Alice Munro

Premio Nobel per la letteratura 2013


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Un approfondimento sull'opera di Alice Munro, vincitrice del premio Nobel per la Letteratura 2013.
E gli speciali sul sito Einaudi dedicati all'autrice canadese:
Alice Munro raccontata da Jonathan Franzen
Troppa felicità
La guida alla lettura di Susanna Basso

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«Alice Munro è una dei pochi scrittori a cui penso quando dico che la letteratura è la mia religione».
Jonathan Franzen

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«Splendida, raffinata, intensa, una scrittura che conosce a fondo l'oggetto e il movimento del sentire umano, l'annodarsi del reale e il dipanarsi delle sue implicazioni. E il cui dono al lettore è un sapere inattingibile altrove».
«New York Times»

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«Paragonata a Cechov, Munro si rivela all'altezza del maestro per indimenticabile lirismo e generosa saggezza».
«Los Angeles Times Book Review»

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«Alice Munro non fa che migliorare. A pennellate finissime, la sua visione restituisce ogni qualità dell'umano, dalla più generosa alla più corrotta, e l'effetto non può che definirsi magistrale».
«The San Francisco Chronicle»

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«Fra pochi anni, chiunque vorrà parlare di un bellissimo racconto, o di una sottile accortezza narrativa, o di una visione del mondo tanto ricca quanto inafferrabile, dirà: “Mi ricorda un libro di Alice Munro. Lo leggerò subito"».
Pietro Citati

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«Il Canada ha prodotto scrittrici notevolissime come (...) la Munro, che ha prediletto il racconto al romanzo, (…) storie di crudeltà e incomunicabilità quotidiane, di passaggi del tempo che mutano le persone e i loro sentimenti, di malattie e delitti, di incroci famigliari e sentimentali affrontati con un'abile scomposizione del quadro da un'età a un'altra, da un personaggio a un altro, da un ambiente a un altro (...) Munro è bravissima nella costruzione del racconto e nell'ideazione degli intrighi, e sa come trascinare il lettore in un clima freddamente angosciante, dove l'umanità sembra dare costantemente il peggio o il mediocre, la piena banalità del male di cui siamo intrisi».
Goffredo Fofi, «Internazionale»

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«Nonostante tutto, le ragazze fragili e intelligenti che hanno visto svanire i propri talenti, le signore cariche d'esperienze acuminate come lance mortali, sulle quali Alice Munro concentra l'attenzione, vogliono continuare a vivere. Questo ce le fa amare. La bellezza dei loro mondi interiori, ne siamo certi, è un fuoco che non smetterà mai di ardere e prosperare».
Eraldo Affinati

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«Racconti di bellezza incandescente, centrati (...) sugli intrecci famigliari, su quei legami cioè indissolubili per definizione e che tuttavia finiscono col dissolversi lentamente o di colpo, in maniera misteriosa, sospesi come sono nel gran falò delle nostre esistenze (...) Le sue raccolte sembrano disegnare con pacata ma illuminante precisione i contorni implacabilmente imprecisi delle nostre attuali esistenze».
Mario Fortunato, «l'Espresso»

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«"E poi arriva un altro breve racconto e ti risolve la vita" dice Alice Munro, quando le chiedono perché non scriva romanzi. A noi arriva un altro breve racconto per sconvolgerci la vita. Accende una luce, poi di nuovo subito buio, ed ecco che ne comincia un altro».
Annalena Benini, «Io Donna»

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Da anni tra i candidati più quotati, Alice Munro è la vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2013. «Master of the contemporary short story», così l’ha definita Peter Englund, segretario permanente dell’Accademia di Svezia, nel dare l’annuncio.
Munro è la tredicesima donna a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, e la prima canadese dai tempi di Saul Bellow (premiato nel 1976), che però il Canada l’aveva lasciato molti anni prima di cominciare a scrivere. Lei, invece, pur avendo girato il mondo continua ad abitare in Ontario, a poche miglia dalla casa dell’infanzia.
In quella terra alla quale, come ha dichiarato più volte, «sente di appartenere», Munro ambienta molte delle sue storie. Se, come l'autrice afferma, «la memoria è il modo in cui non cessiamo di raccontare a noi stessi la nostra storia e di raccontare agli altri versioni in certa misura diverse della nostra storia», allora Alice Munro dispone del dono straordinario di attingere a un repertorio di materiale privato senza mai esaurirne la forza.
Senza distogliere mai lo sguardo da ciò che pulsa e vive, Munro è stata in grado di superarsi ad ogni nuovo libro, e lo ha fatto sempre con un’eleganza naturale, senza compiacimento e senza enfasi, semplicemente applicando alla scrittura un istinto che non ammette concessioni alle «buone maniere» letterarie. La sua lingua è curata nel dettaglio eppure non è mai esibita, i colpi di scena avvengono fuori campo, non ci sono «scene madri» né risoluzioni compiute dei drammi. Ma proprio nello spostamento del fuoco dal fuori al dentro, nella minutaglia di gesti che sono residui o premesse delle grandi azioni, nella sospensione in cui Alice Munro ci congeda in un momento che non è mai quello che avevamo immaginato come fine, che possiamo cogliere, stagliata in controluce, l’essenza formidabile delle sue opere.                                  
Questa autrice eccezionale sa vedere davvero la banalità del male nella vita di ogni essere umano, con un’intelligenza di sguardo e una profondità tale da trasmettere l’impressione che nello spazio breve di un racconto ogni vicenda umana possa essere compresa ed esplorata in tutta la sua complessità. Con maestria, ci guida nelle sue storie dandoci l’illusione che sia lei, invece, a percorrere le nostre strade, come se scrivendo non facesse altro che leggerci nel pensiero, mettere in parole quello che non abbiamo il coraggio di immaginare o ricordare. Ed è sorprendente scoprire, un racconto dopo l’altro, quanto mondo è in grado di farci attraversare. «Non è cambiato il suo modo di narrare – ha scritto Susanna Basso – è solo un po' più lontano il luogo dove ci porta a incontrare noi stessi».

