D.T. Max

«Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi»


Condividi

David Foster Wallace mi manca, sì, mi manca il suo essere-nel-mondo, quindi escogito dei modi per averlo vicino, e l'ultimo che mi si è offerto è questa biografia.

Paolo Giordano

***

Un libro basato su una seria ricerca e una profonda empatia. Una lettura dolorosissima.

Dave Eggers

***

Quello che il libro di Max riesce a restituirci - con grande potenza - è il ritratto emotivo dell'artista da giovane: combattuto, spesso fuori posto, profondamente riflessivo e, come molti dei suoi personaggi, sempre alla ricerca del proprio ruolo nel mondo.

Michiko Kakutani, «New York Times»

***

Verso Wallace non si prova la mera curiosità morbosa che tipicamente investe la vita delle star (e Wallace una star lo era, volente o nolente, comunque dolente). Agisce invece un meccanismo di relazione letteraria fra autore e lettore innescato dallo stesso (e pur schivo) Wallace. La sua morte ha infine evidenziato i punti di contatto fra le vicende di dipendenza e di paralisi relazionali di cui scriveva e quelle che viveva. Difficile attenersi alle prime, come se le seconde non vi fossero impigliate intrinsecamente. [...] Informatissimo, asciutto eppure struggente, il libro di D. T. Max mostra come Wallace sia stato autore anche di se stesso. In effetti un personaggio di nome David Wallace compare nel cruciale racconto «Caro vecchio neon», addirittura due nel romanzo incompiuto «Il re pallido». Ma Wallace è stato un personaggio inventato da David Foster Wallace anche in molti altri sensi: con le proiezioni, bugie, debolezze, nascondimenti, appropriazioni che ritroviamo nell’”altra” sua opera, composta di lettere, conversazioni, apparizioni pubbliche, lezioni universitarie.

Stefano Bartezzaghi, «la Repubblica»

***

La convinzione che «ogni storia d’amore è una storia di fantasmi» accompagnò David Foster Wallace fin dagli esordi della sua carriera letteraria. La frase compare già in una lettera che risale ai tempi della specializzazione all’Università dell’Arizona, e vent’anni dopo Wallace la fece scivolare nel Re pallido.

Ma rincorrere un fantasma, e farlo per amore, è anche la descrizione perfetta di ciò che ha significato per D. T. Max – saggista e collaboratore del «New Yorker», del «New York Times Magazine» e del «New York Observer» – ricostruire la vita di Wallace.

«Io e David Foster Wallace non ci siamo mai conosciuti di persona, – scrive Max nella nota che accompagna la biografia. – Ci siamo andati vicino alla festa per Infinite Jest del 1996, lo stesso party promozionale per la pubblicazione del romanzo di cui David scrisse a DeLillo, l’unico a cui avesse mai partecipato e “se Dio esiste, allora sarà anche l’ultimo”. Al tempo avevo ricevuto l’incarico di scrivere di Infinite Jest per la rivista per cui lavoravo in qualità di editor per i servizi di approfondimento, dunque mi trovavo nel grande locale insieme ad altre centinaia di persone e sono rimasto colpito nel vedere quel giovane massiccio e dalla chioma ispida, con indosso una bandana, una camicia malmessa, occhialetti e l’espressione di un cervo che vorrebbe essere in qualunque altra parte del mondo piuttosto che sulla strada dove si è ritrovato. Era di fronte a me, di là dell’immensa pista da ballo illuminata dai riflettori. O almeno è così che lo ricordo».  

Per mettere a fuoco un fantasma, il biografo deve farlo parlare. Nel caso di Wallace, D. T. Max ha passato anni alla ricerca di tracce della sua voce. Le ha trovate nelle sue opere, che ripercorre con metodo e passione, ricostruendo, dai primi racconti fino a Il re pallido, il percorso di crescita letteraria (e editoriale ) di Wallace, e le ha trovate nella montagna di documenti autografi conservati dall’università di Austin: bozze, lettere, pagine di diario, annotazioni.  

