Io sto in piedi su una cassa verde.
La cassa è infilata nella baracca dei burattini, cioè una specie di televisione nella televisione. Una televisione del Settecento. Quando si apre la tenda devo guardare la luce rossa sulla telecamera e fare il pezzo. La regola è stare nei cinque minuti, meglio in quattro e mezzo. Il pezzo lo scrivo in motorino, in furgone durante la tournée, in treno aereo nave astronave. Me lo scrivo in testa e poi lo trascrivo andando a capo dove finisce il senso della frase e della mezza frase. Poi finisce pure il pezzo e la telecamera si allontana. Sigla. Fine.
La baracca sta in una trasmissione televisiva. La parrucchiera mi chiede Serve aiuto? La truccatrice mi chiede Serve aiuto? Io dico No. Mi serve tempo. Tempo per dire un pezzo che dura quanto un cerino. Bisogna solo metterli in fila, i cerini. Uno per l’uomo in divisa che spara al ragazzo con l’estintore, uno per la cassiera del supermercato che va a lavorare, un altro per Dio vestito da Paperinik, un altro ancora per i topi che divorano la città, teste tagliate e teste coronate, fatalismo e spaesamento. Le cose che ci circondano come cerini accesi. Appena passano tra le mani si spengono. Io cerco di allungare la vita al cerino.
Carlo Pisacane, eroe anarcorisorgimentale cha dà il nome alle scuole e alle strade del nostro piccolo paese come una futura scuola elementare Gaetano Bresci o una piazza Renato Curcio tra cent’anni, pensava che sarebbe bastato portare la scintilla lì dove era già pronta la polvere da sparo per incendiare l’Italia, la temerità del devoto minatore che metta il fuoco alla striscia. L’insurrezione che serpeggia come una miccia accesa. Io invece sono disarmato. Sono senza fedi e senza bandiere. Ho un cerino.
[…] adesso ho rovesciato la scatola dei cerini. Sono sceso dalla cassa verde e li ho rovesciati in questo libro. Cerini che ora non c’hanno più un tempo da bruciare. Liberi dai cinqueminutimeglioquattro. Senza sigla e senza fine.
Ascanio Celestini, Io cammino in fila indiana
Nel piccolo paese di Celestini i partiti sono quelli dei Mafiosi e dei Corrotti, l'economia nazionale si fonda sulla grande multinazionale del chiodo dove tutti, fruttivendoli, medici e insegnanti, hanno lavorato. Nel piccolo paese c'è anche una piccola scuola dove i bambini prendono lezioni di fila indiana, perché stare in cerchio è un'abitudine naturale che bisogna perdere, in cerchio si è tutti uguali e non va bene.
Maila Iacovelli, Fabio Zayed / Spot the Difference
Ma nell'apatia intellettuale e politica del piccolo paese c'è forse, da qualche parte, qualcuno che semina polvere da sparo su cui accendere scintille. Qualcuno che, come nel racconto che dà il titolo al libro, rifiuta di essere semplicemente un numero in fila, o qualcuno che rifiuta di essere una sagoma, il bersaglio bidimensionale dei «discorsi a mano armata» dei politici, dei banchieri, dei presidenti di consigli d'amministrazione. I rivoluzionari del piccolo paese sono quelli che in fila indiana hanno il coraggio di voltarsi e guardare chi c'è dietro e poi, semplicemente, dalla fila si tirano fuori, e si presentano con il loro nome e la loro faccia. E se ne vanno in giro per il piccolo paese, disarmati, ma con le tasche piene di cerini da far brillare.
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«Un libro da gustare un po' alla volta, considerandolo un Ascanio portatile, da tenere sul comodino come uno specchietto da borsa per leggersi dentro. E magari, prima di addormentarci, andremo a stringere quel rubinetto che perde».
Rossella Battisti, l'Unità