– Come si chiamano quei dolci? – domandò a un cameriere che stava dietro il bancone.
– Cannoli, cillenza.
Possibile che l’avessero riconosciuto?
– Datemene uno.
Se lo mangiò in piedi, al banco. Madonna, che bontà!
– Datemene un altro.
Andò alla cassa per pagare, ma il cassiere gli disse:
– Pagato.
– Pagato?! E da chi? – domandò stupito il giudice.
– Da don Nené Lonero.
Il giudice si voltò a guardare la sala. Da un tavolo dove stavano seduti quattro uomini, due con la coppola e due col cappello, un cinquantino tozzo, baffuto, rossiccio di pelle e pelo si alzò, si cavò il cappello e disse:
– Accettate come segno di benvenuto.
Andrea Camilleri, Il giudice Surra
***
«Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui s’involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo». Così Leonardo Sciascia in Porte aperte – storia di un giudice che in epoca fascista si batte per evitare a un imputato la condanna a morte – sintetizza l’importanza di una questione che è alla base del concetto stesso di civiltà.
Dal ritratto manzoniano dei giudici Monti e Visconti, «uomini di cui tutta Milano venerava l’integrità, l’illibatezza, l’ingegno, l’amore pel bene pubblico, lo spirito di sacrificio e il grande coraggio civile» e che poi, come si racconta in Storia della Colonna Infame («l’opera che mi ha fatto cogliere la grandezza del Manzoni», ha detto Andrea Camilleri), condannarono a morte degli innocenti; fino a Gli dèi hanno sete di Anatole France, passando per Dostoevskij, Kafka, lo stesso Sciascia – che del tema «giustizia» fece quasi un’ossessione - , la letteratura è da sempre affascinata dalla figura che incarna il paradosso inevitabile dell’uomo che giudica l’uomo.
Investito dal potere (e dal dovere) immenso di distinguere l’innocenza dalla colpa, la ragione dal torto (e dunque, estremizzando, il bene dal male), il giudice è però anche l’ingranaggio di un sistema che procede per errori e tentativi di correzione, strumento del potere politico e – talvolta – vittima.
Sulla scia di questa lunga tradizione letteraria, tre grandi autori italiani firmano altrettante «storie di giudici», tre racconti che – in modi diversi – guardano alla vita, al coraggio, alla dedizione e all’incoscienza di chi ha a che fare ogni giorno con i rischi e le responsabilità di questo difficilissimo mestiere.
Ci porta agli albori dell’unità d’Italia Andrea Camilleri con Il giudice Surra, arrivato in Sicilia dal nord, armato soprattutto della sua ingenuità e di un ostinato ottimismo, che riesce a vincere la prima battaglia contro la Fratellanza, che ancora non si chiama mafia ma è la stessa cosa.
Con La bambina, Carlo Lucarelli ci racconta invece di un insospettabile giudice-ragazzina, costretta all’improvviso a vivere in clandestinità mentre a Bologna gli anni Ottanta deflagrano con inaudita violenza.
Giancarlo de Cataldo racconta invece in Il triplo sogno del procuratore la lotta senza fine tra un procuratore e un sindaco agguerrito, emblema del legame malato – e apparentemente incurabile – tra legalità e cattiva politica.
Storia, attualità, talento narrativo e una lunga esperienza in materia di crimini, indagini e processi (esperienza letteraria e, nel caso di De Cataldo, anche personale: l’autore è giudice alla Corte d’Assise di Roma) sono gli ingredienti che compongono questi brevi e intensissimi «pezzi d’autore».
Tre voci inconfondibili riunite per la prima volta in un solo libro, insieme per raccontare la giustizia e fotografare il passato e il presente del nostro Paese. Perché, tornando a Sciascia, scrivere di giustizia non è altro che scrivere di libertà, di dignità, di rispetto: del nostro essere uomini e cittadini.
|
Andrea Camilleri![]() Giancarlo De Cataldo![]() Carlo Lucarelli![]() Giudici
2011
Stile libero Big pp. 154 € 11,00 ISBN 9788806205973 Camilleri, Lucarelli e De Cataldo indagano una figura umana al crocevia tra bene e male. Una storia d'Italia in tre tempi, tre racconti esemplari sul difficile mestiere di decidere secondo giustizia. SCHEDA LIBRO
|