Einaudiani

Norberto Bobbio su Leone Ginzburg


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In occasione degli 80 anni della Giulio Einaudi editore, fondata il 15 novembre 1933, pubblichiamo una serie di ritratti d’autore di alcuni dei grandi che hanno fatto la storia della Casa editrice. Cominciamo con Leone Ginzburg, raccontato da Norberto Bobbio.

Gli altri ritratti di «Einaudiani» li trovate qui.

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    Negli anni dell’adolescenza, Ginzburg aveva scritto, su quaderni di scuola, romanzi brevi, racconti, novelle, che leggeva agli amici; ma la vena si era presto esaurita. Non scrisse mai poesie. Fece ampia opera di traduttore dal russo: Taras Bul’ba di Gogol (1927); Anna Karenina di Tolstoj (1928-29); Nido di nobili di Turgenev (1932); La sonata a Kreutzer di Tolstoj (pubblicata nel 1942); La donna di picche di Puskin (pubblicata nel 1949).
     Sono, in complesso, poche cose paragonate alla precocità, alla maturità pienamente raggiunta negli anni degli studi universitari, alla laboriosità scrupolosa e perseverante, alla vastissima cultura, a tutto ciò che amici e maestri si erano attesi da lui, sin da quando, a diciott’anni, aveva pubblicato il suo primo articolo su «Il Baretti». Ma non si dimentichi che la maggior parte degli scritti furono composti tra il 1927, anno della licenza liceale, e il 1934, anno del primo arresto, ossia tra i diciotto e i venticinque anni: la sua carriera di studioso fu stroncata all’età in cui in genere quella degli altri incomincia (io, suo coetaneo, pubblicai il primo articolo proprio nel 1934). Uscito di prigione nel 1936, l’intensissimo lavoro editoriale per la casa editrice Einaudi negli anni della sua fondazione e del suo primo sviluppo, il continuo interessamento per le cose della politica, l’inquietudine, il turbamento per il tragico corso della storia europea dalla guerra di Spagna alla Seconda guerra mondiale, il confino dal 1940 in poi, lo distolsero dagli studi; o per lo meno non gli permisero la concentrazione necessaria per un’opera di lunga lena, cui, dopo l’attività giovanile di saggista, frammentaria e spesso occasionale, profondamente aspirava. Tra il 1934 e il 1940 l’opera di maggiore impegno fu l’edizione critica dei Canti di Leopardi per gli «Scrittori d’Italia» di Laterza: ma anche questo fu un lavoro in parte occasionale, un saggio di addestramento filologico, una specie di tirocinio obbligato per impadronirsi del mestiere. Nei primi mesi del 1943 concepì il disegno di una serie di riflessioni sul Risorgimento, ma al momento della morte (febbraio 1944) non se ne trovò che un capitolo. La non comune versatilità, che gli permetteva di curare un’edizione critica dei Canti con la stessa sicurezza con cui aveva trattato argomenti vari di letteratura russa, ove la sua competenza era da specialista, o di elaborare sempre nuovi progetti di libri, passando dalla storia alla letteratura, dalla letteratura russa a quella italiana o francese, incoraggiò, credo, una certa dissipazione, di cui egli stesso si rendeva perfettamente conto; sicuramente non favorì, negli anni della maturità, lo studio in una sola direzione. La severità del giudizio riferita prima che agli altri a se stesso, fece da freno, e contribuì anch’essa a inaridire un campo che negli anni della prima aratura era stato rigoglioso. Si aggiungano l’immensa energia ed intelligenza e capacità critica ch’egli prodigò, come editore, per gli altri, correggendo o rivedendo da cima a fondo traduzioni, testi, prefazioni, commenti: lavoro anonimo, di cui non resta traccia che nel ricordo degli amici (quanto deve, ad esempio, la mia edizione della Città del Sole ai suoi suggerimenti, ai suoi incitamenti, alle sue lezioni di correttezza filologica?) e nel robusto e unitario impianto delle collane editoriali che ideò, promosse e diresse.
