Enzo Bianchi

«Ogni cosa alla sua stagione»


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Il falò continuava ad ardere e tra noi dicevamo che quando la fiamma bruciava con maggiore intensità sarebbe accaduto davvero quello che uno stava dicendo o si stava augurando: auspici da quattro soldi, certo, cui non credevamo troppo neanche noi, ma che bastavano a strapparci un sorriso e a farci sperare in un domani migliore. Tiravamo tardi così, osservando il fuoco affievolirsi sempre più, fino a che, verso l’una o le due, tornavamo a casa per dormire, lasciando la brace a dialogare con le stelle.

Enzo Bianchi, Ogni cosa alla sua stagione

«A partire dalla cella monastica, il luogo più intimamente suo, il più estraneo e straniante per chiunque di noi, in Ogni cosa alla sua stagione Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, narra un viaggio tra i luoghi e i volti della propria memoria che si fa meditazione sul rapporto col tempo. (...) Umanizzazione, termine denso di risonanze filosofiche e psicanalitiche, è una delle parole-chiave che percorre i capitoli: dall'esperienza della solitudine al dono della fiducia, dalla condivisione del pasto attorno a un tavolo alla cura delle tombe, Bianchi insiste sulla costellazione di esperienze che ci rendono pienamente umani. Ricorda una verità ovvia, ma spesso rimossa: bisogna imparare a vivere, e anche a morire».

Benedetta Tobagi, la Repubblica

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I giorni degli  aromi.
I giorni del focolare.
I giorni del presepe.
I giorni della memoria.
Dalla semplice cella del convento di Bose, un viaggio nei ricordi, alla ricerca dei luoghi e dei momenti  che hanno dato significato e colore alla vita di Enzo Bianchi. Raccontando l'infanzia e i giochi nel Monferrato - punto di partenza anche per Il pane di ieri -, l'isola greca di Santorini, gli anni dell'università a Torino, l'atmosfera delle feste di Natale, i sapori e i profumi della propria terra, Enzo Bianchi riflette sullo scorrere del tempo, scandito dal ciclo delle stagioni e dal ritmo dell'esistenza dell'uomo.
Spirito e memoria, in una quieta meditazione sui luoghi e i tempi che sono riusciti a lasciare un'impronta indelebile nel cuore e nella mente. Enzo Bianchi parte alla ricerca di angoli di mondo e spazi dell'anima, per rispondere con saggezza a una domanda semplice ma profonda: che ne è dei miei giorni?

«Ho deciso di piantare un viale di tigli, perchè sono anziano. Alla mia età, credo sia necessario fare atti di fiducia nel futuro su questa terra. Sono sotto il mio eremo: non so per quanti anni potrò sentire il profumo strabiliante che emanano in maggio, soprattutto la mattina presto e nelle lunghe serate piene di luce. Quel profumo che sale dalla terra della collina, sarà soprattutto per gli altri che verranno dopo di me. Quando siamo colti dall'anzianità, è importante pensare non soltanto a noi e ravvivare invece il nostro rapporto con quel che ci circonda, esprimere rispetto per la vita che abbiamo vissuto e gratitudine per questa terra così bella. Anche se dovremo lasciarla».


Elena Loewenthal ha incontrato Enzo Bianchi, per una conversazione sui giorni dell'anno, i ricordi, la memoria delle cose e dei sentimenti.

«La vecchiaia è ancora un tempo da vivere, non da negare. E nemmeno di cui avere paura. Bisogna cercare di attraversarlo in modo consapevole, secondo canoni di vera e propria arte. La vecchiaia si allungas, ma non ha più quel carisma di esperienza e saggezza impressole dal tempo. Si tratta di viverla in sintonia con le nuove generazioni, senza ghettizzarsi. Imparare una grammatica del vecchio che non sia "finora ho vissuto per gli altri, ora mi dedico a me". Una grande lezione che mi ha insegnato la Bibbia è che la vita non è un feticcio. La vita è tale finchè c'è relazione, la morte è assenza di relazione».

Il video dell'intervista per La Stampa:

 
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