Ma un altro modo di far parlare un fantasma è ascoltare la voce di chi lo ha conosciuto: gli amici, la famiglia, i colleghi. Ci sono i racconti della moglie Karen Green e quelli di Bonnie Nadell, l’agente letteraria che l’ha seguito per tutta la carriera. E le testimonianze dei suoi amici scrittori Mark Costello, Heather Aronson, e naturalmente Jonathan Franzen, «miglior compare e rivale letterario» di Wallace, secondo la sua definizione, e la poetessa e scrittrice Mary Karr, che ebbe un ruolo decisivo nella prima parte della sua vita. E poi ci sono le lettere, scritte e ricevute, ad esempio quelle di Don DeLillo, Dave Eggers, Jeffrey Eugenides, Richard Powers, George Saunders, David Sedaris, solo per citarne alcuni.  

E ancora gli editor, gli studiosi, persino gli stessi lettori di Wallace, che hanno messo a disposizione le loro ricerche e le loro osservazioni.

«Ho finalmente capito perché la sezione dei ringraziamenti delle biografie è sempre così corposa – scrive Max. – La biografia è uno sforzo congiunto, un esercizio di memoria collettiva. E se per scrivere una biografia serve la popolazione di un paesino, per scrivere la prima biografia di un personaggio complesso quanto David serve una città».  

Dall’infanzia agli studi in filosofia ad Amherst, dalla fascinazione irresistibile per la matematica ai primi tentativi letterari, dal rapporto con i genitori a quello con i maestri, dal turbinio degli anni a Boston e a Syracuse fino al successo editoriale e alla lotta estenuante contro la depressione e le dipendenze, D. T. Max cuce insieme i fatti della vita e quelli della letteratura, rintracciando echi e risonanze («Mi sono spesso meravigliato della maniera formidabile in cui riusciva a trasformare in fiction le cose che vedeva attorno a sé», scrive), ma evitando con grande sensibilità ed equilibrio le tentazioni opposte dell’agiografia e della dissacrazione.  

E man mano che il fantasma prende corpo, nel biografo aumenta l’amore: «Più cose ho imparato sulla vita di David maggiore è il rispetto che nutro nei suoi confronti come scrittore – ha dichiarato Max in una bella intervista. – Dico sempre che una biografia riesce a dirti tutto quello che vuoi sapere tranne l’unica cosa che davvero vuoi sapere: in cosa consista il genio. Di fronte a questo, come forse Freud potrebbe aver detto, il biografo deve arrendersi». All’ innamorato, invece, restano le opere. Da tornare a leggere, ora, sotto una luce nuova.

***  

«Memoir, tasse, nichilismo, formule matematiche, fantasmi. Temo di avervi confuso le idee. Che cos’è dunque Il re pallido? È un’opera straordinaria, ecco cos’è. Un’opera libera e inclassificabile, che del libro ha soltanto la forma anatomica e di cui intuiamo appena un briciolo della portata». Così, nel 2011, scriveva Paolo Giordano sulle pagine del Corriere della Sera.

Oggi Il re pallido torna in libreria accanto a Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, in formato tascabile e in una nuova edizione ampliata: quattro capitoli inediti che hanno per protagonisti il Centro controlli regionale dell’Agenzia delle Entrate e i suoi personaggi principali, e che approfondiscono le idee alle quali Wallace lavorava durante la stesura del suo ultimo, incompiuto capolavoro.  

***  

D. T. Max è su Tumblr.

Il libro


Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi - copertina

D.T. Max


Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi


2013
Stile libero Extra
pp. 512
€ 19,50
ISBN 9788806214623

Traduzione di Alessandro Mari

Sincero e struggente, un libro imperdibile per tutti i lettori che hanno amato Wallace.

SCHEDA LIBRO
ARCHIVIO