Io, che con Jean Gabin ho imparato ad amare le donne, mi trovo ora con la fotografia di Margaret Thatcher davanti e comincio a pensare che qualcosa non è andato per il verso giusto in questi ultimi trent'anni di democrazia. Jean Gabin non ne sapeva niente di lady di ferro, donne poliziotte, soldate e culturiste. I suoi occhi azzurri sognavano una donna che fosse come un fiume, un grande fiume languido e vertiginoso che andava a nutrire con le sue acque limpide il mare. Questo ho imparato da lui, e per me la donna è sempre stata il mare. Intendiamoci, non un mare delineato da un'elegante cornice dorata per fanatici del paesaggio, ma il mare segreto di vita, spazio immenso in cui misurare il nostro coraggio di individualisti incalliti, ladri al ricco e donatori al povero, tutti d'accordo su una precisa breve frase: «Sempre fuori da tutti i poteri costituiti», soli, ma con l'orgoglio di sapere la rettitudine che soltanto nell'outsider alligna.
Goliarda Sapienza, Io, Jean Gabin
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Come L'arte della gioia, pubblicato postumo con grande successo prima in Francia e poi in Italia, dove è diventato un caso editoriale, anche Io, Jean Gabin, composto in un periodo successivo, non ebbe fortuna mentre la sua autrice era in vita: il romanzo, rimasto inedito fino a oggi, viene infatti pubblicato per la prima volta a più di trent'anni dall'inizio della sua stesura. E proprio come L'arte della gioia, il libro ha al centro un personaggio originale, vivacissimo e controcorrente: Goliarda, ragazzina catanese che con la Modesta bambina ha in comune energia e spavalderia. Un personaggio autobiografico raccontato da Sapienza con la stessa «scrittura aerea e disinvolta, lirica e mitica sotto la partitura drammatica», per usare le parole di Angelo Pellegrino nella postfazione al libro.
«Sola, bilanciandomi su passi brevi ed energici sprizzanti coraggio altezzoso, adattavo i miei piccoli piedi alla camminata piena d'autosufficienza virile di Jean Gabin, fissando gli occhi bui della mia casbah di lava e tramutandola istantaneamente nell'intricato nitore della Sua, gli occhi attenti al confidente-spia che sempre, fra i tanti visi sorridenti e fidati, poteva nascondersi o sbucare fuori a ogni cantone più buio, a ogni basso più socchiuso degli altri»: il modello di Goliarda ragazzina è un'icona anarchica e socialista del cinema francese, conosciuta nei pomeriggi passati al cinema Mirone di Catania e molto amata dai pochi italiani che negli anni Trenta si opponevano al fascismo. Un attore che a Goliarda insegna anche ad amare le donne, sempre al centro dei romanzi della Goliarda scrittrice, e una certa idea di femminilità, lontana dal femminismo teso alla omologazione dei sessi che Sapienza non condivise mai, nella vita come nei libri.
E proprio come Pepé le Moko nei vicoli della casbah, Goliarda, abbandonata la scuola, portavoce sotto il regime di «una brodaglia di cultura», si avventura nelle stradine della Civita, l'antico quartiere di Catania popolato da prostitute e artigiani, pescatori e pupari. Un ambiente brulicante di vita non meno della singolare famiglia in cui si trova a crescere e di cui Goliarda traccia un ritratto affettuoso e sincero: dal padre, noto avvocato e antifascista, alla madre socialista, che rese l'abitazione catanese dei Sapienza un centro della resistenza al regime frequentato anche dallo scrittore Brancati, ai tanti fratelli acquisiti, ognuno con la sua inconfondibile personalità.