La prima raccolta delle sue storie uscì quando Alice Munro aveva trentasette anni. Era il 1968 e Danza delle ombre felici ottenne immediatamente l’attenzione di critici e lettori, e si aggiudicò il Governor General’s Literary Award, il più importante premio letterario canadese. Il libro, pubblicato da Einaudi  a ottobre del 2013, contiene in nuce tutti i temi e le atmosfere che Munro esplorerà negli anni, racconto dopo racconto, nella convinzione che «la complessità delle cose – delle cose dentro le cose» è infinita, ed è questa complessità che lei racconta, andando ogni volta più affondo, imparando (e insegnandoci) ogni volta qualcosa in più. Tra le storie di Danza delle ombre felici c’è anche La pace di Utrecht, «la prima storia che dovevo assolutamente scrivere», ha detto l’autrice, che in queste pagine affronta il faticoso rapporto con la madre malata di Parkinson.

Due anni dopo esce Lives of Girls and Women, e nel 1974 i tredici racconti di Something I’ve Been Meaning to Tell You. Nel 1978, Alice Munro si aggiudica per la seconda volta il Governor General’s Literary Award con Chi ti credi di essere? Munro non ha mai scritto altro che racconti, ma nel caso di questo libro si è spesso – per quanto erroneamente – parlato di romanzo: ognuna delle dieci storie ha infatti al centro un’unica protagonista, Rose, raccontata da un narratore provvisoriamente onnisciente, che organizza in ordine cronologico gli episodi della sua vita e ne lascia emergere il disegno complessivo, tra desiderio di fuga e consapevolezza della necessità di restare. Rose è bambina ribelle e pensosa nel primo racconto, poi avida lettrice che tiene a bada il pensiero del padre ammalato a furia di Shakespeare e Dickens; adolescente in viaggio dalla piccola West Hanratty a Toronto; giovane innamorata; donna fedifraga; madre nervosa di una bambina piú saggia di lei, e infine Rose è la donna matura che torna là dove tutto era cominciato, e ritrova il filo ininterrotto di un’esistenza interiore.

Le lune di Giove (1982) raccoglie storie di donne le cui vite sono giunte a una svolta. Una svolta dell’età o del gusto, della rabbia o della passione, una delle piccole o grandi svolte quotidiane che plasmano le vite e i caratteri, e che potrebbero forse passare inavvertite non fosse per la scrittura vivida e acuminata che le individua e le svela. Sono tutte donne alle prese con relazioni sentimentali difettose, e Munro racconta i loro tentativi di affrontarle senza illusioni ma anche senza cinismo. Donne caparbie, spiritose, amare, sempre lucidissime, con un tratto comune: l’imperativo categorico di non voltarsi mai indietro.

Ogni vita nasconde un segreto e un mistero, e la scrittura di Alice Munro li svela seguendo itinerari solo in apparenza tortuosi: all'improvviso le immagini fumose dell'inconscio acquistano un nitore abbagliante, la verità si manifesta e stordisce un lettore già ipnotizzato, sedotto.      

Nel 1989, con Il percorso dell’amore, l’autrice mette in scena i trabocchetti e gli inganni della memoria, con dei racconti che pure sono pieni di trabocchetti e di inganni: ecco, questo è uno dei talenti più incredibili di Alice Munro. La capacità di imprimere alle sue storie svolte improvvise, ma senza forzature, semplicemente portando in superficie qualcosa che già era lì, nascosto nelle cose, come un ricordo riposto in un angolo della memoria. E in realtà il lettore, trascinato dall’apparente semplicità della scrittura, si trova spesso, verso la fine di un racconto, a tirare un respiro di sollievo, esausto, per poi accorgersi che la vera rivelazione è proprio nell'ultimo paragrafo...