    Quando entrò in liceo, alla fine del 1924, pur avendo poco più di quindici anni, non era un ragazzo come tutti gli altri, neppure all’aspetto: capelli neri, duri, tagliati a spazzola, barba rasa già fitta e ricoprente tutto il volto, occhi bruni e incavati, resi ancor più profondi da due sopracciglia foltissime, sguardo calmo, sicuro, che metteva soggezione e incuteva rispetto; lineamenti marcati, volto pallido, scuro, quasi tenebroso, testa grossa rispetto al tronco, fragile, le gambe leggermente inarcate, quasi dovessero reggere un peso troppo grave. Di famiglia russa, proveniente allora da Berlino, aveva trascorso gran parte della sua vita a Viareggio. Aveva una buona pronuncia, assai migliore della nostra, come aveva subito osservato l’insegnante d’italiano, Umberto Cosmo, che era veneto e non pronunciava le doppie ma toscaneggiava nell’uso delle vocali aperte e chiuse. Leone parlava lentamente, pacatamente, con un certo sforzo, quasi dovesse cercare le parole, ma trovava sempre quella esatta; le sue frasi erano composte, compiute, lunghe ma non mai tortuose; non perdeva il filo anche nei discorsi più difficili; parlava adagio, ma era come se scrivesse; parlava insomma, noi dicevamo, come un libro stampato. Quando Cosmo, che lo rivelò e ne fece il capoclasse, rivolgeva qualche domanda a tutta la scolaresca, sapevamo benissimo che Leone ci avrebbe tolto d’imbarazzo: alzava la mano, e rispondeva per tutti, quasi sempre con una precisione che suscitava il compiaciuto consenso del professore e l’ammirato stupore dei compagni. Componeva con estrema facilità: appena dettato il tema, si chinava sul foglio e cominciava a scrivere, una riga dopo l’altra, quasi senza pentimenti, con una scrittura nitida, ben disegnata, regolare, piccola e larga, che rimase, passando gli anni, sempre eguale (mentre scrivo, ho sott’occhio una sua cartolina postale del luglio 1925). Ricordo ancora la nostra impressione alla lettura, cui Cosmo lo aveva invitato, del primo tema sulle Ricordanze del Settembrini che cominciava con una minuta affettuosa descrizione della fisionomia del Settembrini, quale appariva dal ritratto apposto all’edizione scolastica del Morano: un vero e proprio piccolo brano letterario.
    La cultura di Ginzburg era nutrita di tutte quelle letture che in liceo vengono di solito ignorate: era una cultura viva, attuale, militante. Aveva letto D’Annunzio e Pascoli, Verga e Pirandello. Ammirava i classici, ma preferiva i moderni: il romanzo francese, soprattutto, da Stendhal a Anatole France (Le rouge et le noir era uno dei suoi libri prediletti). Leggeva con avidità ma con discernimento, con gusto di lettore raffinato e curioso, che non rinuncia al proprio giudizio critico, i romanzi del tempo, Rubè e I vivi e i morti di Borgese, Angela di Fracchia, Moscardino di Pea. Essendo vissuto per molti anni a Viareggio, si era accostato all’ambiente letterario che anche allora vi si riuniva d’estate: sapeva vita, morte e miracoli di tutti i letterati italiani. Ne aveva conosciuti personalmente parecchi, da Enrico Pea ad Achille Campanile. Era stato accolto come un amico nella casa di Gioacchino Forzano. Frequentava i teatri e i concerti, non come uno qualunque del pubblico, ma come chi è addentro alle segrete cose: a Viareggio aveva stretto amicizia con Cele Abba, sorella di Marta; a Torino, durante la felice stagione del Teatro di Gualino, frequentava Vittorio Gui. Leggeva con molta compunzione i quotidiani, «La Stampa», il «Corriere della Sera». Accadeva d’incontrarlo per la strada col volto immerso nelle ampie pagine di un giornale, immobile sul marciapiede o procedente a passi lentissimi. Imparai da lui a conoscere i nomi dei più noti giornalisti, chi teneva la rubrica del teatro sul «Corriere», chi quella dei concerti sulla «Stampa». Aveva una memoria di ferro, e una prodigiosa facilità ad assimilare cose udite o lette. Ma non era mai un ripetitore. I suoi giudizi erano genuini; i suoi commenti contenevano sempre qualcosa d’inedito. Ciò che diceva portava l’impronta di una personalità ormai formata che non si lasciava guidare dall’opinione corrente. Esprimeva le proprie convinzioni letterarie con sicurezza, da uomo del mestiere, mostrando un fiuto infallibile nel discernere il buono dal cattivo, il durevole dall’effimero, lo scrittore serio dal superficiale o dal ciarlatano. Per i brillanti, i beniamini del pubblico, non aveva alcuna indulgenza; li giudicava con una severità così spietata che noi, che non andavamo tanto per il sottile, lo accusavamo talvolta di partito preso o di presunzione o di eccessivo rigore prodotto dall’inizio di una deformazione professionale.
    I due poli estremi erano rappresentati da Croce e da Papini. Croce veniva allora pubblicando gli Elementi di politica e gli studi sull’età barocca. Papini aveva concluso in quegli anni la serie delle sue capriole, convertendosi al cattolicesimo (dal nazionalismo del «Regno», dal futurismo e dall’immoralismo del tempo di «Lacerba», al cattolicesimo era stato un triplice salto mortale): la Storia di Cristo, uscita nel 1921, era ancora un libro del giorno. Leone era crociano ardentissimo, e rimarrà crociano devoto, fedele, riconoscente fino alla fine. Fu lui che negli anni del liceo mi pose tra le mani i primi libri di Croce. Ma il nostro Croce era allora l’autore dell’estetica e il critico letterario: la Storia d’Italia uscirà nel 1928, quando ormai saremo all’università. Nell’aprile dello stesso anno Leone conoscerà personalmente Croce, a Torino, in casa dei cognati di lui, e inizierà col filosofo un’affettuosa relazione durata poi tutta la vita. Nel maggio del 1925, l’anno della nostra prima liceo, Croce aveva abbandonato il suo atteggiamento di neutralità nei riguardi del fascismo, e si era messo, con la risposta al Manifesto di Gentile, alla testa degli intellettuali antifascisti. La familiarità coi libri di Croce, era, allora, per un giovane che si avviava agli studi, la vera prova di maturità.
