Auður Ava Ólafsdóttir

«Rosa Candida»


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– Dài, dimmi qualcosa.
– Muschio.
– Mm, carino.
Appena pronuncio la parola, mi rendo conto di essere nei guai: impensabile affrontare un tema del genere in una chiacchierata. Al massimo, riuscirei a elencarne varie tipologie, di muschio, ma non sarebbe piú un dialogo.
– E com’è, questo muschio?
Se avessi la possibilità di esprimermi liberamente, spiegherei all’astro nascente del grande schermo che il muschio è una spugna filamentosa e che fatichi da matti a camminarci sopra. I primi passi non sono un problema, ma attraversare un intero campo di lava ricoperto di muschio è come camminare tutto il giorno su un tappetino da palestra, con il piede che affonda. Dopo tre o quattro ore di passeggiata sul muschio, il tendine di Achille tira per lo sforzo e i muscoli sono indolenziti: peggio che scalare una montagna. Se strappi un po’ di muschio, si forma una specie di ferita nella terra, e la polvere ti vola negli occhi.
Mi piacerebbe dirle qualcosa d’inusuale, qualcosa che nessuno le ha mai detto prima, ma le mie conoscenze linguistiche non mi permettono grandi voli. Certo, potrei descriverle le diverse tonalità di colore del muschio o l’odore che sprigiona appena smette di piovere. Ma non vorrei che questi le sembrassero solo pretesti per far prendere una piega sentimentale al nostro discorso. Non vorrei che le sembrassero i prodromi di una proposta. E siccome non intendo proporle proprio un bel niente, mi limito a proferire una frase che sono in grado di padroneggiare dal punto di vista sintattico: – Una pianta simile a un tappetino da palestra.

Auður Ava Ólafsdóttir, «Rosa Candida»

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Lobbi ha ventidue anni quando decide di lasciare l'Islanda con uno zaino pieno di talee di rosa. La passione per la terra e le piante gli è stata trasmessa dalla madre, morta pochi mesi prima in un incidente stradale, nel giorno del suo compleanno. Quel sette agosto viene anche alla luce Flóra Sól, nata da «un quinto di notte d'amore» tra Lobbi e Anna, una ragazza conosciuta per caso. Così, dopo aver salutato l'anziano padre - che passa il tempo sfogliando i quaderni di ricette della moglie e vorrebbe vederlo avviato a una brillante carriera universitaria -, il fratello gemello autistico e la mamma della sua bambina, Lobbi s'imbarca per un viaggio verso il Nord Europa, lontano da quel paesaggio di lava tagliente e venti gelidi che rendono così difficile far crescere i fiori.

L'avventura di Lobbi inizia con un nuovo lavoro, un posto da giardiniere in un monastero reso celebre da un roseto fuori dal comune; lì cercherà di far attecchire i preziosi germogli di «rosa candida» ereditati dalla madre e, guidato dalla saggezza di un frate appassionato di cinema, si preparerà alla visita di Anna e di sua figlia. In quell'angolo sperduto e quasi fatato di mondo, Lobbi potrà finalmente fare ordine nella sua vita, scoprendo che quello che prova per la bambina e la ragazza è un sentimento d'amore inaspettato e nuovo: il desiderio di far germogliare una famiglia vera.

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In esclusiva per il nostro sito, Auður Ava Ólafsdóttir parla di «Rosa Candida»:

Quando ho scritto Rosa Candida mi sono fatta questa domanda: come fa un giovane uomo a trasformarsi in padre?
Il ruolo di padre è così impalpabile, soprattutto se paragonato a quello della madre, che prima porta in grembo la propria creatura e poi la fa nascere. A un uomo, invece, può benissimo accadere di ricevere una semplice telefonata da una sconosciuta che gli annuncia di aspettare un figlio da lui, e che dunque presto sarà padre. È proprio ciò che avviene al mio protagonista – che quando riceve la notizia, per lo shock, ordina in un bar un bicchiere di latte! Si può dire che Rosa Candida è una storia d’amore in cui le cose non avvengono nell’ordine canonico, perché inizia con la nascita di una bambina, e solo più tardi i genitori cominciano a conoscersi; e più tardi ancora – praticamente alla fine – si innamorano.

