Spartaco non fu il condottiero di un popolo in armi contro Roma: cartaginesi, galli, numidi, o genti dell’Illiria e del Ponto. Questi conflitti, per quanto aspri, erano pur sempre eventi che rientravano nella normalità bellica dei conquistatori. Nell’ascesa e nel consolidamento di una potenza mondiale, la guerra, l’annientamento fisico dell’avversario, erano considerate situazioni inevitabili: i romani vi avevano fatto l’abitudine; si trattava della loro routine. Spartaco fu invece qualcosa di radicalmente diverso, di quasi indicibile per la cultura dominante; il simbolo di un sovvertimento estremo, di uno spezzarsi drammatico dell’ordine “naturale” delle cose, che si rovesciava sanguinosamente e paurosamente in un suo inconcepibile contrario. Egli era uno schiavo in rivolta, alla testa di un esercito largamente composto di uomini della medesima condizione, che era riuscito a minacciare il cuore stesso del sistema imperiale.
Aldo Schiavone, Spartaco
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Talmente affascinante da somigliare a una leggenda, la vicenda di Spartaco, «lo schiavo che sfidò l’impero», ha da sempre ispirato narrazioni ed è stata al centro di innumerevoli studi. Eppure restano ancora molte lacune, proliferano gli equivoci e le mistificazioni. È proprio qui, in queste zone d’ombra, che va a inserirsi l’opera di Schiavone – opera che, precisa l’autore, «non è un libro sul mito di Spartaco: è un racconto biografico, radente i fatti e i personaggi». Dunque, come in ogni biografia, insieme al racconto di una vita diventa indispensabile la ricostruzione del contesto che la avvolge. E negli anni settanta del I secolo a.C., nell’Italia meridionale romanizzata, c’è un fenomeno atroce dal quale, nel voler definire tale contesto, non si può prescindere: lo schiavismo imperiale. Un’istituzione che non solo è essenziale dal punto di vista economico e produttivo, ma che dà forma all’esperienza civile e morale del vivere comune.
Il tentativo, qui, è quello di «ricomporre un paesaggio storico – tensioni, forze, possibilità, fratture – di insospettata ricchezza, e integrare al suo interno una trama di indizi e di congetture, in grado di trasformare parecchie delle informazioni che credevamo perdute, in informazioni soltanto nascoste, recuperabili per colmare molti vuoti. Questo consente di arrivare a un risultato espositivo compatto e fruibile con agio dal lettore: che dovrebbe essere l’obiettivo di ogni autentico libro di storia».
La storia, finalmente, si riappropria di un soggetto che era ormai entrato nell’universo del mito, e apre nuove illuminanti prospettive.
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«Un’analisi prettamente marxista che porta a una visione assai diversa da quella che quasi tutti i marxisti dell’Otto e del Novecento ci hanno tramandato di quella tempesta che sconvolse l’ordine repubblicano nella Roma antica».
Paolo Mieli, Corriere della Sera