Dei lini chiari, o blu di Prussia, che d’estate gli frusciavano addosso, o ancora dei morbidi tessuti di buon taglio che d’inverno gli scivolavano dalle spalle nelle braccia zelanti di fedeli sottoposti, molto si è scritto. Mito e antimito hanno fatto di Giulio Einaudi, nel corso di tanti anni, il soggetto ideale per manifestazioni di ammirazione e per dichiarazioni di fiera antipatia. Di volta in volta considerato l’artefice di una non comune avventura editoriale o il colpevole di una subdola egemonia culturale della sinistra, la critica lo ha sempre riverito o riprovato: vestito e ritratto nei panni di un grande aristocratico, discendente d’eccezione della migliore borghesia italiana, oppure arrogante modello di una radicalità da salotto. Certo, Giulio Einaudi non è passato inosservato nel corso del Novecento italiano. E ha suscitato reazioni intense. Fino agli ultimi giorni, quando una intervista televisiva ne riprendeva ancora una volta il tratto ironico e il ricordo appagato di una lunga vita; o quando si prestava all’obiettivo del fotografo con le mani appoggiate su una pila di libri, con l’occhio ridente dell’anziano consapevole di aver superato ogni ostacolo, ancora desideroso di suggerire futuro, anche in un’epoca goffamente ripiegata su un presente ottuso, gonfio di materialità e di piccole prospettive individuali.
Sarebbe stato francamente difficile prevedere la fortuna professionale o il naturale snobismo dell’uomo, quando Einaudi muoveva i suoi primi passi fra le aule del liceo D’Azeglio, come studente fra studenti e professori in casuale ed eccezionale sodalizio, o nella biblioteca del padre Luigi, già importante commentatore del «Corriere della Sera», senatore del Regno, economista, professore universitario, proprietario terriero, ricco e colto rappresentante del pensiero liberale piemontese. Non apparivano scontati né evidenti i segni premonitori di un futuro successo; né parevano rivelatrici particolari doti intellettuali in un contesto dove altri si distinguevano per acutezza e precocità di ragionamenti. Nel famoso liceo dove gli allievi di Umberto Cosmo e di Augusto Monti si erano incontrati e avevano fatto gruppo, Einaudi era un po’ piú giovane degli altri e certamente non era lo spirito piú brillante. Era nato bene e quello era naturalmente il suo posto; ma anche lui avrebbe avuto bisogno di qualche evento accidentale per dare un primo indirizzo al suo esordio nel mondo. E quello venne con l’esame di maturità, che imprevedibilmente lo promosse in matematica, materia che non gli era congeniale, ma lo rimandò in italiano, che viceversa era terreno su cui aveva strappato buoni voti di ammissione. Ne conseguí che trascorse una parte dell’estate con Massimo Mila, impegnato a dargli ripetizioni utili all’esame di riparazione. Fu Mila il tramite per una conoscenza piú approfondita con Pavese, Ginzburg, Antonicelli e gli altri del D’Azeglio. Fu allora che la storia di Einaudi sgusciò da un’anonima quanto dorata adolescenza per prendere una strada senza ritorno. Aveva già cominciato, negli anni precedenti, ad aiutare il padre nella diffusione della «Riforma sociale», soprattutto ingegnandosi per allargarne la base dei lettori. Se il tema era la «riforma sociale», allora era giusto che la discussione in materia non fosse elitaria e trovasse occhi e orecchie oltre la cerchia dell’accademia. Questo, almeno, era il movente dichiarato del giovane Einaudi, che si portava entusiasta da un libraio all’altro per assicurarsi che la rivista avesse una buona visibilità e che le spedizioni agli abbonati avvenissero con sollecita regolarità. Curava anche la veste grafica e seguiva la stampa, ma soprattutto si dava da fare per ricuperare i numeri invenduti e trasformarli in materiale promozionale. Erano forme primordiali di campagne commerciali; tanto che Ginzburg, in una lettera a Carocci, non avrebbe esitato, lui, solitamente parsimonioso di commenti lusinghieri, a riconoscere in Giulio, il figlio piú giovane del senatore, il talento del pubblicitario moderno, dotato di idee innovative premiate da evidenti risultati. Era il 1933. Fu Ginzburg, allora, a suggerire a Einaudi di fare l’editore.