Atiq Rahimi

«Pietra di pazienza»


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Pietra di pazienza è il primo romanzo scritto in francese dall'afgano Atiq Rahimi ed è il caso letterario dell'anno. Non soltanto perché Rahimi è il primo scrittore afgano ad essersi aggiudicato il più prestigioso premio letterario francese (vedi «in breve» 209). O perché per aggiudicarsi il Goncourt ha sbaragliato con il suo romanzo, edito dalla piccola casa editrice P.O.L., la concorrenza dei giganti dell'editoria d'oltralpe. Quarto romanzo di Rahimi pubblicato da Einaudi dopo L'immagine del ritorno, Le mille case del sogno e del terrore e Terra e cenere, Pietra di pazienza è diventato in Francia un vero bestseller, ai primi posti delle classifiche per mesi con il consenso unanime della critica, ed è in via di traduzione in tutto il mondo.

Rahimi è ormai un personaggio notissimo del mondo letterario, una voce raffinata, personalissima e però inequivocabilmente afgana, che dà speranza e orgoglio alla sfortunata terra da cui proviene.

Il terso e indignato monologo di una donna, da tempo al capezzale del marito ferito e privo di conoscenza è al cuore di Pietra di pazienza. Quella voce incarna la sofferenza, l'ingiustizia e l'indignata bellezza delle donne afgane in un libro toccante, di cui l'autore parla così:

«Nel 2005 sono stato invitato a partecipare a un incontro letterario a Herat, una grande città nell'Afghanistan occidentale. Una città rinomata per un passato culturalmente molto ricco, per i suoi poeti e i suoi intellettuali illuminati. Ma una settimana prima della partenza ho ricevuto una telefonata che mi annunciava l'annullamento dell'incontro: una giovane poetessa afghana, Nadja Anjouman, era stata uccisa dal marito. Nadja era una delle organizzatrici più attive del festival. Addolorato, colmo di indignazione, scandalizzato da questa vicenda definita un dramma familiare, sono andato là per indagare di persona. E mi sono state raccontate altre storie - ancora più terribili, ancora più raccapriccianti -, sulla sorte di molte donne in quella contrada cosiddetta illuminata.
Avrei voluto incontrare il marito della poetessa in prigione. Ma si era iniettato della benzina nelle vene. Era stato portato all'ospedale. L'ho visto da lontano. Era in coma. In quel momento avrei voluto essere una donna. Avvicinarmi a lui. Parlargli piano in un orecchio. Dire tutto. Le cose più terribili, le più orribili. Come quelle che lui aveva fatto. Non è stato possibile avvicinarlo.
Dopo questa visita, "les mots m'ont attaqué", come diceva Duras. Volevo scrivere una storia, un'altra storia che non fosse il racconto della vita della poetessa. Volevo scrivere una storia scandalosa, la storia di una donna che vuole vendicarsi! Per amore o per odio. Con tutta la sua forza e con ogni sua debolezza!
Per farlo avevo bisogno di una situazione estrema. Inconcepibile, ma possibile. Una tragedia.

È nata così la storia di una donna che a causa dell'amore, del dovere, della famiglia e della religione... è condannata ad assistere e salvare il marito, un guerrigliero, immobilizzato da una pallottola rimasta nella sua testa. La donna deve pregare per 99 giorni. E ogni giorno, da mattino a sera, deve recitare uno dei 99 nomi di Allah seguendo il ritmo del respiro dell'uomo. Ma, dopo due settimane, questa preghiera si trasforma in una specie di confessione. Per la prima volta la donna può parlare senza attirare su di sè il biasimo altrui. Osa e si libera. Parla della sua infanzia, delle sue sofferenze e frustrazioni, della sua solitudine, dei sogni, desideri, timori... Così l'uomo immobile diventa, suo malgrado, "Sang-e sabur" (Pietra di pazienza), la pietra magica che uno tiene davanti a sé per riversare su di essa le proprie infelicità, le sofferenze, i dolori, le miserie... Confidando alla pietra tutto quello che non si osa dire a nessun'altro... E la pietra ascolta, assorbe come una spugna ogni parola, ogni segreto finché un bel giorno non esplode... E quel giorno saremo liberati. Parlare permette alla donna di mettersi a nudo e di rivelarsi.
È un momento di rottura. Una situazione di rottura.
È dunque un romanzo di situazione, che non descrive l'evoluzione dei personaggi nel tempo. Come nei miei libri precedenti, è ancora una volta la situazione, e non il tempo, a tener imprigionati i personaggi. Il tempo è sempre un tempo sospeso.

Il narratore è paralizzato come il personaggio del marito. Guarda. Descrive. Non è capace di entrare nell'interiorità dei personaggi. Ha uno sguardo vitreo.

Ho scritto questo libro direttamente in francese. Quasi senza volerlo. All'inizio sono rimasto sorpreso: non usciva da me nessuna parola persiana. Sempre più incuriosito ho continuato a scrivere in francese sperando di capirne il motivo... La ragione più banale è che scrivere in francese è per me un modo di sfuggire all'autocensura. La lingua materna, come vuole il suo nome, è una lingua sacra, difficile da trasgredire, perchè è attraverso di essa che si conosce il mondo, i suoi confini, i suoi tabù... Non si può che essere pudichi al suo cospetto. Comunque era molto strano. Mentre prima di tornare in Afghanistan, durante l'esilio in Francia, non riuscivo a scrivere in francese, ora, tornato nel mio paese, scrivevo in francese! Strano. Forse perché non vivo più immerso nella nostalgia, lo stato d'animo tipico degli esiliati?!
In fondo scrivere in una lingua diversa dalla propria, è come fare l'amore con un amante o una amante! Non si scrive usando la grammatica e le regole... Si usa la retorica!».


Atiq Rahimi è nato nel 1962 a Kabul, in Afghanistan. Ottenuto l'asilo politico, vive oggi a Parigi. Presso Einaudi ha pubblicato: Terra e cenere (2002); Le mille case del sogno e del terrore (2003); L'immagine del ritorno (2004). Pietra di pazienza, scritto direttamente in francese, ha vinto il Goncourt 2008.


 
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