vite di chi ha avuto un significato per la sua esistenza.
Ziarati disegna i vari personaggi con una grande ricchezza di sfumature, ma i loro contorni si stagliano netti e sono destinati a rimanere impressi nella memoria del lettore» (Giuseppe Culicchia, La Stampa).
Hamid Ziarati è nato a Teheran nel 1966 e vive a Torino. Scrive in italiano.
In Salam, maman narra le vicende di una famiglia iraniana prima e dopo la Rivoluzione, attraverso gli occhi allegri di un bambino che cresce insieme alla storia che racconta.
Il protagonista del nuovo romanzo di Ziarati, Il meccanico delle rose, si nasconde letteralmente tra le righe. Abita non più di una frase del primo capitolo, e negli altri fa la sua comparsa a tempo debito. Eppure al centro del romanzo c'è lui: il protagonista assente, che proprio restando ai margini delle vite degli altri acquista una paradossale centralità.
Qui di seguito, in un'intervista esclusiva, l'autore approfondisce temi e strutture della sua ultima fatica.
La prima cosa che colpisce nel libro, per la sua necessità, è la struttura. Non è una struttura decisa freddamente a tavolino, ma un pensiero caldo, che dà senso all’intero romanzo. Qual è il significato di questa scelta?
Avevo chiare in mente tutte le vicende del protagonista del romanzo e degli altri personaggi secondari che lo avrebbero affiancato lungo la sua saga. Sono partito dalla sua adolescenza, il secondo capitolo per intenderci, ma mi sono fermato subito perché non trovavo un motivo plausibile per la fuga del protagonista. Mi sono domandato cosa volessi raccontare a mia figlia, a cui questo romanzo è destinato, e mi sono detto, in una sorta di atto scaramantico, che vorrei che apprezzasse il valore della vita in una società libera... se avrà la fortuna di viverci per tutta la sua vita. Ho capito che volevo raccontare la storia di un uomo qualunque, un protagonista invisibile, un eroe solo per chi l’ha sfiorato e l’ha creduto tale, senza però aver mai potuto addentrarsi nei suoi più intimi segreti, nella sua mente, nei suoi pensieri; così come succede per la vita di chiunque. E se non potevano farlo i personaggi secondari che l’avevano conosciuto così da vicino, non avrei potuto farlo neanch’io. Quindi ecco che la struttura ha preso forma da sé: doveva essere contemporaneamente un padre e una madre, un cugino e un amico, un marito e una moglie, un amante e un fedele, e perché no? anche un vigliacco. Un protagonista, come lo sono tutti gli altri personaggi, solo di passaggio.
L’amore e la morte sono spesso al centro delle vicende che attraversano questo romanzo. Così spesso che viene il dubbio che al centro delle storie degli uomini non ci sia più l’Io, per te, ma l’evento…
Ho cercato di dar voce a quell’Io che prevalentemente si esprime al suo meglio o al suo peggio, a seconda dei casi, di fronte agli eventi che personalmente ritengo più incisivi nella vita dei miei personaggi, e cioè: l’amore, la morte, la fede, il tradimento, mettendoli uno per uno in una giostra continua che riporta sempre al punto di partenza, con le stesse domande di sempre e senza mai pretendere di trovare al riguardo una risposta certa, che ovviamente ritengo non esista.
Nel libro, qual è il peso del Paese mai nominato?
Il Paese mai nominato rende in un certo senso universale la storia del protagonista. Dal contesto, dalle tradizioni raccontate e dalle vicende storiche, appare chiaro di quale Paese stiamo parlando. L’idea di non nominarlo mai, scelta che ho compiuto in piena libertà e, per così dire, con le spalle coperte, è legata al desiderio di essere solidale con gli autori e gli artisti iraniani di quest’ultimo trentennio, a partire cioè dalla fondazione di uno dei regimi più sanguinari e retrogradi che la storia iraniana abbia mai conosciuto fino a oggi – e di certo molto peggiore della monarchia che l’ha preceduto –, un regime intriso di un ideologismo fatto di fede e di superstizioni blasfeme che incitano continuamente al martirio e al diritto di uccidere. La mia è stata una forma di autocensura, leggera e insignificante, ma non sul piano simbolico.
Tra Salam, maman e Il meccanico delle rose c’è un vero e proprio salto, ma anche un legame profondo. Per i toni, i registri diversi, i punti di vista scelti, lo sguardo sulla vita e sul mondo…
Come in Salam maman anche qui ho cercato di non perdere il punto di vista, il linguaggio, le manie, e anche le fobie dei vari personaggi, tentando di raccontare ognuno secondo la sua storia di vita e rimanendo fedele al suo sguardo, come se fossi seduto sulle sue spalle e stessi osservando insieme con lui le sue vicende, esattamente come viene detto nella quarta di copertina. In Salam maman però la visione del protagonista era quella incantata dell’infanzia, quella piena di domande e di dubbi dell’adolescenza, quella iniziatica al mondo incomprensibile degli adulti, senza nessuna certezza sulle risposte che Alì si dava o che gli venivano date. Qui invece i personaggi hanno età differenti, linguaggi propri e una maturità che dipende dalle loro singole storie di vita: e sono le loro storie – che si sviluppano con strutture diverse all’interno di ogni capitolo – il centro del libro.