    L’iniziazione a Croce offriva un criterio indiscutibile per distinguere in modo alquanto settario (non posso negarlo) gli illuminati dai brancolanti nelle tenebre, gli spiriti moderni dai sorpassati, i liberati dai vari sonni dogmatici, da coloro che erano ancora avviluppati nelle ragnatele del conformismo religioso, del positivismo, dello scientismo, del filologismo, e via dicendo. Più che una dottrina – l’unica teoria crociana allora a noi nota era quella dell’arte come intuizione – il crocianesimo era un metodo, nel senso pregnante di via regia della vera conoscenza. Esso permetteva di identificare le differenze essenziali che dovevano essere tratte alla luce e quelle inessenziali che dovevano essere ripudiate: la differenza tra arte e moralità, ad esempio, era essenziale, quella tra lirica e dramma era inessenziale. E ciò permetteva di dar la caccia a tutte le cosiddette questioni mal poste, che trovavamo con soverchia facilità un po’ dappertutto. Era una via verso l’unità piuttosto che verso la distinzione, verso la sintesi più che verso l’analisi: uno strumento che ci serviva a sgombrare il terreno da molto ciarpame (di qua il senso di liberazione e di conquista), ma aveva l’inconveniente di lasciarci troppo spesso a mani vuote (di qui la sterilità di quegli studi estetici o storici o di storia della filosofia, estremamente rarefatti, poco sostanziosi, in cui la citazione testuale sostituiva la ricerca o la riflessione critica). L’autorità di Croce era indiscussa: armati dei suoi concetti, ci sentivamo superiori ai nostri stessi maestri, che non li avevano accolti o li avevano sdegnosamente rifiutati. Croce era la voce del tempo: stare dalla parte di Croce voleva dire essere nella corrente della storia. L’adesione a Croce dava sicurezza, infondeva fiducia, apriva nuovi orizzonti di ricerca, permetteva di assumere una posizione polemica contro molta parte della cultura scolastica e accademica, scioglieva dai vincoli della fede tradizionale, ci faceva sentire estranei alle convenzioni, ai pregiudizi correnti, invitava a mettere in questione tutto quello che avevamo appreso, e a ricominciare da capo. Ancor oggi, passata molt’acqua sotto i ponti della filosofia, a poche letture filosofiche son disposto a riconoscere la funzione stimolatrice della pagina crociana, sia nota critica o schermaglia o recensione o saggio sistematico, anche se la semplicità possa apparirmi talora semplificazione, la chiarezza svuotamento, la sintesi suggestiva una formula impaziente, la forza del ragionamento dipendente più dall’abilità dello scrittore che dalla bontà degli argomenti. Ma allora non avevamo termini di raffronto (e anche se li avessimo cercati, non li avremmo trovati salvo a cadere sulla china sdrucciolevole che finiva in Gentile). Oltretutto, Croce era, personalmente, un esempio di libertà intellettuale, di saggezza, di dignità, di operosità, di serietà negli studi: adunava in sé tutte le qualità dell’educatore, che gli altri autori o maestri possedevano solo parzialmente. Non posso oggi dissociare questa lezione di Croce da quella di Leone, che ne fu l’appassionato e autentico interprete. Negli scaffali della sua biblioteca, eravamo abituati a veder spiccare, tra le opere complete in russo di Tolstoj e Dostoevskij, i celebri “mattoni” dell’edizione laterziana. Ricordo che la prima opera di Croce da me posseduta, i Nuovi saggi di estetica, di cui era uscita un’edizione nel 1926, mi fu donata da lui.
    Non aveva ancora terminato il liceo che già aveva iniziato la sua rapida carriera di letterato: nel 1927, la traduzione di Taras Bul’ba; nel 1928, la traduzione di Anna Karenina, i primi articoli di letteratura russa, auspice Augusto Monti, su «Il Baretti». Iscrittosi a legge per una specie di gesto polemico contro il letterato puro, in parte anche per non contrastare i desideri paterni, dopo un anno di puro mestiere letterario, riconosciuto l’errore, si era iscritto al secondo anno di lettere, per coltivare, con più severa e regolare disciplina, gli studi filologici. I professori con cui ebbe maggior dimestichezza furono, se ben ricordo, Augusto Rostagni, Arturo Farinelli, Ferdinando Neri, cui si rivolse per la tesi di laurea sul Maupassant, Matteo Bartoli e Santorre Debenedetti, del quale diventò più tardi amico, confidente e collaboratore, quando ideò la «Nuova Raccolta di Classici italiani» per Giulio Einaudi. Accanto alla scuola dei maestri, c’era la scuola dei compagni, più spontanea e immediata, forse anche più eccitante, che si svolgeva, senza orario prestabilito, sotto le arcate del cortile del palazzo universitario. Il gruppo dei più affiatati era composto, oltre che da Ginzburg, da Cesare Pavese, Massimo Mila, Giulio Carlo Argan, Carlo Dionisotti, Enzo Monferini, il filosofo della compagnia, Adolfo Ruata, e, qualche anno più tardi, Renzo Giua. C’era sì un altro filosofo, Ludovico Geymonat, ma faceva parte per se stesso, positivo e positivista, in continua polemica coi crociani, salvo a farsi arrestare, anche lui nel 1929, come firmatario d’una lettera d’omaggio a Croce per il discorso in Senato contro i Patti Lateranensi.
