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Fred Vargas - Uniform Edition


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Si chiama Frédérique Audouin-Rouzeau, ma ha scelto il suo pseudonimo in onore del personaggio interpretato da Ava Gardner nel film La contessa scalza. Archeozoologa, sorella di una pittrice affermata, Fred Vargas è la regina dei romanzi a enigma, «o meglio, - dice lei - a soluzione».
Cresciuta con un padre surrealista che le trasmette presto l’amore per i libri e per la scrittura («Per anni ho pensato che tutti padri facessero così, che di notte scrivessero»), ha esordito giovanissima vincendo un concorso letterario. Il libro andò male, vendette meno di duemila copie, e con i due successivi non andò tanto meglio (uno non trovò neppure un editore): «Mi dicevano che non erano di un genere ben definito: non giallo puro, non poliziesco puro».
Non è semplice, in effetti, trovare una definizione che esaurisca la complessità dei romanzi di Fred Vargas. Oggi i gialli e i noir sono il genere designato alla rappresentazione realistica del mondo contemporaneo, alla messa in scena delle storture e delle contraddizioni dell’Occidente sviluppato, ma il successo della Vargas sembra smentire questa tendenza: certo, il mondo in cui si muovono i suoi personaggi è il nostro mondo, ma ciò che salta agli occhi è la presenza di una forte e profonda dimensione simbolica.
«Non amo il realismo, – ha dichiarato l’autrice, – ma il reale. I dialoghi veri che accadono nella vita, ad esempio, nella scrittura sono noiosissimi». E da sempre, in ogni intervista, cita come modello Agatha Christie: «Vedo dei collegamenti tra lei e la mitologia che leggevo quando ero ragazzina, e penso che anche lei ne fosse consapevole. Come Agatha Christie, voglio raccontare una storia che si occupi e parli dei pericoli che abbiamo di fronte. Non si tratta più di animali feroci, ma le paure sono altrettanto reali, così faccio con il lettore un viaggio in cui ci si confronta con gli orrori dell’umanità, e lo riporto a casa sano e salvo. Istintivamente ci sentiamo meglio e riusciamo a dormire bene. Poi la mattina, quando sorge il sole, possiamo di nuovo affrontare il mondo e andare avanti». Il giallo come mito, dunque, qualcosa che ha a che vedere più con l’epica che con il romanzo sociale.

Nel 1991, Fred Vargas dà alle stampe il suo quarto romanzo. Si chiama L’uomo dei cerchi azzurri ed è quello in cui compare, per la prima volta, il commissario Jean-Baptiste Adamsberg. Un uomo piccolo ma in qualche modo affascinante, apparentemente sbadato e poco concreto, con un metodo investigativo decisamente particolare: «Non fare nulla. Adamsberg lascia che le cose accadano e che seguendo il loro corso naturale arrivino a uno scioglimento». Accanto a lui, l’indispensabile spalla Danglard, ispettore colto, iperrazionalista e fragilissimo. È in questo libro che prende forma la tormentata ma efficacissima collaborazione che farà di Adamsberg e Danglard la coppia di investigatori più amata della letteratura francese, ed è in questo libro che vediamo comparire anche Camille, una non-fidanzata che Adamsberg è destinato a inseguire per molte, moltissime pagine...

Ma dovranno passare otto anni prima che Fred Vargas ceda alla nostalgia per il suo ispettore stralunato. Nel 1995 esce in Francia Chi è morto alzi la mano. Il romanzo è la conferma di un talento, ma questa volta a risolvere il caso c’è una nuova squadra, composta da tre storici allo sbando e un ex poliziotto. È la prima apparizione dei Tre evangelisti, Marc Vandoosler, medievista, Lucien Devernois, esperto della prima guerra mondiale e Matthias Delamarre, archeologo specializzato in preistoria. Anche i loro metodi, come quelli di Adamsberg, non sono propriamente ortodossi, eppure a volte istinto e improvvisazione arrivano piú lontano di quanto si possa immaginare. Specie se uniti a una particolare predisposizione a mettere il naso nei fatti degli altri...
Alle avventure di san Marco, san Luca e san Matteo (questi i soprannomi dei tre storici) Fred Vargas dedicherà anche i due successivi romanzi, Un po’ più in là sulla destra (1996) e Io sono il Tenebroso, completando una trilogia culto del giallo contemporaneo.

