Domenico Starnone

«Autobiografia erotica di Aristide Gambía»


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«Quando ho iniziato a leggere l'Autobiografia erotica di Aristide Gambía è successo che già alla terza riga mi abbia invaso un'allegria ingiustificata e una risata potente sia venuta su da sola dallo stomaco. È stato incontrare l'espressione “le furibonde esigenze del cazzo” a strapparmela, ne sono convinta. Sgombrerei il campo dal dubbio che si trattasse della risata nervosa e imbarazzata di una signora perbene che si emoziona per le parolacce: non sono quel tipo di signora; garantisco invece che era una risata sana e liberatoria, quella di chi sa benissimo che quelle che chiamiamo parolacce sono parole come le altre alle quali capita la sventura di dover portare i pesi che noi non siamo in grado da soli di reggere. Quando ti succede di incontrare qualcuno che capisce e ripara questa ingiustizia semantica, non importa come va avanti il romanzo: già gli vuoi bene. Se poi questo qualcuno è Domenico Starnone, uno scrittore tra i più raffinati e complessi dello scenario autoriale italiano, il monte di fiducia si erge senza sforzo fino alla credulità più completa».
Così Michela Murgia racconta su Repubblica la sua lettura del nuovo romanzo di Domenico Starnone: cominciando dal linguaggio. E non potrebbe esserci modo migliore.

Aristide, detto Ari, ha 58 anni, un lavoro da editore e una compagna discreta, che accoglie senza mai pretendere. Alle spalle, tre matrimoni e un solo grande amore, Leonora, trovata per fortuna e persa per capriccio. Poi, certo, di donne ce ne sono state altre, relazioni riducibili «alla semplice chimica del sesso», tante da aver perso il conto, eppure troppo poche per non lasciare spazio al rammarico, a certe «fasi d’umor nero» che arrivano ogni tanto a turbare la sua appagata serenità.

Parevano il rimpianto che ti prende, dopo una cena tutto sommato lauta, per essere stato troppo composto, per non aver goduto del cibo selvaticamente, scempiando le pietanze con mani e bocca, fino a scoppiare. Il suo, per capirci, era il rammarico languido di chi per qualche secondo mette a confronto la sua esistenza, piena ma comunque frenata, con quella sfrenata dei protagonisti di certi libri della giovinezza, con il sogno di perdere i margini e sregolarsi soprattutto nel piacere sessuale, e perciò rimpiange di non avere mai veramente ecceduto […].

È da quel passato incerto, da quella zona della memoria che somiglia a un’anatomia confusa e perturbante, fatta di percezioni minime eppure intensissime, che proviene la lettera di Mariella Ruiz. Una lettera «oscena», che pretende di ricostruire un incontro erotico avvenuto decenni prima e chiede, sfacciata, un appuntamento.
Di Mariella Aristide non ricorda il viso né la storia, solo un orlo di gonna sollevato dalla sua mano con fretta brutale: un’immagine fugace di cui lei, nella sua lettera, non fa menzione. Allora cos’è successo davvero qual giorno di tanti anni prima? Non resta che accettare l’invito di Mariella e ripercorrere insieme a lei le ore, forse addirittura i minuti brevi di quell’incontro, esplorarli in ogni dettaglio: io cosa ho fatto, tu cosa hai detto, cos’hai sentito, cos’ho provato.

Da questa intrusione senza spiegazione apparente, nasce la voglia di ricordare e raccontarsi svolgendo dal principio il proprio apprendistato sessuale e sentimentale, ricucire i dettagli sparpagliati dei corpi e restituire loro volti e storie.
Ecco la sfida: dar conto di un’intera biografia solo attraverso la vita erotica, trasformare ogni turbamento – passato e presente, maschile e femminile – in linguaggio, cercare le parole del sesso fin dentro il proprio dialetto sguaiato.

Così, continua Michela Murgia, «diventa pensabile persino immaginare che il rapporto misterioso tra maschile e femminile, quel suo senso sempre inquinato dai sensi che nessuno è riuscito mai a svelare appieno, possa apparire di colpo comprensibile passando per la via genitale, ma a patto di chiamarla per nome e cognome».