Ho l’impressione che il modello maschile creato dal cinema, dalla pubblicità, e a volte dai romanzi contemporanei, sia abbastanza stereotipato e molto poco attraente, e lo stesso vale per il modello femminile. Così ho provato a creare una figura un po’ diversa, a raccontare un uomo emotivamente complesso, che è, sì, un giovane padre, ma al tempo stesso è anche figlio, fratello, amico e amante. In un certo senso questa storia è un inno alla sensibilità maschile: il ruolo di uno scrittore è quello di rovesciare i cliché, e nel mio romanzo sono gli uomini ad essere pieni di attenzioni e di premure.
Mentre scrivevo non mi sembrava per nulla inappropriato che un ragazzo nato su un’isola brulla e senza un albero si interessasse alla coltura delle rose, anzi, questo contrasto mi piaceva molto. Ma Lobbi, il mio protagonista, oltre che delle rose si preoccupa anche della «comunicazione fisica, corporale fra gli esseri umani», e si interroga spesso sulla morte. Il processo creativo, poi, funziona così: che ciò che si scrive ha una specie di misteriosa tendenza a realizzarsi. Dopo aver scritto Rosa Candida mi è capitato diverse volte, sia in Islanda che all’estero, di «incontrare» Lobbi.

Nella letteratura di una società insulare assume sempre un valore speciale raccontare la storia di qualcuno che lascia il proprio paese per cambiare, per diventare una persona diversa, e che si sente pronto tornare a casa solo dopo che il cambiamento è avvenuto. Ed è significativo che gli islandesi usino la stessa parola per dire «mondo» e per dire «casa».
Ecco, c’è la questione delle parole. Mi affascina esplorare l’universo della lingua, capire cosa significa parlarsi e capirsi. In Rosa Candida c’è un monaco che parla qualcosa come quaranta lingue, mentre per il mio protagonista non è sempre facile trovare le parole per spiegare quello che ha dentro; il suo fratello gemello, poi, non parla per niente.
Mi figuro spesso corpo e linguaggio come due avversari, e lo stesso vale per il linguaggio e l’azione. All’origine di questa immagine c’è l’idea di una realtà che esiste oltre le parole…
È una bella contraddizione, essere una scrittrice e scrivere di come il linguaggio non riesca a rappresentare tutta la realtà! Ma del resto io scrivo in una lingua che pochissimi parlano e che nessuno, al di fuori dell’Islanda, capisce (se si escludono alcuni straordinari traduttori). Nel romanzo, quando Lobbi arriva là fuori nel mondo, deve imparare una lingua ancora meno parlata dell’islandese, una lingua in via di estinzione. Se guardiamo alla scala di valori del mondo in cui viviamo, si tratta certamente di una cosa non molto pratica. Ma vero è che ogni settimana nel mondo muore una lingua, e che in ogni lingua abita una forma peculiare di pensiero: per questo le lingue parlate dalle cosiddette «minoranze» hanno la stessa identica importanza di tutte le altre. Come per le talee di rosa che il giovane Lobbi porta con sé in viaggio: una rosa che ha solo otto petali non è certo la più bella del mondo, però è «diversa», ha una sua peculiarità.
E il suono «diverso» dell’islandese per me è molto importante: quando scrivo, prima di tutto, ascolto dentro di me il testo come se lo leggessi ad alta voce. Come se fosse una musica. La storia, poi, quasi si scrive da sé.

Auður Ava Ólafsdóttir

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Foto di Anton Brink.

 

Il libro


Rosa candida - copertina

Audur Ava Olafsdóttir


Rosa candida


2012
Supercoralli
pp. 216
€ 17,00
ISBN 9788806210137

Traduzione di Stefano Rosatti

«Avanziamo lentamente verso il coro, dove il sole rosso arancio apparirà all'alba. A poco a poco la luce delicata si apre un varco tra le vetrate variopinte, e si spande dentro la chiesa come un velo leggero di cotone bianco. Mia figlia è immobile sulle mie spalle. Mi faccio schermo con la mano e fisso lo sguardo direttamente nello splendore accecante. È allora che la vedo, lassú, nella vetrata del coro: la rosa purpurea a otto petali. Nello stesso momento in cui il primo raggio trafigge la corolla e va a posarsi sulla guancia della bimba».

Audur Ava Ólafsdóttir, Rosa candida

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