Diego De Silva

«Mancarsi»


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Vogliamo che la persona che amiamo ci dica d’essersi innamorata di noi perché un giorno, senza neanche pensarci, l’abbiamo toccata in un punto in cui non sapeva di essere sensibile, come certe carezze che arrivano molto in fondo per conto loro. «Ti amo perché ti gratti il polso in quel modo tutto tuo», questo per esempio vorremmo sentire, piuttosto che: «Ti amo perché sei generoso e affidabile».
C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia mai vista e mai la potrà vedere, e custodiamo questi attimi di unicità in forma d’immagine, anche se negli anni sbiadisce; ma è a quell’immagine che chiediamo aiuto quando il nostro sentimento vacilla e dubitiamo di amare, allora la richiamiamo, e ci basta (quando ancora l’immagine è viva) ritrovare quel modo di bere a canna, tenendo la bottiglia distante dalle labbra, perché l’amore torni a insinuarsi e si riaccenda, rimettendo a posto le cose, disponendole intorno a noi nell’ordine rassicurante in cui ci siamo abituati a vivere, e ci lasci dove siamo, reprimendo di schianto i progetti di fuga a cui avevamo già cominciato a lavorare.

Diego De Silva, Mancarsi

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De Silva libera nella penombra da film francese la sua vena intimista, essenziale e delicata, capace di mettere a nudo le miserie dei rapporti coniugali agonizzanti: distanze, rassegnazione, incomprensioni, tradimenti. Ma con una luce laggiù, in fondo al tunnel.

Emilio Marrese, la Repubblica

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Mancarsi è un a sé nell’opera di De Silva. A manifestarsi, di sequenza in sequenza, una sorta di conte philosophique, un De l’amour terso come una cronaca, aguzzo come un coccio di bottiglia, crudele come le verità che si raccontano solo nei fori interiori.

Bruno Quaranta, ttL – La Stampa

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Nicola e Irene non si conoscono, non si sono mai visti, non sanno di avere (almeno) due cose in comune: la prima è il bistrot in cui ogni giorno, a orari diversi, entrambi si concedono del tempo in solitudine, a osservare la gente attorno o semplicemente a lasciarsi assorbire dai propri pensieri.
La seconda è, più precisamente, qualcosa che non hanno più, una mancanza: l’amore. Entrambi si sono lasciati alle spalle un matrimonio infelice: Irene ha capito di non amare più suo marito e se n'è andata, Nicola è rimasto vedovo prima che la distanza tra lui e la moglie avesse il tempo di trasformarsi in consapevole disamore.

Sarebbero perfetti l’uno per l’altro, se solo si incontrassero. Invece si sfiorano, si mancano, appunto, per un soffio, occupano a turno lo stesso tavolino sotto il poster di Buster Keaton senza incrociarsi mai.
Attraverso il racconto di queste due esistenze che sembrano destinate a scorrere vicinissime e parallele, De Silva ci conduce nel territorio misterioso della nostalgia, dove il rimpianto per il passato si sovrappone al desiderio e alla speranza per ciò che ancora deve accadere.

Congedatosi momentaneamente dal suo avvocato d’insuccesso Vincenzo Malinconico, De Silva ci regala un’opera dai toni intimi, in cui l’ironia – che pure resta una cifra dello scrittore – si fa soffusa: con una scrittura sorvegliatissima, capace di scandagliare la psicologia dei due protagonisti e di restituircela, complessa e spietatamente vera, in pochi tratti fulminanti, dà forma narrativa «all’idea che l’amore sia in attesa di qualcuno che c’è, ma che rischi di non incontrare mai».

«L’unico vero possesso dell’uomo è nelle cose che ha perduto» è la frase di Franz Werfel che accoglie, in esergo, i lettori di Mancarsi. Quello che troveranno nelle pagine successive è un breve e intensissimo «romanzo del disincontro», che ci racconta quel momento in cui, nella vita di ognuno, la perdita si trasforma in patrimonio e diventa ciò che ci modella, e che modella il nostro futuro.

Il libro


Mancarsi - copertina

Diego De Silva


Mancarsi


2013
L'Arcipelago Einaudi
pp. 104
€ 10,00
ISBN 9788806215262

Diego De Silva fa un passo a lato, si allontana dalle irresistibili vicende di Vincenzo Malinconico e ci regala una semplice storia d'amore. Semplice per modo di dire, perché la scommessa è tutta qui: nel nascondere la profondità in superficie, nel tratteggiare desideri e dolori, speranze e rovine, con poche parole essenziali, dritte e soprattutto vere. Perché, come diceva Fanny Ardant ne La signora della porta accanto, solo i racconti scarni e le canzoni dicono la verità sull'amore: quanto fa male, quanto fa bene. Solo lí si cela l'assoluto. Cosí De Silva prende i suoi due personaggi e li osserva con pazienza, li pedina, chiedendoci di seguirlo - e di seguirli - senza fare domande.

La perfetta storia d'amore di due persone che si sfiorano senza incontrarsi mai.
Nicola e Irene sono fatti l'uno per l'altra, ma non lo sanno. Probabilmente se ne accorgerebbero, se s'incrociassero anche solo una volta. Non dovrebbe essere difficile, visto che frequentano regolarmente lo stesso bistrot...

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