Riannodando linguaggio e memoria, però, può accadere che la sfida si trasformi, e che dalla malizia divertita affiori lo stupore del turbamento:

Gambia provò ad assumere l’aria di chi scherza, ma si rese conto che era turbato e il turbamento gli lasciava sul viso un sorriso senza convinzione. Se era vero che la lettera che lei gli aveva mandato era stata scritta solo per attrarre la sua attenzione (e usufruendo della distanza di sicurezza implicita nella scrittura: io ti scrivo quando non ci sei, tu mi leggi quando non ci sono), dove intendeva trascinarlo adesso, dove intendeva spingerlo a calarsi con quel racconto? Da quando era rientrata – Gambia si accorse – il gergo osceno aveva smesso la tonalità del gioco. Le parole avevano un calore spoglio, non segnalavano un imbarazzo, un nervosismo mimetizzati dalla sfrontatezza: erano interiezioni. Forse, pensò, lei si sente oltre l’osceno. Forse vuole comunicarmi la nuda voglia. Forse vuole che la veda sempre piú come una donna a doppia figura cangiante, una giovanissima e una matura, una inesperta e una troppo esperta, in bilico entrambe tra qua e là, fatte di tempi e spazi cuciti insieme dalla sintassi; una donna con due reattività sessuali che si intrecciano, due vulve: quella di oggi, ricca di frasi sfrontate, si sta sforzando di articolare in racconto quella di allora, priva di lessico franco.

È qualcosa che accade insieme a noi lettori e ai due personaggi, e che forse è accaduto persino all’autore stesso: scopriamo che «l’osceno» è il luogo in cui può realizzarsi la perfetta reversibilità tra forma e oggetto del discorso, il luogo in cui ogni metafora precipita (e vale invece, forse, la sineddoche: il sesso che dice la vita intera). Nel romanzo di Starnone, come nelle conversazioni tra Mariella e Gambía, le parole provano a riacciuffare il desiderio e darne conto, finché non ci si accorge che quelle parole, di quel desiderio, non sono l’espressione ma la materia. E che a voler dire ciò che si prova, si finisce per provare ciò che si dice.

«Ad Aristide Gambía, – scrive ancora Michela Murgia, – brutto, tenero e qualche volta stupido nella sua percezione unilaterale del mondo, ci si affeziona sin troppo presto. Credo dipenda dal fatto che più volte scorrendo la sua storia ci si rende conto che c’è qualcosa di pacificato in questo romanzo e che il senso di compiutezza e risoluzione che si avverte riguarda proprio il maschile e il femminile e la loro messa in scena letteraria, piena di compassione. Più volte tra le sue moltissime pagine mi sono sorpresa a pensare che era bello leggere finalmente un romanzo dove le donne e gli uomini non apparissero marionette ruolanti, ma creature vere, amate e credute dal loro autore a un punto tale che alla fine ci puoi credere senza timore anche tu».

Dopo Spavento, Domenico Starnone torna con un romanzo di rara profondità, coinvolgendoci in un gioco serissimo, divertente, libertino. Autobiografia erotica di Aristide Gambía è la storia della dimensione più intima della nostra esistenza e insieme quella di un’Italia che cambia nei sentimenti e nei costumi, il ritratto di un tempo, il nostro, che dell’osceno si nutre ma non lo sa dire.

Il libro


Autobiografia erotica di Aristide Gambía - copertina

Domenico Starnone


Autobiografia erotica di Aristide Gambía


2011
Supercoralli
pp. 460
€ 20,00
ISBN 9788806194789

La scommessa è questa: raccontare l'intera esistenza di un uomo attraverso la sua vita erotica.
Un gioco serissimo, divertente, libertino, che usa e scatena le più potenti armi di seduzione: l'intelligenza, la sensibilità e l'ironia.

«Quando lei si spogliava e si metteva a letto m'immaginavo che il suo vestito si levasse dalla sedia o scendesse dalla stampella e girasse per casa spandendo odori, addirittura aprisse la porta e se ne andasse a spasso per la città».

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