Alice Munro

raccontata da Jonathan Franzen


Condividi

In uno dei saggi raccolti in Più lontano ancora, pubblicato nelle Frontiere, Franzen racconta la sua passione letteraria per i racconti di Alice Munro. E prova a spiegarsi - e a spiegarci - «perché la bravura di questa scrittrice superi in modo cosí sconcertante la sua fama».

***

Alice Munro può essere considerata a buon diritto la piú grande scrittrice vivente del Nord America, ma fuori dal Canada, dove i suoi libri sono in cima alle classifiche, non ha mai conquistato un pubblico numeroso. A rischio di passare per il paladino dell’ennesimo autore sottovalutato – e forse avete imparato a riconoscere ed evitare queste perorazioni, un po’ come avete imparato a non aprire le lettere di certe associazioni di beneficenza? Richieste come: «Per favore fate una generosa donazione a Dawn Powell»? «Con un contributo di soli quindici minuti a settimana potrete assicurare a Joseph Roth il posto che gli spetta nel canone moderno»? – voglio cercare [di indovinare] perché la bravura di questa scrittrice superi in modo cosí sconcertante la sua fama.

1. La scrittura di Munro si basa esclusivamente sul piacere di narrare.
Il problema è che molti acquirenti di narrativa impegnata mostrano un’entusiastica preferenza per robaccia pseudoletteraria, lirica, trepidamente seria.

2. Chi legge Munro non assimila nozioni supplementari come lezioni civiche o dati storici.
I suoi racconti parlano di persone. Persone persone persone. Se leggete narrativa che tratta di argomenti istruttivi come l’arte del Rinascimento o qualche importante capitolo della storia nazionale, avrete la certezza di sentirvi produttivi. Ma se la storia è ambientata nel mondo moderno, se le preoccupazioni dei personaggi vi sono familiari, e se il libro vi appassiona talmente che non riuscite a chiuderlo all’ora di andare a letto, allora c’è il rischio che vi stiate semplicemente divertendo.

3. I suoi libri non hanno titoli altisonanti tipo Pastorale canadese, Canadian Psycho, Rosso canadese, In Canada o Il complotto contro il Canada.
Munro, inoltre, si rifiuta di rappresentare momenti drammatici fondamentali con comodi riassunti digressivi. E ancora, la mancanza di retorica, l’eccellente orecchio per i dialoghi e l’immedesimazione quasi patologica nei personaggi hanno il dannoso effetto di oscurare l’ego dell’autrice per molte pagine di fila. Infine, nelle foto sul retro di copertina Munro sorride affabile, come se il lettore fosse un amico, anziché posare con quel cipiglio afflitto che denota un serio intento letterario.

4. L’Accademia Reale Svedese ha preso una ferma posizione.
A Stoccolma, evidentemente, ritengono che troppi canadesi e troppi autori di racconti abbiano già ricevuto il Nobel per la letteratura. Adesso basta!

5. Munro scrive narrativa, e la narrativa è piú difficile da recensire della saggistica.
Bill Clinton ha scritto un’autobiografia: che cosa interessante. Molto interessante. L’autore è già di per sé interessante – chi meglio di Bill Clinton poteva scrivere un libro su Bill Clinton? […]. Ma chi è Alice Munro? È una distaccata fornitrice di piacevolissime esperienze private […].

6. Peggio ancora, Munro è una scrittrice di racconti.
E con i racconti la sfida ai recensori diventa ancora piú estrema. Esiste forse un racconto, in tutta la letteratura mondiale, il cui fascino resista intatto alla tipica sinossi (un incontro casuale su un marciapiede di Yalta unisce i destini di un marito annoiato e di una signora con cagnolino... La lotteria annuale del paese rivela un proposito alquanto sorprendente... Un dublinese di mezza età lascia una festa e riflette sulla vita e sull’amore...)?
Oprah Winfrey non si occuperebbe mai di una raccolta di racconti. Discuterne è cosí complicato, in effetti, che quasi si può perdonare l’ex direttore della «Book Review», Charles McGrath, per avere recentemente paragonato i giovani autori di racconti a «gente che impara a giocare a golf senza mai avventurarsi su un campo vero e proprio, ma solo esercitandosi sul campo pratica». Il vero gioco, secondo questa analogia, sarebbe ovviamente il romanzo.

Il pregiudizio di McGrath è condiviso da quasi tutti gli editori commerciali, per i quali una raccolta di racconti significa, il piú delle volte, l’antipatica perdita già messa in conto all’interno di un contratto per due libri, nel quale viene esplicitamente proibito che il secondo libro sia un’altra raccolta di racconti. E tuttavia, malgrado questa condizione di Cenerentola della narrativa, o forse proprio per questo, un’alta percentuale della produzione letteraria piú interessante degli ultimi venticinque anni – quello che mi viene subito in mente quando mi chiedono di citare qualcosa di eccezionale – è rappresentata da racconti. […]. Se chiudo gli occhi e penso alla letteratura degli ultimi decenni, vedo un paesaggio crepuscolare in cui molte delle luci piú invitanti, quelle che mi spingono a ritornare, provengono da alcuni specifici racconti.
Mi piacciono i racconti perché non lasciano spazio per nascondersi. L’autore non può tirarsi fuori dai guai con le chiacchiere: nel giro di pochi minuti raggiungerò l’ultima pagina, e se non ha niente da dire me ne accorgerò. Mi piacciono i racconti perché di solito sono ambientati nel presente, o comunque in un’epoca ancora viva nella memoria; a quanto pare, il genere resiste a quell’impulso storico che fa sembrare effimeri o cadaverici tanti romanzi contemporanei. Mi piacciono i racconti perché occorre un genuino talento per inventare personaggi e situazioni originali mentre si ripete sempre la stessa storia. Tutti gli scrittori di narrativa patiscono la mancanza di cose nuove da dire, ma gli scrittori di racconti soffrono piú disperatamente degli altri. Ancora una volta, non c’è modo di nascondersi. Le vecchie volpi come Munro e William Trevor non ci provano nemmeno.

La storia che Munro continua a raccontare è questa: una ragazza sveglia e sessualmente intraprendente cresce nelle campagne dell’Ontario in una famiglia modesta, con una madre malata o morta e un padre insegnante risposato con una donna problematica, e la ragazza alla prima occasione fugge dalla campagna, grazie a una borsa di studio o a un decisivo atto di egoismo. Si sposa giovane, si trasferisce nella British Columbia, alleva dei figli ed è in buona parte responsabile del fallimento del suo matrimonio. Può avere successo come attrice, scrittrice o personaggio televisivo; ha qualche avventura romantica. Quando, inevitabilmente, ritorna in Ontario, scopre trasformazioni sconvolgenti nel paesaggio della sua giovinezza. Malgrado sia stata lei ad abbandonare quel luogo, il suo narcisismo subisce un forte colpo per la fredda accoglienza che le viene tributata: per il fatto che il mondo della sua giovinezza, un mondo di consuetudini e usanze antiquate, si erga ora a giudice delle sue scelte moderne. Cercando semplicemente di sopravvivere come persona integra e indipendente, ha subito perdite e stravolgimenti dolorosi; ha causato sofferenza.
E piú o meno è tutto qui. Questo è il rivoletto che ha alimentato l’opera di Munro per piú di cinquant’anni. Gli stessi elementi ritornano di continuo, come Clare Quilty.

Ciò che rende cosí evidente e straordinaria la crescita artistica di Munro è proprio la familiarità del suo materiale. Guardate cosa riesce a fare con la sua piccola storia: piú ci ritorna sopra, e piú cose scopre. Munro non è una giocatrice di golf sul campo pratica. È una ginnasta con un semplice body nero, sola sul pavimento nudo, che surclassa tutti i romanzieri con il loro armamentario di costumi sgargianti, fruste, elefanti e tigri.
«La complessità delle cose – delle cose dentro le cose – mi sembra infinita», ha dichiarato in un’intervista. «Voglio dire che non c’è niente di facile, niente di semplice». In quel momento stava esponendo l’assioma fondamentale della letteratura, il nucleo del suo fascino. E per una ragione o per l’altra – la frammentarietà del mio tempo di lettura, le distrazioni e l’atomizzazione della vita contemporanea, o forse davvero per la mancanza di romanzi irresistibili – mi accorgo che quando ho bisogno di una boccata di vera scrittura, di una bella dose di paradosso e complessità, mi rivolgo quasi sempre alla narrativa breve […].

7. I racconti di Munro sono ancora piú difficili da recensire di quelli degli altri.
Piú di ogni altro scrittore dai tempi di Čechov, in ciascuno dei suoi racconti Munro si sforza, con successo, di rappresentare la totalità gestaltica di un’esistenza. Ha sempre avuto un grande talento per sviluppare e palesare i momenti rivelatori. Ma è nelle tre raccolte pubblicate dopo il 1996 [Il sogno di mia madre, Nemico, amico, amante... e In fuga] che ha compiuto il vero, straordinario salto ed è diventata una maestra della suspense. Ora non va piú in cerca di momenti di comprensione, bensí di momenti d’azione, un’azione fatale, irrevocabile e drammatica. E questo significa che il lettore non può nemmeno tentare di indovinare il significato della storia finché non ne ha seguito ogni svolta; è solo nelle ultime pagine che si accendono tutte le luci [...].
Ma mentre i suoi racconti sono diventati sempre piú simili a tragedie classiche in prosa, non solo Munro non ha piú lasciato spazio al superfluo, ma sembra sia arrivata a considerare l’intrusione del suo ego come qualcosa di stridente, di discorde: un tradimento estetico e morale.
Le sue storie mi trasportano in uno stato di tranquilla riflessione, in cui penso alla mia vita, alle decisioni che ho preso, alle cose che ho fatto e che non ho fatto, al tipo di persona che sono, alla prospettiva della morte. Munro rientra in quel piccolo gruppo di scrittori, alcuni viventi, la maggior parte defunti, a cui penso quando affermo che la narrativa è la mia religione. Perché, quando sono immerso in un suo racconto, riesco ad accordare a un personaggio completamente inventato il solenne rispetto e il tacito sostegno che accordo a me stesso nei miei momenti migliori […].

Una narrativa migliore può forse salvare il mondo? C’è sempre una piccola speranza (a volte succedono cose inaspettate), ma la risposta è quasi sicuramente no. C’è una discreta probabilità, però, che possa salvarvi l’anima. Se l’odio che vi hanno scatenato nel cuore vi rende infelici, provate a mettervi nei panni della persona che vi odia; provate a considerare la possibilità che il Maligno, in realtà, siate voi stessi; e se proprio non ci riuscite, allora provate a trascorrere qualche serata con una canadese piena di dubbi […].

Munro sta parlando a voi e a me, qui e adesso.

Jonathan Franzen

***

Il testo, tradotto da Silvia Pareschi, è tratto da Chi ti dice che non sia tu il Maligno? - Su Alice Munro, pubblicato in Più lontano ancora.

 
ARCHIVIO