Alice Munro

«Troppa felicità»


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Nei momenti di lucidità non contemplava l’ipotesi di travolgere Jon al punto da riportarlo sulla retta via, comparendo a fine spettacolo per ricevere l’applauso del pubblico. Non pensava che gli si sarebbe spezzato il cuore all’idea della pazzia commessa, quando l’avesse vista felice e affascinante e sicura, anziché sconsolata e pronta al suicidio. Ma nemmeno immaginava qualcosa di poi tanto diverso: era un esito che non avrebbe saputo formulare, ma che non poteva smettere di augurarsi.
Fu il saggio migliore di sempre. Lo dissero tutti. Dissero che sprigionava piú energia. Piú spensieratezza e piú profondità al tempo stesso. I costumi dei bambini erano in perfetta armonia con la musica eseguita. E i faccini, truccati in modo da non mostrarsi in preda al terrore come bestie sacrificali.
Quando alla fine Joyce uscí sul palco, indossava una lunga gonna di seta nera che scintillava d’argento a ogni passo. Nonché bracciali e brillantina argentea sui capelli sciolti. Tra gli applausi, si levò qualche fischio.
Jon e Edie non erano nel pubblico.

Alice Munro, Troppa felicità

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Il fascino di Munro è tutto nell’equilibrio tra ritmo cardiaco della scrittura e anacronia della narrazione, di cui è maestra. Perfetto per rappresentare il mondo in forma di segreti e bugie, amori e disamori, genitori e figli, insomma famiglie.

D – la Repubblica delle donne

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La regina della narrativa canadese torna – due anni dopo la vittoria del prestigioso Man International Booker Prize – con un libro di abbagliante intensità.
Se si prova a riassumerli, i racconti di Troppa felicità sono pieni di elementi che sembrano indirizzare al noir, al giallo, persino al gotico: omicidi, suicidi, tradimenti, violenza, crudeltà. Ma nella visione di Alice Munro questi eventi tragici, piuttosto che essere il perno drammaturgico su cui ruota il racconto, ne diventano invece la premessa o lo sfondo. Perché a dare corpo alle sue narrazioni ci sono (ancora una volta, eppure in modo sempre nuovo) le emozioni dei suoi personaggi. Donne, soprattutto, madri, amanti, figlie e mogli, donne che incarnano un istinto potente e meraviglioso di ribellione, il rifiuto dei compromessi e delle convenzioni.

Come le protagoniste dei suoi racconti, la Munro trasgredisce, e dimostra che proprio nella capacità di superare i limiti imposti dal senso comune è possibile trovare la strada per evolvere e superare i propri, di limiti: quello che fa fare alle sue donne all’interno del microcosmo familiare (perché sì, è sempre la famiglia - prigione o conquista - il luogo in cui si consumano i drammi e le riscosse immaginate dalla Munro), lei lo fa nell’universo della narrazione. E, come loro, lo fa con un’eleganza naturale, senza compiacimento e senza enfasi, semplicemente applicando alla scrittura un istinto che non ammette concessioni alle «buone maniere» letterarie. La sua lingua è curata nel dettaglio eppure non è mai esibita, i colpi di scena avvengono fuori campo, non ci sono «scene madri» né risoluzioni compiute dei drammi.
Ma proprio nello spostamento del fuoco dal fuori al dentro, nella minutaglia di gesti che sono residui o premesse delle grandi azioni, nella sospensione in cui Alice Munro ci congeda in un momento che non è mai quello che avevamo immaginato come fine, che possiamo cogliere, stagliata in controluce, l’essenza formidabile delle sue opere.

Alice Munro sa vedere davvero la banalità del male nella vita di ogni essere umano, con un’ intelligenza di sguardo e una profondità tale da trasmettere l’impressione che nello spazio breve di un racconto ogni storia possa essere compresa ed esplorata in tutta la sua complessità.
«Alice Munro sa e racconta – si legge nella motivazione che annunciava l’assegnazione del Man Booker International Prize – che la vita interiore di ogni donna può essere, anzi è, fortemente drammatica. La sua capacità di empatia è tale che leggere i suoi libri significa vedere la vita dall’interno, e scorgervi tutto quello che, nelle opere di tanti altri autori, sembra privo di importanza e di significato».

La Munro sa guidarci nelle sue storie con maestria (tanto da darci l’illusione che sia lei, invece, a percorrere le nostre strade, come se scrivendo non facesse altro che leggerci nel pensiero, mettere in parole quello che non abbiamo il coraggio di immaginare o ricordare), ed è sorprendente scoprire, un libro dopo l’altro, quanto mondo è in grado di farci attraversare. «Non è cambiato il suo modo di narrare – ha scritto Susanna Basso – è solo un po' più lontano il luogo dove ci porta a incontrare noi stessi».

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In questo video tratto da Youtube, una bella intervista (in inglese) in cui Alice Munro parla di lettura, scrittura e di ciò che la vita insegna, rivelando una irresistibile ironia.

 
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