    Tra i compagni, Ginzburg godeva di particolare prestigio non solo culturale ma anche morale. La sua sicurezza era frutto non soltanto di una cultura più ampia e solida, più agguerrita di fronte alle tentazioni della buona figura a buon mercato, ma anche di una consapevolezza del proprio compito, già pienamente conquistata nell’età dei conflitti, delle lacerazioni, dei cedimenti. Se gli scritti da lui pubblicati non danno la piena misura della sua capacità di critico e di scrittore, sono ancor più inadeguati a rappresentare la sua personalità morale. La nostra meraviglia, mescolata talora all’affettuosa parodia, per la varietà dei suoi interessi culturali e la vastità delle sue informazioni, cedeva all’ammirazione incondizionata per il vigore delle sue convinzioni. Sui diciott’anni, la sua personalità era ormai pienamente formata. Leone era prima di tutto un uomo di carattere: sapeva quel che voleva. Sulle questioni di principio non aveva tentennamenti, e non c’era lusinga che riuscisse a smuoverlo da una decisione presa. In etica era un rigorista: non era disposto a concessioni per motivi di opportunità. Tra la morale della legge o della giustizia e quella dell’equità, egli propendeva certamente per la prima, ma la legge, ch’egli seguiva, era una legge interiore, intimamente creduta e sofferta, di cui egli stesso era stato con sforzo certamente doloroso, ma con mente lucidissima, legislatore. La sua moralità non aveva fondamenti oltremondani: per quanto rispettoso, da buon liberale, delle fedi altrui, non praticava alcuna religione, e non credo avesse mai avuto un’educazione religiosa. Del resto, il problema religioso non era un problema su cui ci si soffermasse volentieri, un po’ per pudore di scoprire i propri sentimenti o le proprie inquietudini, un po’ perché, uscendo dall’adolescenza, la crisi dei valori tramandati e familiari, accompagnata dal desiderio di farne tabula rasa e di costruire con le proprie mani il proprio edificio, coinvolgeva prima d’ogni altra cosa le credenze religiose. Non saprei meglio definire il carattere della moralità del nostro amico se non chiamandola kantiana: certamente le leggi che egli osservava gli si presentavano sotto forma di imperativi categorici, ovvero di leggi che debbono essere ubbidite incondizionatamente, senza alcuna considerazione delle circostanze in cui la legge viene di volta in volta applicata; al di sopra delle singole massime adatte ai vari casi della vita, egli aveva posto una massima fondamentale, la legge delle leggi, secondo la quale bisogna fare in ogni caso il proprio dovere per nessun’altra ragione che è il nostro dovere, indipendentemente da ogni considerazione di fini prossimi o lontani. La fonte di questa legge suprema era la coscienza morale, la propria coscienza morale, quel principio per cui ciascuno è legislatore di se stesso e da cui nasce l’autonomia della legislazione morale contrapposta all’eteronomia delle morali religiose o sociali [...].
    L’antifascismo di Ginzburg fu sin dall’inizio una manifestazione spontanea e conseguente delle sue convinzioni morali. Quando ci conoscemmo, tra i quindici e i sedici anni, egli era già antifascista convinto e irriducibile. Ricordo una delle prime volte che venne a casa mia, nell’inverno del 1925: gettando lo sguardo su una rivista illustrata ove era riprodotto un ritratto di Mussolini, pronunciò una frase sprezzante. Rimasi colpito per la sicurezza e la decisione con cui furono pronunciate quelle parole: a quel tempo io non avevo idee politiche precise; in una famiglia borghese e poco educata politicamente come la mia c’era, se mai, una propensione per il fascismo. Cominciarono presto le discussioni all’uscita di scuola (erano anni decisivi per la sconfitta delle opposizioni e per l’instaurazione del regime): Leone teneva testa ai filofascisti che andavano crescendo di numero e di faccia tosta, e lo poteva fare con una certa facilità perché, come ho già detto, era molto più informato degli altri, leggeva i giornali, si teneva al corrente e aveva un’idea personale degli avvenimenti, mentre noi generalmente ripetevamo cose sentite dire in famiglia o da compagni più anziani. Anche in queste schermaglie dimostrava la sua superiorità, cui tutti finivano per inchinarsi; nessuno osava rintuzzare con acrimonia le sue buone ragioni e tanto meno compiere gesti d’intolleranza.
