Christopher Hitchens

1949-2011


Condividi

A 62 anni è morto Christopher Hitchens, una delle voci più acute e brillanti del panorama intellettuale contemporaneo. Nato nel Regno Unito, cominciò lì il suo percorso professionale, trasferendosi presto negli USA. Dalla redazione del «New Statesman» a quella di «Harper’s» a Washington, ha consolidato la sua carriera sulle pagine di «Vanity Fair» e «The Nation», ed è stato recentemente editorialista per il «Wall Street Journal».
Dichiaratamente ateo e anticlericale (il suo più grande successo è il pamphlet Dio non è grande) non ha mai esitato nell’esprimere critiche e opinioni coraggiose e davvero indipendenti, impossibili da ascrivere a una corrente politica precisa (celebri i suoi «dossier» su Madre Teresa di Calcutta e Henry Kissinger, pubblicati rispettivamente da minimum fax e Fazi), eppure profondamente politici nel senso letterale del termine. Ciò che traspare in modo netto dai suoi testi e dalla sua vita (che Hitchens ha raccontato nel memoir Hitch-22,in uscita per Einaudi nel 2012) è l’importanza, la necessità, di essere contro: di trovare nel conflitto (generazionale, sociale, culturale, politico) un’occasione non tanto di affermazione, quanto di crescita e di comprensione il più possibile completa del mondo e dei suoi meccanismi.
Proprio per la sua ambizione a scardinare i falsi miti del nostro tempo, indipendentemente dalla loro bandiera, Hitchens si è guadagnato una reputazione molto solida anche tra le generazioni più giovani, quelle che più faticano a sentirsi rappresentate da ciò che comunemente si definisce «opinione pubblica». Un concetto su cui Hitchens ebbe molto da discutere, come in questo estratto da Consigli a un giovane ribelle.

   Oggigiorno, ventriloquizzare l’«opinione pubblica» è più semplice e agevole. Sono sicuro che ti è capitato di farti una tua idea su una certa questione e poi di scoprire, nel notiziario della sera dello stesso giorno, che solo il 23,6 per cento della popolazione è d’accordo con te. Dovresti sentirti depresso o sconcertato per questa spaventosamente precisa dissezione del cervello collettivo? Solo se credi che una squadra di pseudoscienziati sottodotati e superpagati sia davvero e verificabilmente arrivata a questa conclusione. E forse – in realtà, lo sosterrei in ogni caso – nemmeno così.
   Sono sicuro che tu, come la maggioranza delle persone intelligenti, sia almeno parzialmente corazzato contro questo genere di cose. Tutti sanno che la domanda può essere «truccata»; tutti sanno che il campione può essere «ponderato»; tutti sanno che la comprensibilità delle domande dipende dai luoghi comuni e dagli assunti dominanti. È un segno di raffinatezza intellettuale capire queste cose, e di tanto in tanto dichiarare che se ne diffida o se ne sospetta.
   Comunque, queste riserve non costituiscono una critica seria. Il primo e ovvio rilievo da  fare è che queste traversate nell’oceano della mente pubblica sono sponsorizzate e commissionate da organizzazioni ricche e potenti, che non sciupano il loro denaro per soddisfare una semplice curiosità. Le tattiche sono le stesse di quelle delle ricerche di mercato; il punto non è interpretare il mondo, bensì cambiarlo. La tendenza a favorire un certo prodotto rispetto a un altro non è qualcosa da scoprire e osservare passivamente, ma da alimentare, incoraggiare e sfruttare.
   Così, al consumatore il «sondaggio» – in inglese, tra l’altro, una parola suggestiva (poll ) derivata dall’antico e regressivo testatico – può apparire come lo specchio di un’opinione esistente. Ma per chi lo finanzia, il sondaggio è una fotografia della materia prima su cui occorre lavorare. Forse hai notato che l’opinione popolare non è sempre citata dalle élite. E non è neanche sistematicamente indagata: non ricordo di aver letto i risultati di alcun sondaggio relativo alla rigida politica monetaria della Federal Reserve. Chi pagherebbe (un sondaggio correttamente campionato è una faccenda parecchio costosa) per una cosa del genere? No, l’«opinione pubblica» di solito non viene utilizzata finché non sia stata sottoposta a trattamento. Solo allora le persone vengono informate se la loro opinione goda o meno dell’attestato di essere quella riconosciuta o della maggioranza. Le stesse elezioni generali, perlopiù ritenute una pratica attiva piuttosto che passiva, sono sempre più compromesse da prove generali passive: i sondaggi condizionano il voto.
   Bisogna quindi voler rischiare l’accusa di «elitarismo» e dire che i partecipanti passivi alle elezioni sono spesso dei gonzi, e che quelli che conducono il gioco sono in genere i veri elitari. Se così non fosse, la parola demagogo sarebbe priva di significato. Alcuni anni fa, decisi dentro di me che l’allora presidente degli Stati Uniti era perfino qualcosa di più che un imbroglione e un bugiardo come avevano denunciato i suoi più intransigenti oppositori politici. Una parte della questione, non tutta però, ruotava attorno alla sua moralità «privata», che combinava in modo perfetto sordidezza e freddo calcolo.
   Un giorno, in California, dopo un’ondata di disgustose rivelazioni sul presidente, sentii sull’autoradio i risultati di un sondaggio lampo. Alla luce di tali novità, le persone erano invitate a dire se pensavano che i loro criteri morali fossero (a) più elevati di quelli del capo dell’esecutivo o (b) più o meno simili o (c) più bassi. Forse il venti per cento rispose «più elevati», e io ricordo di aver pensato: be’, anche al mio livello più autocritico, avrei potuto dire lo stesso. Un’ampia fascia mediana dichiarava di non essere né meglio né peggio; a buon diritto questo è il paese che ci ha dato il termine nonjudgmental. E poi un venti per cento di interpellati avrebbero risposto che i loro principî morali erano inferiori a quelli di Clinton (a proposito, era questo il nome del presidente).
   Il mio primo pensiero andò all’imprevista diffusione del masochismo e della servilità tra gli elettori. Il mio secondo pensiero – che poi risultò fortuitamente preveggente – riguardò la genialità che c’era voluta a trasformare in un plebiscito sulla morale dei sudditi un dibattito sull’affidabilità morale del capo.
   Da quel momento, non riuscii mai a esprimere il mio giudizio sull’uomo, sia in pubblico sia in privato, senza che mi venisse eccepito che non ero al passo con la pubblica opinione.
   Ma non ho mai incontrato un individuo effettivamente vivente e respirante che fosse stato consultato da un’agenzia di sondaggi, e non ho mai incontrato qualcuno che si dichiarasse moralmente inferiore al presidente. Ho mai pensato di potermi essere sbagliato? Sì, talvolta, e non a lungo. Ma mai perché una supposta maggioranza mi era contraria.

Christopher Hitchens, da Consigli a un giovane ribelle

***

Foto di José Ramirez, via Wikipedia.

 
ARCHIVIO