Dopo Friend of My Youth, pubblicato nel 1990, arriva Segreti svelati, otto ritratti famigliari sullo sfondo opaco della provincia canadese, otto protagoniste tratteggiate con ironia e partecipazione, che rivivono le loro esistenze fatte di solitudine, di incomprensioni, ma anche percorse da passioni segrete. Come Louise, che vede riaffiorare, in un momento inaspettato, il suo sogno d'amore vissuto durante la guerra; o Gail, che si finge quella che non è per scoprire cosa le ha portato via un rapporto che credeva indistruttibile.
Otto storie di donne sono anche quelle raccolte in Il sogno di mia madre (1998), forse il libro che ha finalmente destato l’attenzione del grande pubblico su una scrittrice che la meritava da tempo. Otto racconti che, come ha scritto Antonia Byatt, «contengono elementi del probabile e insieme fratture e disastri. L’interesse di Munro è da sempre rivolto sia al tessuto della "normalità" sia al colpo di forbici che lo taglia di netto... Sono storie di morti violente, di nascite altrettanto violente».

Uscito nel 2001, Nemico, amico, amante... è fatto di nove racconti perfetti, che possiedono la straordinaria capacità di trascinare il lettore nei meandri di una memoria che non è la sua per risvegliare emozioni che sono di tutti. La scrittura della Munro è lussureggiante, fitta di accadimenti e particolari necessari. Il paesaggio canadese, la natura selvaggia del Nord Ovest partecipano alle emozioni dei personaggi, integrano la loro storia, determinano le loro decisioni.

Come in Chi ti credi di essere?,  nella raccolta In fuga (2004) ci sono tre racconti - Fatalità, Fra poco e Silenzio - che hanno come protagonista la stessa donna. La storia della separazione traumatica e dolorosa fra una madre e una figlia, attraverso la quale entrambe ritrovano la propria identità e il coraggio di vivere seguendo il desiderio, è raccontata attraverso cesure drastiche, spazi bianchi in cui precipitano il tempo e i sentimenti.

La vista da Castle Rock, del 2006, si muove su due filoni apparentemente distinti: la storia familiare, ricostruita a partire dall'antenato scozzese Will O'Phaup, e la narrazione autobiografica, dall'infanzia all'attuale maturità dell'autrice. Sullo sfondo, la storia collettiva: le difficili condizioni economiche della Scozia del XVIII secolo e il viaggio oltreoceano per raggiungere le terre promesse della Nova Scotia inseguendo un sogno intravisto dalla rocca del castello di Edimburgo. E poi la storia del Canada: la conquista di nuova terra, l'edilizia, la ferrovia, le occupazioni pioniere. Su tutto, la magia della scrittura di Alice Munro, che raccoglie, amalgama, reinventa, e ancora una volta conquista.

Nel 2009, due anni dopo la vittoria del prestigioso Man Booker International Prize, Alice Munro torna con Troppa felicità. Se si prova a riassumerli, i racconti di Troppa felicità sono pieni di elementi che sembrano indirizzare al noir, al giallo, persino al gotico: omicidi, suicidi, tradimenti, violenza, crudeltà. Ma nella visione di Alice Munro questi eventi tragici, piuttosto che essere il perno drammaturgico su cui ruota il racconto, ne diventano invece la premessa o lo sfondo. Perché a dare corpo alle sue narrazioni ci sono (ancora una volta, eppure in modo sempre nuovo) le emozioni dei suoi personaggi. Donne, soprattutto, madri, amanti, figlie e mogli, donne che incarnano un istinto potente e meraviglioso di ribellione, il rifiuto dei compromessi e delle convenzioni.    

E infine, nel 2012, Munro ha dato alle stampe la raccolta Dear Life (in uscita per Einaudi nel 2014). In una nota all’ultima parte del libro, intitolata Finale, Alice Munro avverte: «Gli ultimi quattro lavori di questo libro non sono davvero delle storie. Formano una unità separata, che è autobiografica nei sentimenti, anche se non interamente tale nei fatti, in alcuni casi. Credo che siano le prime e le ultime cose ­­- e le più vicine - che ho da dire sulla mia vita». Più volte, di recente, Munro ha dichiarato che Dear Life potrebbe essere il suo ultimo libro. «Ma questo – ha detto nell’intervista telefonica rilasciata dopo la vittoria – potrebbe farmi cambiare idea». Se così fosse, questa volta la scelta dell’Accademia Svedese avrebbe un valore in più.

 
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