Un giorno Nathan Mirsky viene informato che suo fratello maggiore Daniel, un tempo orgoglio della famiglia ma ormai perso in un mondo di degrado e droga, è morto a San Francisco, apparentemente in uno scontro a fuoco. D'impulso decide di lasciare la compagna e il lavoro per scoprire qualcosa di più sulla fine del fratello.
Insieme a lui parte anche il padre Sol, un sopravvissuto ai campi di sterminio, uomo silenzioso e severo che ha dedicato la vita a fabbricare scarpe e a catalogare le storie delle vittime della Shoah, l'una e l'altra cosa con la medesima esclusiva solennità.
Ripercorrendo gli ultimi giorni di Daniel, i due uomini sono costretti a fare i conti con il dolore, la rabbia e i silenzi che li hanno allontanati probabilmente per sempre. Ma reggendo tra le braccia le ceneri del figlio, del fratello, dovranno imparare a convivere con il peso della memoria e la leggerezza del corpo.
Il peso del corpo di Ehud Havazelet è per il Chicago Tribune «Un risultato notevole da uno scrittore di raro talento. Un testo dolente e magnifico, aperto a molteplici letture». Per il New York Times è semplicemente «Straordinario».
Ce ne parla l'autore in un'intervista esclusiva.
Il peso del corpo prende le mosse da un evento luttuoso, la morte violenta del quarantatreenne Daniel Mirsky il cui effetto è riunire dopo molti anni i membri ancora viventi della sua famiglia – il padre Sol e il fratello minore Nathan – e mostrare così che i due uomini sono ancora, e probabilmente saranno per sempre, incapaci di comunicare. Sol è un superstite dei campi nazisti, Nathan un giovane medico rabbioso e dedito agli eccessi. E la mia domanda è: esistono dolori – la perdita di un figlio o di un fratello, le tragedie della storia – che non si possono superare? È il peso del passato a gravare sui Mirsky fino a farne una famiglia per sempre disfunzionale?
Penso di no, e spero sia il romanzo a mostrarlo – sempre che lo si legga fino in fondo… Più di ogni altra cosa, il romanzo parla della difficoltà di comunicare in modo aperto e onesto, persino – anzi, soprattutto – con chi ci sta più vicino. Alcuni fardelli, come quelli che lei cita, sembrano talmente insopportabili da non poterne parlare; ma il peso di queste memorie taciute, di queste colpe e di queste perdite trova, attraverso il silenzio, una via per raggiungere le persone che ci amano, divenendo così il loro ineffabile fardello. Parlare è facile; comunicare, ascoltare davvero, aprirsi davvero, è molto più difficile.
Quelli di Il peso del corpo sono personaggi indimenticabili: compiuti, multidimensionali, sempre credibili, anche nelle loro contraddizioni. Qual è la loro origine? È nato prima un certo personaggio che si è sviluppato di forza propria, via via plasmando e orientando le vicende degli altri intorno a sé (penso a Daniel in particolare…), oppure sono stati tutti presenti fin dall’inizio, agendo e interagendo sulla scena come pezzi su una scacchiera?
Una domanda difficile. Nel dibattito sui confini tra narrativa e autobiografia io sto risolutamente da entrambe le parti. Intendo dire che tutta la narrativa, per quanto inventata, bizzarra possa essere, ha le sue fonti nei pensieri, nelle esperienze, nelle sensazioni e, sì, nei ricordi che portiamo in dote a quanto scriviamo. E che persino il tracciato più meticoloso di una vita vissuta è esso stesso un manufatto creato, in ciò che viene incluso, omesso, evidenziato, represso, dimenticato.