    Non saprei dire quale fosse stato il primo ambiente in cui era maturata la sua passione antifascista: certamente, quando venne a Torino, il suo giudizio sul regime era già dato e scontato. L’ambiente torinese, in cui si trovò a vivere e con cui prese a poco a poco contatto, contribuì a rafforzarlo o a precisarlo. Tra i nostri professori di liceo, i due più autorevoli nel campo degli studi, Umberto Cosmo e Zino Zini, erano stati politicamente impegnati o addirittura militanti. Cosmo apparteneva al gruppo politico giolittiano; come neutralista aveva passato qualche brutto quarto d’ora per istigazione dei nazionalisti arrabbiati nel periodo di Caporetto; era stato addetto culturale all’Ambasciata di Berlino con Frassati nei primi anni del dopoguerra ed era assiduo collaboratore di «La Stampa». Zini, che proveniva dal socialismo positivistico della fin di secolo, si era schierato, essendo consigliere comunale a Torino, col gruppo dei comunisti, e aveva collaborato a «L’ordine nuovo»: un suo opuscolo filosofico del 1921, Il Congresso dei morti, in cui levava un grido di protesta contro l’inutilità delle guerre, gli aveva dato fama di disfattista, traditore della patria, sovversivo vitando. Era invece un uomo mite, distintissimo, con l’aria del gentiluomo colto e raffinato, un po’ assente, atteggiato a dignitoso distacco, disilluso: amava ragionare fra sé e sé, talché pochi lo seguivano con attenzione. Rimase nostro professore per tutti e tre gli anni del liceo, mentre Cosmo, destituito nel 1926, fu sostituito da un giovanissimo supplente: Franco Antonicelli. Né Cosmo né Zini ci parlavano di politica (del resto, neppure i professori filofascisti); ma la loro presenza era di per se stessa un ammonimento, una vivente smentita alle insolenze che venivano vomitate ogni giorno sugli oppositori (strano, ma i due professori migliori erano antifascisti), e un invito a non indugiare nel conformismo, a non lasciarci adescare dalla propaganda. Solo una volta – e fu nei primi mesi di scuola – Cosmo, entrando in classe col giornale spiegato, ci disse con voce accorata di aver appreso la notizia della morte di uno dei suoi migliori allievi, Piero Gobetti: un’impressione che non mi si è più cancellata dalla memoria. Eppure, allora non sapevo chi fosse Gobetti, forse non l’avevo mai sentito nominare. Solo Ginzburg lo sapeva e alla fine della lezione ce ne parlò.
    Leone era venuto in contatto con la tradizione gobettiana attraverso Augusto Monti, che insegnava italiano nella B. Monti aveva scoperto Ginzburg durante gli esami di ammissione al liceo, e non essendo poi diventato nostro professore (noi eravamo nella sezione A), aveva avuto con Leone contatti personali più diretti (all’inizio attraverso la biblioteca del d’Azeglio). Monti era stato amico di Gobetti e collaboratore di «La rivoluzione liberale»; aveva pubblicato pochi anni prima (1923), nelle edizioni di Gobetti, un libro, Scuola classica e vita moderna, che Ginzburg citava con ammirazione e ci incitava a leggere. In un passo, che io leggerò molti anni più tardi, Gobetti aveva scritto che «la rivoluzione liberale era sorta dall’incontro di quattro pensieri: il federalismo di Monti, il tradizionalismo di Ansaldo, la critica sindacale di Formentini e il liberalismo rivoluzionario di chi scrive». Quando arrivammo all’università, il gruppo gobettiano era ormai disperso: tra la nostra generazione e quella dei gobettiani c’erano sette o otto anni di distacco, tanti da rendere estremamente difficili e rari i contatti. Di quella generazione solo Franco Antonicelli, che avevamo conosciuto come supplente d’italiano in seconda liceo, si unì stabilmente a noi (anche lui abitava, come quasi tutti noi, nel rione della Crocetta), prese parte alle nostre riunioni, strinse saldissima affettuosa amicizia con Leone. Il nuovo gruppo che Monti raccolse nel 1928, e tenne riunito per qualche anno, comprendeva alcuni suoi ex allievi della B, come Pavese, Mila, Monferini, Tullio Pinelli, Remo Giachero, Vaudagna; Leone e me della A; compagni d’università come Argan; vecchi amici come Sturani; e in più Antonicelli. Ci si riuniva, una volta alla settimana, nelle prime ore del pomeriggio, al caffè Rattazzi, un locale piuttosto squallido, con pochi avventori, nella via omonima, allora morta. Monti ordinava regolarmente un capillaire e muoveva i fili della conversazione, che non era necessariamente politica. Il rigidissimo professore d’italiano era diventato ormai un compagno più anziano, fra tutti il più estroso e brioso: gli occhi, dietro lenti spessissime, che in classe, a sentir i suoi allievi, agghiacciavano come quelli del basilisco, erano vispi, sbarazzini, ammiccanti; il volto pallido, magro, scavato, immagine della severità, si distendeva ed animava, e il famoso cipiglio si apriva nella risata sbottante che accompagnava la conclusione di un aneddoto, di una storiella paesana, più che raccontata, recitata con gesti, frasi dialettali, qualche brano, quando occorreva, cantato con voce stentorea. La lezione del Rattazzi consistette, almeno per me, nel farmi toccare con mano il distacco tra la cultura accademica, che si fucina nelle scuole, e quella militante, che si forma tra compagni e maestri scesi dalla cattedra, intorno ai problemi vivi la cui soluzione richiede anche un impegno personale, e nel premunirci, tutti quanti, contro la malattia del sussiego.
    L’eredità gobettiana non ci appariva soltanto, attraverso Monti, un ideale da tramandare: era ancor viva, allora, l’ultima rivista che Gobetti aveva fondato alla fine del 1924, «Il Baretti». Monti, che ne era diventato di fatto l’animatore e il responsabile, era ben deciso a non lasciarla morire. Il gruppetto del Rattazzi servì anche a questo scopo con qualche abbonamento racimolato e soprattutto con la nuova leva di collaboratori giovanissimi – Ginzburg, Mila – che esso offrì alle pagine della rivista, via via sempre più abbandonate dai vecchi collaboratori e dai grossi nomi. Quando uscì l’articolo di Ginzburg su Anna Karenina fu un avvenimento. Gobetti aveva fondato, accanto a «La rivoluzione liberale», un foglio letterario come «Il Baretti», perché, destinato forse ad avere più lunga vita, avrebbe permesso al gruppo di collaboratori di non disperdersi e di accrescersi. Questa previsione non fu smentita dai fatti. Proprio nei suoi ultimi numeri, esso raccolse i primi scritti dei migliori rappresentanti della nuova generazione torinese, che si affacciavano alla vita culturale e politica, e fece da ponte tra due gruppi di persone che non si erano mai conosciute personalmente. Morto «Il Baretti», e non essendo più tempo da riviste di polemica politica, l’idea di una rivista culturale, scritta da antifascisti, non venne mai meno. Monti ha ricordato in un articolo, Einaudiana (su «l’Unità» del 2 gennaio 1959), il progetto di una rivista che avrebbe dovuto essere intitolata «La tavola rotonda». Ma non si andò molto al di là del titolo: chi l’aveva chiara in testa era solo Leone, che l’aveva ideata e ne andava parlando come se avesse già in tasca il primo numero.
    Dovevano passare alcuni anni, e maturare, insieme con gli eventi, i giovani del Rattazzi, perché il progetto lungamente accarezzato potesse diventare realtà. Solo nel 1934 uscirà, coi tipi della casa editrice Einaudi, allora allora fondata, «La Cultura», che ereditava della vecchia rivista di De Lollis – di cui Leone nel frattempo era diventato uno dei più ricercati collaboratori – null’altro che la testata, mutati quasi tutti i collaboratori e la redazione, diverso il formato non più di rivista universitaria ma di giornale a più fogli, agile, senza copertina, la periodicità diventata mensile da trimestrale, altro l’indirizzo, altri gli interessi, meno letteratura e più storia, meno erudizione e più attualità: una rivista militante per quel tanto di milizia che si poteva ancora esercitare sgusciando tra i reticolati della censura senza saltare in aria al primo passo (in aria, naturalmente, si saltò dopo un annetto, e i redattori andarono a finire quasi tutti in prigione). Era quel tipo di milizia che lo stesso Gobetti si era proposto quando aveva detto, nell’introduzione a La rivoluzione liberale, che la nuova generazione avrebbe dovuto essere una generazione di storici. Non credo che allora pensassimo alla frase di Gobetti. Ma Ginzburg, che sapeva quel che voleva, ebbe sempre chiara l’idea che il primo dovere dell’intellettuale antifascista fosse quello di coltivare seriamente gli studi umanistici per non lasciare il vuoto tra il passato che stava per essere seppellito e la rinascita futura (che a noi non sembrava più così imminente come a coloro che avevano combattuto a viso aperto), e di dare, tra gli studi umanistici, la preferenza alla ricerca e alla riflessione storica che sola avrebbe permesso di rendersi conto degli errori del passato, della decadenza del presente e dei rimedi necessari per uscire da questa senza ricadere nei primi. Ginzburg impersonò molto bene l’ideale della generazione di storici, il cui avvento Gobetti aveva pronosticato. Non a caso, nel momento in cui fu più libero dalle cure editoriali, sentendo avvicinarsi il momento della catastrofe, pensò di esercitarsi in una serie di riflessioni sul Risorgimento, proprio come aveva fatto Gobetti, se pur con una preparazione accademicamente più ortodossa. In fondo, non tanto Gobetti, impegnato fino all’ultimo respiro nella lotta politica diretta, polemista acceso, più abile a impugnar la frusta che a maneggiar la bilancia, amante dei giudizi taglienti, delle sintesi rapide, storico per necessità, moralista per vocazione, quanto lui, Leone, sarebbe potuto essere lo storico preannunciato, lui che si era fatto le ossa sui classici, aveva letto Croce e Omodeo, e procedeva sul difficile terreno della ricerca protetto da una buona armatura di studi filologici.
    La continuità dell’ispirazione e del pensiero politico gobettiano in Ginzburg sarà evidente a chi leggerà i pochi scritti politici che di lui ci sono rimasti. A parte il fatto che uno di questi scritti è dedicato ad una analisi del Paradosso dello spirito russo, che rivela, tra l’altro, la comune ammirazione per Trockij (di cui Leone tradurrà gran parte della Storia della rivoluzione russa), Ginzburg fece sua, come Gobetti, la concezione etica del liberalismo, quella concezione che sarà poi esposta e canonizzata dal Croce col nome di «religione della libertà». Era ormai illanguidita la concezione giuridica del liberalismo come teoria dei limiti del potere dello Stato, o per lo meno messa in disparte dal sopravvivere delle ideologie democratiche per le quali, una volta che il potere fosse stato distribuito a tutti, non ci sarebbe più stato bisogno di limitarlo. Il lievito perenne del liberalismo si manifestava nell’idea che la caratteristica dell’etica moderna, contrapposta all’antica, consistesse, com’è stato detto recentemente con felice espressione, nell’essere un’etica agonistica, ovvero un’etica fondata sul principio che progresso morale e civile si dia soltanto là dove la massima libertà di espansione dell’individuo, consentita dagli obblighi della pacifica convivenza, rende possibile l’antagonismo in tutte le forme, politico, economico, sociale, religioso, culturale. Se non si riesce a cogliere questo particolare aspetto dell’idea liberale, elevata a concezione del mondo e della storia, non si può comprendere l’insistente fedeltà a questa tradizione di uomini come Gobetti e Ginzburg, che avevano rotto ogni rapporto col liberalismo politico dell’Italia postrisorgimentale, né la influenza di Croce sui gruppi antifascisti delle più giovani generazioni, che non ne condividevano affatto il conservatorismo politico, insomma su uomini che erano, in politica, non liberali, ma democratici. Di fronte a un fascismo che aveva soffocato nella violenza la lotta politica, questa concezione etica del liberalismo diventava l’antitesi più diretta ed evidente di ogni forma di dispotismo, l’espressione più nobile della resistenza alla tirannia. Si può dire che non si poteva essere conseguentemente, radicalmente, antifascisti senza essere in questo senso liberali.
    Nel campo più strettamente politico e istituzionale, Ginzburg raccolse di Gobetti, attraverso Cattaneo, l’amore per le autonomie locali, per la cosiddetta sovranità dal basso, per quella libertà minuta, popolaresca, che non può essere conservata se la gente, come diceva Cattaneo, non ci tiene sopra le mani. Di qua la critica ai vecchi partiti diventati macchine troppo pesanti, manovrate da oligarchie ristrette, la preferenza data ai sindacati come strumenti di lotta politica, e la speranza riposta nei consigli operai. L’idea del decentramento era stata un motivo costante del radicalismo politico, e in definitiva l’espressione della prevalenza del politico sull’economico, con cui il radicalismo, per quante concessioni facesse sul terreno della questione sociale al socialismo, non sarebbe mai potuto confluire stabilmente nel movimento socialista. Anche in questo atteggiamento di sospetto verso il socialismo Ginzburg percorreva la strada aperta da Gobetti, in una direzione che sarà una delle componenti storiche del Partito d’azione. Infine, gobettiana fu l’intransigenza antifascista, la resistenza al fascismo come fatto morale prima che politico, come valore culturale oltre che politico. Coi fascisti non era possibile alcun compromesso: la lotta era lotta, e non si poteva essere che vincitori o vinti. Era un antifascismo fatto di disdegno, di fierezza d’essere dalla parte giusta, senza risentimenti o acredine per fatti personali (la nuova generazione non si sentiva sconfitta per la semplice ragione che non aveva combattuto e aveva trovato il fascismo già installato nei posti di comando), ricco della tradizione risorgimentale e della lunga pratica delle civili libertà che al Risorgimento era seguita, senza infatuazione per il recente passato che era passato ed era stato sommerso anche a causa dei propri errori, nutrito di quella cultura storica, umana e umanistica che permetteva di distinguere, senza possibilità di sbagliarsi, la civiltà dalla barbarie, i germi di progresso da quelli di decadenza, la durevole conquista dall’avventura, il pensiero dalla retorica.