Eppure quando nel 1999 l’autrice si congeda dagli evangelisti per il «ritorno di fiamma» con Adamsberg, il risultato è tale da eliminare il rischio di possibili nostalgici rimpianti. E a proposito di nostalgia, è per la bella Camille che in L’uomo a rovescio Adamsberg si avventura tra le montagne del Mercantour, dove una catena di delitti lascia sospettare l’esistenza di un assassino che ha tutte le caratteristiche di un lupo mannaro.
La sorpresa è che a sentir parlare l’autrice, dietro quella che sarebbe diventata una delle serie gialle più famose al mondo non c’era nessun progetto cosciente: «Adamsberg non l’ho inventato io così com’è. Fare romanzi per me non è un atto premeditato. Piuttosto, è un po’ come andare al cinema e vedere cosa succede al protagonista del film. Ecco, io più che scrivere trascrivo quello che succede al protagonista del libro, quello che vedo. Lo lascio fare, lo osservo, e poi scelgo. Insomma, non so da dove sia venuto. Però, visto che su di lui mi hanno fatto tante domande, ci ho dovuto pensare. Sono arrivata alla conclusione che Adamsberg è il contrario di me».

Nel 2001, con Parti in fretta e non tornare, Adamsberg è alle prese con un caso zeppo di simboli e superstizioni che parrebbero di un'altra epoca: di notte, sulle porte delle case di Parigi, vengono dipinti con la vernice nera strane sigle e numeri. All'altro capo della città, in una cassetta delle lettere vengono depositate incomprensibili missive che parlano di malattia e di morte, e all’improvviso il medioevo sembra vicinissimo. Un esempio riuscitissimo di quella concezione “arcaica” del giallo di cui la Vargas ha fatto il suo marchio di fabbrica.

La consacrazione definitiva, per l’autrice e insieme per il suo personaggio, arriva nel 2004 con Sotto i venti di Nettuno, un romanzo di superba e classica architettura che si snoda tra Parigi e il Québec coperto di neve. Qui Fred Vargas scava in zone ancora inesplorate della psicologia del commissario e ci svela un nuovo tassello della sua storia passata, costringendolo a fare i conti con l'unico nemico di cui possa davvero avere paura: se stesso. Per settimane ai primi posti delle classifiche in Francia, best-seller in Germania, Sotto i venti di Nettuno è l’opera che ha regalato alla Vargas l’appellativo di «nuova regina del giallo», e ad Adamsberg quello – ormai storico -  di «spalatore di nuvole».

È del 2006 Nei boschi eterni, un romanzo dolente, forse il piú inquietante e noir di Fred Vargas, seguito nel 2008 da Un luogo incerto, dove Adamsberg affronta il mito e la realtà del Vampiro.
«Avevo da due anni l'idea delle scarpe in cui sarebbero stati ritrovati piedi mozzati. È venuta fuori da una chiacchierata con mio figlio, si scherzava. "Immagina che si trovino diciassette scarpe", "Ah sí, ma con i piedi dentro..." Poi avevo voglia di una storia di vampiri, una bella storia di vampiri, come quelle che si raccontano attorno al fuoco per sospendere l'ansia della vita», ha raccontato in un’intervista. E ha dichiarato ancora: «La mia non è una storia di vampiri normale, ma dal punto di vista di chi ha l’ossessione di ucciderli. Il fatto è che ho sempre avuto difficoltà a dire perché si uccide, a capire e rendere credibile la pulsione e il movente di un assassino, anche se è d’obbligo. È la parte più lontana da me dei miei gialli. Coi vampiri ho giocato con la paura che se ne ha da bambini».

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Le dichiarazioni di Fred Vargas sono tratte da alcune interviste presenti in rete (1 - 2 - 3)

 
 
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