Avendo tre sorelle – un peso terribile per me quando ero un ragazzino – ho sempre voluto un fratello. Il primo libro che sognai di scrivere 25 anni fa avrebbe dovuto essere su un fratello, e persino allora sapevo che la relazione, se mai l’avessi scritto davvero, sarebbe stata difficile. C’era un ragazzo più grande che conoscevo appena di nome, Mike Fink, che davvero correva a piedi nudi per i corridoi del liceo ebraico che frequentavo. Il cappello, credo, è vero, anche se il segno della pace è una mia aggiunta. Ho sempre pensato che fosse un gran fico, anche se lui, se mai si trovasse a leggere queste righe, non avrebbe la minima idea di chi io sia.
Daniel nasce in parte dal mio arrivo alla Columbia nel 1973, dopo il picco delle proteste e quando la guerra in Vietnam, pur con il suo strascico di sangue, era prossima alla fine. Tutti noi di quella generazione sentivamo di esserci persi la cosa vera – e di nuovo tornava utile l’immaginario di un fratello più grande.
Sol è una propaggine del padre nel mio libro precedente, Like Never Before, che era una propaggine più diretta di mio padre. Pochi eventi in quel libro, e nessuno in questo, sono autobiografici, sebbene alcune emozioni possano essere fatte risalire ad altre simili nel mio rapporto con lui.
Abby era un personaggio di un’altra storia di cui mi ero innamorato e su cui avevo bisogno di scrivere di più.
All’uscita di Il peso del corpo lei aveva già al suo attivo due acclamate raccolte di racconti. Quali differenze ha comportato per lei il passaggio dalla misura breve del racconto a quella lunga del romanzo?
Like Never Before è una serie di storie intrecciate, punti di vista rifratti, interpretazioni contraddittorie di avvenimenti. Le storie migliori della raccolta stavano anche diventando sempre più lunghe. È semplicemente – forse troppo semplicemente – che la tela sembrava diventare più larga, come penso succeda a un artista che, concependo un dipinto, ne immagina le dimensioni, o a un musicista che del suo pezzo farà una sonata o piuttosto una sinfonia. Il campo in cui vedevo muoversi queste persone – analogie grandiose a parte – era più vasto di quello iniziale.
Una delle cifre costanti del romanzo sembra essere la morte, e la sua relazione con il corpo. La morte tocca tutti: Daniel, naturalmente, ma anche Sol (una morte tristemente evitata, la sua, ma iscritta nel corpo, attraverso un numero sul braccio); suo fratello Chaim (che incarna la morte sacrificale); Abby (l’attrazione verso la morte su un corpo fragile) e, in modi più complicati, Nathan. Qual è il peso del corpo che tutti loro devono portare? Un corpo collettivo? Una memoria collettiva?
Ah, la grande domanda... Pur non vedendomi proprio come uno junghiano, penso tuttavia che alla maggior parte di noi (negli Stati uniti, almeno) piaccia pensarsi come agenti liberi, senza restrizioni, proiettati in avanti e inevitabilmente in alto. Ma è più vero dire che non siamo fatti solo delle nostre aspirazioni ma anche dei nostri ricordi e, persino più nel profondo, delle esperienze – raccontate o mute – di chi è venuto prima di noi, quelli che ci hanno cresciuto e quelli che hanno cresciuto loro, che li hanno introdotti in un mondo oscuro o pieno di speranza, ottimista o traditore. La storia quindi per me ha un peso, e questo è ugualmente vero quando parliamo del ricordo relativamente leggero di un bacio nella Signora Dalloway (dove Woolf mostra brillantemente quanto peso c’è nella leggerezza) o dei ricordi indelebili di un passato che comprende guerre, tradimenti, perdite. Le persone nel mio libro portano tutte un peso che è stato dato loro e che non capiscono. Tutte hanno bisogno di imparare a perdonare, se stesse prima di tutto, e questa è di solito la più dura lezione che ci sia.
Molti passaggi in Il peso del corpo hanno una singolare qualità visiva, specificamente fotografica. Alcune immagini catturano il lettore e permangono nella sua sensibilità ben oltre le parole. Penso a Sol Mirsky che cammina nella calura di San Francisco con indosso un cappotto grigio cenere troppo pesante e in mano le ceneri del figlio, un cappotto che non si può levare, ceneri che non si possono deporre. O alla montagna di scarpe distrutte nella fabbrica di Sol, i suoi due figli sorridenti e spavaldi accanto, e lo sgomento che si dipinge sul viso del padre sopravvissuto ai campi, prima di trasformarsi in odio. Immagini come queste sono così potenti da stagliarsi sulla pagina con forza autonoma. Sono loro a sorgere per prime e a ispirare una storia che le illustri, o il processo è inverso?
Domanda affascinante, impossibile rispondere, ma ci proverò. Scrivere è un po’ come un dialogo tra il cervello attivo (a caccia di fatti, pianificatore di intrecci) e quello passivo o inconscio (dove nascono le immagini senza esser state necessariamente evocate, dove la confusione e l’illuminazione lottano ogni giorno). Se avessi pensato troppo presto all’immagine delle scarpe nel magazzino l’avrei certamente schiacciata – senza un sostrato di storia dei personaggi alle spalle sarebbe sembrata ridicolmente ambiziosa e portentosa (a volte temo ancora che lo sia), una riduzione di tutto l’orrore dell’Olocausto a un trucco letterario di gran lunga troppo astuto. Ma quando mi venne davvero in mente – e non riesco a ricordare esattamente quando; probabilmente potrei trovarne traccia nei miei appunti – mi lasciò comunque vacillante, ma ora con un pensiero in testa: Forse lo posso fare. Forse posso farlo funzionare. Almeno adesso ci posso provare.
Frank O’Hara diceva di Yeats che alla fine della vita il poeta era come un aspirapolvere: tutto ciò che vedeva durante il giorno finiva in una delle sue grandiose ultime poesie. Penso che scrivere abbia a che fare con la ricettività non meno che con la lingua, l’esperienza, la storia. E in quei fortunati intervalli in cui scrivi bene, sei completamente aperto al mondo, tutto può entrare, molto può essere usato. La scena di Sol in chiesa, per esempio, mi venne in mente quando mia moglie e io stavamo camminando per San Francisco, dove eravamo andati principalmente a esplorare gli squallidi quartieri dove viveva Daniel e dove stavano Sol e Nathan, e guardai in alto e nell’aria vidi la croce di pietra della chiesa. Entrammo e c’era musica d’organo e, proprio là, il crocifisso. In un altro giorno non avrei mai guardato su né sarei mai entrato in chiesa.
Ancorché affascinante, il personaggio di Nathan – con la sua rabbia, la sua autodistruttività – è fra i più complessi del romanzo, e forse il più difficile da amare. Che cosa significa e che cosa comporta affidare un ruolo fondamentale a un personaggio con tante ombre?
Be’, Nathan non è certo il preferito dai più (sempre che lo sia da qualcuno…) Il mio editor, la mia agente, mia moglie, a modo suo il mio cane, tutti hanno sollevato obiezioni. Per quel che mi riguarda, due cose vanno dette in risposta. I personaggi hanno tutti grossi problemi, dal primo all’ultimo. Alcuni di questi problemi possono risultare più accessibili, o spiegabili, o perdonabili di altri. Il problema di Nathan era di un tipo molto specifico e io ho tentato di darne un quadro più onesto possibile. Suppongo – ma non ne sono affatto certo – che mi piacerebbe sapere tutti i miei personaggi universalmente amati, ma si dà il caso che la vita non ci offra questa scelta, e perciò ho deciso di non farlo neanch’io.
In secondo luogo c’è il fatto, fondamentale alla sua ideazione, che a dispetto dei suoi infiniti fallimenti, per quanto violenti e distruttivi essi siano, Nathan – ai miei occhi – vuole fare meglio. Le ferite che infligge lo fanno star male, anche fisicamente, soprattutto nella misura in cui non capisce, e quindi non può né affrontare né risolvere, il dolore da cui fugge. Molti di quelli che ricorrono alla violenza, all’alcol, alla droga, all’abuso sono, a mio giudizio, proprio come Nathan, e pur senza volerlo giustificare, io non lo condanno. È uno che ci prova, Nathan, e alla fine del libro forse ha fatto il primo passo.
Detto ciò, ammetto che scriverlo è stata una grande sfida.
Yeats, Kafka, Santayana, Benjamin: Daniel li menziona nelle sue lettere e rende loro omaggio. Lei riconosce i medesimi debiti letterari? Quali i maestri (in letteratura e altrove) a cui guarda?
In letteratura i miei eroi sono Cechov, Virginia Woolf, Flannery O’Connor, Alice Munro, William Maxwell, e altri. È da loro che ho imparato quel che so del mestiere, della sua forma – come si costruisce una storia – del valore del silenzio (in opposizione ai fuochi d’artificio della retorica letteraria) – e di come in definitiva l’esigenza primaria sia prestare attenzione.
Lei è docente di Scrittura creativa all’Università dell’Oregon. Come influisce questa attività sul suo mestiere di scrittore? Ha in mente i consigli che offre ai suoi studenti mentre scrive oppure, al contrario, li ignora? In altre parole, essere docente di Scrittura agisce come stimolo o come limite allo scrivere?
Sia l’uno che l’altro. Il fatto che mi capiti di passare il mio tempo fra persone appassionate del mestiere e della letteratura che amo e che, nei casi migliori, hanno la volontà e la buona sorte di sviluppare quella passione, è una fortuna di cui non posso dimenticarmi. E poi ci sono i consigli di facoltà, gli studenti che vogliono tutto senza fare niente, la strana condizione di essere uno scrittore nel mondo, quando tutto ciò che vorrei è la mia stanza e un po’ di pace.
Sia l’uno che l’altro.
Alla domanda sul tema portante del suo romanzo si potrebbe rispondere in una frase: «Parla del peso della memoria.» Sarebbe d’accordo con questa definizione?
Sarebbe una buona definizione, sì.
Il che ci porta all’ultima domanda. La splendida e paralizzante epigrafe di Harry Mulisch a Il peso del corpo recita: «Perfino in cielo la beatitudine eterna sarebbe possibile solo per grazia di una criminale amnesia. I beati non dovrebbero essere puniti con l’inferno per questo?» Quale concetto di memoria sta dietro questo ammonimento? Per lei, Ehud Havazelet, con il nome che porta e la storia che racchiude, la memoria è un dovere imprescindibile o piuttosto una risorsa per il futuro?
Non voglio farla semplice, ma ancora una volta devo rispondere sia l’uno che l’altra. La sua domanda non fa riferimento all’altra epigrafe, quella di Nietzsche, riguardo alla necessità di dimenticare. Le ho apposte entrambe perché a mio giudizio nessuna delle due è completamente giusta o sbagliata, così come non c’è idea o affermazione o credenza che possa essere completamente giusta o sbagliata. Le idee, perfino le più brillanti, sono facili. E la cosa più facile nella vita è trovarne una in cui avvolgersi per poi usarla come arma contro chiunque non indossi la stessa uniforme. Più difficile è riconoscere l’abisso fra ciò che desidereremmo essere e ciò che spesso siamo, fra quello che leggiamo e sogniamo e immaginiamo del mondo, e il mondo in cui di fatto ci troviamo. La cosa più difficile, mi sembra – ed è a quella che miro nei miei personaggi – è che, data la fondamentale certezza del fallimento, quel che conta rimane il nostro rifiuto di voltare le spalle a tutto e smettere di provarci.
Ehud Havazelet, nato a Gerusalemme nel 1955, è autore di due acclamate raccolte di racconti. Vive in Oregon dove insegna Scrittura creativa all'università. Il peso del corpo (Einaudi, 2009), accolto come uno dei libri più intensi e laceranti degli ultimi tempi, è il suo primo romanzo.