Le finestre gemono per via delle bombe che hanno iniziato a martellare la terra non lontano da lí, ma loro tre fanno finta di niente. Rea si augura che facciano un bel lavoro, le bombe, che radano al suolo tutto ciò che devono radere al suolo, e se riescono a sbrigare le cose in una notte sola, tanto meglio.La candela ora è accesa. Rea scuote la testa per sentire i capelli muoversi mentre la coglie un improvviso conato di lacrime che cerca di controllare. Art non ha ancora chiamato. È tutto concentrato a battezzare la guerra, mentre lei prova sentimenti piú utili, per esempio adesso si sente bellissima.
– Dài, tesoro, soffia su questa benedetta candela, – la risveglia Nita, soffice come sempre, il sorriso largo. Besa già tiene in mano il coltello. La festeggiata ride tra le lacrime.
– Sembri un macellaio, – dice all’amica. La luce si interrompe in quel preciso istante e Besa pensa che ora deve proprio correre a casa. Besnik, Alma e Drin l’aspettano: le valigie della fuga già pronte in corridoio. Immagina Besnik, suo marito, che cerca di rivolgersi ai bambini con tono scherzoso per spazzar via il panico dai loro sguardi.
Nita armeggia per accendere la lampada a olio. Rea soffia finalmente sulla candela. Le finestre sono oscurate da due strati di coperte di lana. Il suono delle bombe ora è piú nitido, piú vicino. Squilla il telefono. […]
– Era Hamza, – dice Rea. – La Bbc ha appena annunciato l’inizio della guerra.
Elvira Dones, Piccola guerra perfetta
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Elvira Dones ci dice che la guerra non è altrove ma può invece essere qui, a un soffio dalle cose piú familiari e credute sicure. E può esserci ogni volta che una comunità si disintegra nei suoi elementi costitutivi, che prima erano parte di un tutto e di colpo si trovano l’un contro l’altro, minacciosi, e si riconoscono tra loro solo come nemici. Un romanzo naturalmente non è una profezia. Sta a noi, sta a chi legge, trattenere la sua verità.
Furono in molti a non farsi domande, ma Elvira Dones non ci racconta solo la storia di chi si schierò, di chi prese le armi, ma anche e soprattutto quella di chi tutto questo lo ha subito, cercando in situazioni estreme di non perdere la propria umanità.
Piccola guerra perfetta racconta tutto quello che abbiamo dimenticato, ma anche tutto quello che forse non abbiamo mai saputo.
Non romanzo sulla guerra, né romanzo di guerra, nel quale agiscono marzialmente degli eroi. No, questo romanzo è invece direttamente la guerra. È l’assunzione della guerra nell’occhio pietoso della vittima che non giudica, non condanna, ma comunica a tutti la sua visione. Uno sguardo limpido, classico, pietoso, che non distorce nulla.
Michael Herr ha scritto che raccontare la guerra per come è stata davvero «significa distruggere ogni argomento che ha portato al conflitto, e segnare il punto dove l’uomo perde la possibilità di essere uomo». Piccola guerra perfetta di Elvira Dones questo assunto lo dà per scontato, e da lí parte. Per raccontare al mondo intero che, dal punto di vista di chi la guerra e la violenza non le ha in alcun modo volute, di chi non ha partecipato al progetto di inventare lo sterminio e far sí che un uomo non sia piú uomo, ma lo ha subito, da questo punto di vista infimo, minimo e perfino discutibile, diventato scrittura, tutto può apparire in una splendente, chiarissima luce di paradossale salvezza.
Dalla prefazione di Roberto Saviano
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Dal 24 marzo al 12 giugno del 1999, in seguito alla feroce politica di pulizia etnica perpetrata da Slobodan Miloševic', la Nato bombarda il Kosovo. Ottanta giorni di attacchi aerei, per una guerra che si annunciava breve e «chirurgica» e prometteva di riportare a casa i soldati occidentali sani e salvi, tutti. Ma se dal cielo ci si poteva illudere che fosse davvero una guerra perfetta, sulla terra, nelle strade e nelle case, la violenza cancellava l’aggettivo “normale” dalla quotidianità di due popoli: tredicimila civili albanesi uccisi, ventimila donne torturate, un milione di rifugiati nella già stremata Albania.
Il punto di vista su questa strage, nel romanzo di Elvira Dones, è soprattutto femminile. Basandosi sulle testimonianze delle donne kosovare, la Dones – che è albanese, ma scrive in italiano, sua «lingua d’adozione» – trasforma i documenti in una materia incandescente, capace di restituire, attraverso il filtro romanzesco, la complessità e il dolore delle vittime.
La lotta per la sopravvivenza di tre donne assediate in una casa di Pristina diventa qui un’epica commovente e umana, e il tentativo di fuga di due ragazzini in cerca della libertà è un’odissea indimenticabile. Ma se questi due luoghi narrativi - assedio e fuga – sono gli estremi opposti che permettono di interpretare la trasformazione del loro mondo, esistono nel mezzo infiniti altri luoghi – domestici, vicini, comunque familiari – nei quali è possibile osservare la vita che si capovolge.
E se, come in questo libro, a guardare e a raccontare sono le donne, può capitare di scoprire, nascosto in mezzo alla sofferenza e alle atrocità, un momento breve e prezioso in cui spazzare via la normalità, «azzerare tutto», significa anche trovarsi improvvisamente libere da quell’ideologia che vuole la donna per sempre sottomessa, e costruire con il proprio compagno una parità fino ad allora neppure immaginata.
«Alle guerre seguono altre guerre, - scrive l’autrice in una nota al testo, - e alla fine si dimenticano. Ma questa era la nostra guerra. È questa che a modo mio ho voluto raccontare».
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Maggiori informazioni su Elvira Dones sono disponibili sul suo sito web.
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Elvira Dones è stata ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa
nella puntata del 14 maggio per presentare Piccola guerra perfetta.
Ecco il video dellintervista: