Einaudiani

Guido Davico Bonino su Daniele Ponchiroli


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In preparazione degli 80 anni della Giulio Einaudi editore, fondata il 15 novembre 1933, vi proponiamo una serie di ritratti d’autore di alcuni dei grandi che hanno fatto la storia della Casa editrice. Tocca a Daniele Ponchiroli, raccontato da Guido Davico Bonino.

Gli altri ritratti di «Einaudiani» li trovate qui.

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Guido Davico Bonino racconta Daniele Ponchiroli

    La viltà che mi prende ogni volta che vengo a sapere che un amico è incappato nella malattia che non perdona agì puntuale anche nel caso di Daniele Ponchiroli (naturalmente, mi dissi a più riprese che avrei dovuto ecc. ecc.; naturalmente, mi risposi, senz’indugio, che avevo un numero spaventoso d’impegni, ecc ecc.). Ora lo guardo mentre riempie la pipa vòlto di tre quarti, in uno di quei giacconi invernali a casacca, grazie a una foto di Giulio Bollati, fotografo dilettante di grande garbo: ma il guardarlo lì, su uno scaffale del mio studio, non attenua il rimorso.
    Nato a Viadana in quel di Mantova nel 1924, Ponchiroli è morto a Viadana nel 1979. È stato il caporedattore della nostra casa editrice. C’era entrato su invito di Bollati, che era stato suo compagno di studi alla Normale di Pisa e che, prima di lui, nel ’54, aveva ricoperto quella stessa carica. Detto così, è come non dir niente. Allora voglio aggiungere – tanto per tentare di spiegarmi meglio – che è stato, con Bollati e Calvino, uno dei tre uomini-chiave della casa editrice. Se uno dei tre non ci fosse stato (mi riferisco al periodo coperto da questo libro), la casa editrice non sarebbe stata: uso, con piena consapevolezza, la forma intransitiva.
    Ponchiroli aveva come compito di coordinare la redazione e quella parte di redazione «in seconda», che era l’ufficio correttori. Allora l’Einaudi ne contava sino a una dozzina; un lusso, certo non uno spreco: era assai raro che un nostro libro contenesse un errore tipografico. Alla guida dei correttori c’era un uomo dolce e buono, Nino Colombo, anche lui scomparso prematuramente, per uno stupido incidente stradale. Colombo si esemplava – fatte salve le proporzioni – su Ponchiroli a perfetta immagine e somiglianza. Aveva assorbito il gene di Ponchiroli e lo aveva inoculato nella sua magnifica squadra di ragazzi e ragazze. E questo era il gene della precisione.
    Non ho mai conosciuto una persona altrettanto precisa di Daniele Ponchiroli. Questa precisione cominciava dalla calligrafia: piccola, regolare, uniforme, di una sorprendente chiarezza. Qualunque nota, promemoria, appunto di Ponchiroli – e nel corso della giornata ne vergava di continuo – era di lettura immediata e non necessitava di alcuna battitura a macchina. Daniele ne teneva un esemplare, ne faceva una o più copie a mano per gli interessati, a cui le portava lui stesso, senza servirsi di fattorino o segretarie. A conservarli uno a uno si aveva a fine giornata il «giornale dei lavori» dell’azienda. Ma era pleonastico, perché lui, ogni sera, prima di staccare, metteva a punto un diario della giornata stessa.
    «Calvino è tornato ieri da Parigi. Ci va sempre più spesso. Dice ad ogni ritorno: “Io che non amo solitamente il prossimo, lì mi ci sento bene, è come se la gente intorno, anche se non so chi sia, mi fosse amica…”. Secondo me Italo, prima o dopo, ci va ad abitare» «È venuto daccapo a trovarmi quello sgonfione di F. S., che preme perché gli pubblichiamo al più presto i suoi studi di storia della sociologia. Ma i sociologi servono davvero a qualcosa?» «Cerati è soddisfatto dell’annata che si è chiusa. Abbiamo ridotto la produzione e aumentato la vendita libraria, pur avendo contenuto gli investimenti pubblicitari ad appena un quarto dell’anno precedente». «Ho letto il diario della moglie di D. T. È molto bello ed è anche di un notevole livello letterario. Linder, che lo tratta, mi ha detto che bisogna stare attenti: c’è un sacco di gente che potrebbe citarci per diffamazione. Einaudi dice che si possono cambiare i nomi. Bollati obbietta che, anche se li cambiassimo, restano pur sempre le persone». «Einaudi ha fatto una sfuriata: dice che dobbiamo qualificarci culturalmente con le strenne più di quanto non sia stato fatto quest’anno, in cui non ci siamo imposti con i librai, perché abbiamo battuto le vecchie strade, senza aver avuto nessuna idea nuova…» «Davico è arrivato tardi alla riunione di redazione di stamane, perché sua moglie ha dato alla luce un maschietto. Si chiama Paolo: l’infante e la madre stanno bene tutt’e due».
    Questi sono alcuni dei foglietti di Daniele, che ho ritrovato in una vecchia busta. Non ho mai avuto la mentalità dell’archivista, nonostante la mia mania dell’ordine: ho distrutto molti miei scritti (e ho fatto bene, perché superflui), ma ho talvolta eliminato scritti altrui e, come in questo caso, ho gravemente sbagliato. A mia discolpa il fatto che Daniele era ben altro che il solerte cronista della nostra artigianale quotidianità. Era, in prima istanza, un eccellente studioso. Un filologo esigente come Contini non avrebbe mai affidato la cura del Canzoniere del Petrarca (1964) ad un incompetente. Ma prima d’allora il Ponchi – così, tra noi interni – aveva allestito accuratissime edizioni del Milione (1954) e dopo delle Rime del Della Casa (1967). Per non dire del poderoso lavoro a fianco di Muscetta per la messa a punto del Parnaso italiano: 13 anni di costante, ostinata applicazione  (1956-69) per 15 mastodontici volumi pari ad oltre 17.000 pagine.
    C’erano poi intere collane che aveva ideato, diretto e curato lui (nel senso di un ferreo controllo degli apparati dei curatori singoli) come le «Letture per la Scuola Media», quattordici anni di lavoro tra Il taglio del bosco di Cassola (1965) e C’era due volte il barone Lamberto di Rodari (1979), cinquantatresimo e ultimo titolo sotto la sua supervisione (la collezione visse sino al 1989, e fu un vanto di via Biancamano, prima di passare a Milano  ad un altro editore: o come i «Libri per ragazzi», che guidò per diciott’anni (1959-77), pari a sessantasei titoli: uno era opera sua (naturalmente sotto pseudonimo!), Le avventure di Barzamino, sia nel testo che nelle illustrazioni, e due erano state illustrate da lui, con lo stesso pseudonimo, Franco Bedulli, cioè Il tramviere impazzito di Marina Jarre e Le storie di Papà di Augusto Monti.
    Probabilmente il mondo dell’infanzia rappresentava per Ponchi un’oasi di quiete e di silenzio rispetto all’affanno e all’inquietudine, che tutti noi (ed io devo aver avuto in merito delle pesanti responsabilità) suscitavamo senza rendercene spesso conto, intorno e in lui. Infatti quest’uomo, di una lindura nel tratto, come nelle scritture, incomparabile, era capace – nella sua umbratile sensibilità – dei turbamenti più diversi, grandi o piccoli che fossero. Lo scrivo con la stessa tenerezza e partecipazione con cui tutti noi, suoi amici prima che colleghi, abbiamo vissuto al suo fianco. La precisione, per cui – ripeto – rifulgeva, era di certo nella sua mente il risultato di una costante «rimessa in ordine» dell’offensivo disordine degli altri. Anche quel giornale di bordo, quel diario a metà tra pubblico e privato era una testimonianza del suo continuo impegno a riequilibrare ciò che lui, immerso nella convulsa attività di un collettivo intellettuale, avvertiva come disequilibrato.
    Se nella nostra piccola cerchia non riuscivamo spesso ad avvertire il tumulto che lo agitava, ancor meno questo poteva essere percepito dalla turba degli «esterni», cioè dagli autori che costellavano con le loro talvolta inattese incursioni la nostra esistenza «laboratoriale».
    Ponchiroli rappresentava infatti il pacifico polo d’attrazione, l’approdo sicuro per una congerie pittoresca di narratori e saggisti, che era talvolta assai distante da lui (o da ciò che lui s’imponeva d’essere). Ponchiroli avrebbe preteso che l’opera che veniva affidata alle sue cure, fosse, anche nelle sue esterne fattezze, la più composta possibile: in parole povere, vagheggiava d’avere sulla scrivania dei dattiloscritti (così allora usava) d’impeccabile fattura. E, invece, sembrava che i più disordinati tra i nostri autori si ostinassero a fargli la corte.
    Pubblicammo per vari anni scritti di Danilo Dolci. Forse perché nascevano dal vivo di un’esperienza civile combattuta e combattiva, le opere dell’educatore di Partinico arrivavano sulla scrivania di Daniele in condizioni riprovevoli: ho visto con i miei occhi l’autore, già in procinto di congedarsi da Daniele (era il 1974), estrarre da un’immensa tasca dei pantaloni (Dolci era tutto grosso di suo) un ennesimo mannello di liriche (forse l’ultima sezione?) di Poema umano. Ponchiroli si tendeva nelle linee del volto sino allo spasimo, si vedeva che questo era per lui peggio che un insulto: l’idolo dell’Ordine – per cui tanto e tanto faticosamente lottava – era profanato. Poi, con uno sforzo supremo, si ricomponeva, tentava persino un timido sorriso, e se ne usciva con una formula che aveva qualcosa di propiziatorio: «Vedrò di fare tutto il possibile…»
    Solo una volta mi parve non riuscire a controllarsi sino in fondo. Fu con un autore che prediligeva, e che tutti noi amavamo molto, anche per la generosa battaglia che conduceva, l’urbanista Antonio Cederna. Al suo secondo libro con noi, La distruzione della natura in Italia (si era nel ’75), Cederna se ne arrivò con tre sacche, ciascuna delle quali conteneva una sezione dell’opera. Solo lui, tuttavia, conosceva l’ordine delle sezioni (si era dimenticato di preparare un indice): e solo lui, di certo, aveva chiaro come, al loro interno, andassero disposti i singoli contributi. Quello che Ponchiroli e io vedevamo, all’aprirsi di ogni sacca, era una congerie di scritti di mole e natura diversa: estratti di rivista, saggi, dattiloscritti, articoli di giornale tagliati alla buona e con ammennicoli spurii. Insomma, eravamo dinnanzi, più che a un libro, ai materiali per costituirlo. A rendere tutto più difficile, c’era la nervosa agitazione del Cederna, che era simpaticamente confusionario di suo. Tra lui e Ponchirolì s’avviò allora una buffa pantomima, degna dei fratelli Marx, con estratti che cadevano, fogli che volteggiavano; finché Daniele, guardandomi implorante negli occhi, se ne uscì con un sospiro: «Vedrò di fare tutto il possibile… ma non so se ce la farò!»
    Quando capitavano «disguidi» come questo (che erano capaci di gettarlo nello sgomento, anche se ne erano responsabili amici carissimi, come appunto Cederna), occorreva confortarlo invitandolo a rievocare la stagione d’oro dei redattori «praticamente perfetti» (la formula era sua). E il perfettissimo (se si fosse potuto usare il superlativo di un superlativo) era il suo vecchio amico: «Pensate che Effe Elle riceveva il manoscritto di una traduzione, poniamo di un trecentosessanta cartelle. Con lui non c’era rischio di sbagliar lingua, perché ne praticava sedici. Lo tratteneva per una mezza giornata. Poi te lo restituiva con un foglietto bianco scritto a mano, su cui potevi leggere: “Effe Elle ha esaminato un campione di questa traduzione, giudicandola mediocre. Egli ritiene di poterne rivedere una ventina di cartelle per giornata lavorativa e prevede perciò di poterla consegnare entro diciotto giorni lavorativi. Attende in proposito conferma”. E a diciotto giorni da quando gli davi il via – weekend esclusi, si capisce – potevi scommetterci che ti trovavi il lavoro finito sul tavolo…» Effe Elle era Franco Lucentini, che […] feci appena a tempo a conoscere, insieme al suo già inseparabile collega e amico Carlo Fruttero, nel mio trimestre di prova, nell’autunno ’61. L’abbandono dei due, sedotti da Mondadori, fu per Ponchi un duro colpo, perché perdeva d’un tratto due redattori «di quelli d’una volta», giacché anche Fruttero era «praticamente perfetto».
    Forse anche per queste ed altre «fughe» a Daniele sembrò (a torto o a ragione) di non reggere più al ritmo, certamente a tratti indiavolato, del nostro lavoro. Chiese ed ottenne di lavorare a casa, che per lui voleva dire la natale Viadana. Aveva in mente un suo progetto: la ripresa, secondo una rigorosa spartizione in volumetti singoli, del tutto autonomi, dell’autorevole collana dei Classici Ricciardi: «Ho esaminato 51 volumi Ricciardi, da cui ho cavato 169 titoli, per un totale di 47.471 pagine» (questo appunto autografo dice tutto di lui). Sembra impossibile, ma riuscì ad allestirne 100, dalle Operette morali leopardiane agli Ultimi consulti del Sarpi, in soli tre anni, dal 1976 al ’79, l’anno della sua scomparsa.

Guido Davico Bonino

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Tratto da Incontri con uomini di qualità. Editori e scrittori di un’epoca che non c’è più (Il Saggiatore, 2013). In alto la copertina del volume, da pochi giorni in libreria.

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