    Gobetti rappresentò la fase di rottura, con più entusiasmo che speranze, Ginzburg quella della preparazione lenta, circospetta, paziente, ma alimentata da una speranza ostinata; il primo, il momento della lotta rapida, disperata, che brucia in due anni tutte le energie di una vita, il secondo, il momento dell’organizzazione meticolosa, a lunga scadenza, ogni giorno un esile filo, salvo a ricominciare il giorno dopo con un filo ancor più esile, se il primo si spezza; l’uno, lo spirito delle crociate, l’altro, delle catacombe. Furono entrambi risvegliatori di coscienze, stimolatori di energie, animatori instancabili ed ascoltatori, maestri di vita fra i diciotto e i venticinque anni, scrutatori di anime, moralisti senza debolezze, letterati sino al midollo, ma insieme uomini vivi a contatto con altri uomini vivi. Eppure furono, per temperamento, diversissimi: Gobetti incandescente, Ginzburg rigido e pacato; tanto l’uno fu agile nella concezione e nell’esecuzione, tanto l’altro era lento e circospetto. Certo, non si può paragonare l’opera scritta di Gobetti a quella di Ginzburg, non soltanto per il timbro diverso – la prima è quella di un politico letterato, la seconda di un letterato politico –, ma anche, e soprattutto, per la diversa importanza storica: la prima dà l’impressione di una fioritura meravigliosa, di un progetto pienamente realizzato, l’altra è rimasta un abbozzo, un progetto incompiuto. Chi legge le opere di Gobetti, non ha bisogno d’altro, tanto esse sono rivelatrici del suo ingegno; i pochi scritti di Ginzburg, invece, sono una trama leggera e rada, che dev’essere riempita dalle tracce lasciate dall’opera non scritta, dai ricordi sull’uomo, sulla sua figura morale e intellettuale, sul vuoto che lasciò attorno a sé, in breve da una orditura di eventi che non si sono trasformati in parole stampate.
    Di fronte a chi muore di morte prematura e violenta si suol dire, a guisa di consolazione, che la vita aveva concluso ormai il suo ciclo e il destino era compiuto. Ma dinnanzi alla morte di Ginzburg, una simile consolazione non è possibile: sarebbe una stoltezza o una viltà. L’ultima lettera di Giaime Pintor è una conclusione; anche l’ultima poesia di Pavese. Ma l’opera di Leone è rimasta tragicamente incompiuta, e nessuno ha udito le sue ultime parole. Spesso tra amici ci sorprendiamo a domandarci: “Quale atteggiamento avrebbe assunto Leone?”, oppure, con un senso di trepidazione: “Che cosa sarebbe diventato Leone?”. Questo è il segno che la sua morte ha lasciato un vuoto, che questo vuoto non è stato più colmato e, dopo, non siamo stati più come prima. Sappiamo anche che il prezzo pagato è stato troppo alto, e non ci sarà restituito. La sua morte ci ha fatto apparire ancor più forsennato il furore degli uomini, ancor più abiette le ideologie di sangue e di strage che l’hanno scatenato, ancor più truci i volti dei fanatici incontrati sulla nostra strada, ancor più orrendi e inespiabili i massacri senza fine e senza scopo. E nulla, nulla abbiamo fatto di fronte al male che è stato compiuto. I gesti stupendi, come quello di Giaime, le nobili vite, come quella di Leone, sono stati inghiottiti dal mare della storia, sempre in burrasca; un relitto si erge per un attimo sulla cresta dell’onda, e poi è sommerso; ricomparirà per un altro attimo più avanti, ma tra un’onda e l’altra c’è solo furia, squallore, paura e impotenza. E non possiamo chiedere conto a nessuno. A chi chiedere conto della morte di Leone? Parole grandi come Dio, Storia, Spirito del mondo, o Natura (la Natura di Leopardi, che egli amava), ci sembrano parole troppo grosse per un fatto in fondo così piccolo, quotidiano, come la morte di un uomo; concetti troppo alti, astratti e astrusi, per un evento così terra terra, che si ripete ogni giorno tra l’indifferenza o il fastidio degli spettatori. Ma Leone è morto senza dire la sua ultima parola, senza dire addio a nessuno, senza concludere la sua opera, senza lasciarci un messaggio. Per questo non possiamo rassegnarci; né perdonare. È morto solo, come se non avesse più nulla da dire. E invece il suo discorso era appena cominciato. Gli siamo grati della lezione di umanità, di nobiltà, di coraggio, di serenità, di fiducia nella vita, di fermezza nella tragedia, che egli ci ha lasciata. Ma avremmo voluto averlo ancora con noi.
    Son passati ormai molti anni, ma il timbro della sua voce, il suo sguardo, il suo modo di parlare e di ridere sono rimasti vivi nella mia memoria, come se l’avessi salutato ieri per l’ultima volta. Se lo richiamo alla mente, mi sorprendo di sentirlo così vicino, così presente, così accanto a me, dentro di me, come se fosse diventato parte di me stesso. Lo ritrovo in ogni passo della mia vita, nella mia continua sorpresa di essere ancora vivo e di aver fatto tante cose, buone e cattive, dopo di lui e senza di lui. La vita mi è apparsa sempre non come un tutto continuo, ma come un insieme di attimi staccati, emergenti dallo spessore opaco e indifferente del tempo: non so come dire, scintille che nascono, sì, dallo stesso ceppo, ma indipendenti le une dalle altre, senza alcun rapporto tra loro, ciascuna colla sua luce, più o meno fioca. La mia vita non è altro che tre o quattro di queste scintille: una di queste è stata accesa da Leone, e, per quel poco lume che ha dato, la luce era anche la sua.

Norberto Bobbio

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Originariamente apparso come Introduzione agli Scritti di Leone Ginzburg, Saggi, 1964.

Foto: Archivio famiglia Ginzburg

 

I libri di Leone Ginzburg nel catalogo Einaudi


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