Agota Kristof è morta a 75 anni a Neuchâtel, in Svizzera, la terra che l’ha accolta quando l’invasione dell’esercito sovietico l’ha costretta a fuggire dall’Ungheria. Uno sradicamento doloroso che la Kristof non ha mai cercato di «normalizzare». Anzi, ha deciso di farne il segno distintivo della propria vita e – soprattutto – della propria scrittura. In francese, lingua nella quale si sentiva «analfabeta», ha composto tutti i suoi capolavori, a cominciare dalla celebre Trilogia della città di K.
Solo qualche mese fa, in quella che è forse la sua ultima intervista, aveva parlato a lungo del rapporto con il francese e con la sua lingua madre.
Adesso mia figlia vuole che parli ungherese al mio ultimo nipotino, – aveva detto. – Ho paura che non mi capisca, che questa cosa possa allontanarlo da me. Conosce le parole igen e nem (sì e no) e gli ho regalato un orsacchiotto che resta ad aspettarlo a casa mia, e lui sa che in ungherese di chiama mackó. Ma sento che è perplesso quando gli parlo in questa lingua.
E, nella stessa intervista, aveva confermato quello che i suoi lettori già temevano.
Non scrivo più, sono molto malata. Non è stata una decisione consapevole, è successo e basta. Semplicemente non me la sento, non ho più l’energia necessaria. Però ci sono ancora tanti temi che mi interessano, e su uno di questi ho cominciato a scrivere due anni fa. Ho tutto il libro in testa, praticamente è finito. È molto facile mettere sulla carta quello che ho immaginato. Così ho buttato giù un paio di pagine, ma mi sembrava di ripetere cose che avevo già scritto.Ho ricominciato, poi ho scritto il finale, diverse volte, alla fine ho lasciato perdere.
Se n’è andata così, con un altro grande capolavoro – ne siamo certi – «tutto in testa», una delle più grandi voci della letteratura del nostro secolo.
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Ecco cosa hanno scritto di lei in questi giorni i nostri maggiori quotidiani:
La Kristof però non ha mai teso alla famosa «leggerezza», tormento di tanti scrittori, non ha mai evitato il pesante, enigmatico faccia a faccia con il dolore e la sofferenza. Eppure è proprio questo coraggio a causare nel lettore ammirazione, a destare contentezza per aver intrapreso la lettura. Si riesce a provare empatia, comunanza di sentire, con i personaggi e con l’autrice. Questo rende l’opera della Kristof singolare in un’epoca in cui nella letteratura si cerca solo evasione e consolazione a buon mercato.
Giorgio Bressburger, Corriere della Sera
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La Kristof appartiene al filone più nobile della letteratura novecentesca: diciamo quella dei «non conciliati» che soffrono nello scrivere le pene di un’esoistenza alternativa, forse peggiore di quella vera. Così, in modo indimenticabile, Agota Kristof ha scrutato il mondo da un abisso e lo ha inevitabilmente condannato.
Paolo Mauri, la Repubblica
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Diceva che i libri non possono mai essere «tristi come la vita», perché il nostro vocabolario è troppo esiguo per esprimerele profondità del dolore. Ma l’ungherese Agota Kristof non ha mai rinunciato a smerigliare con le parole l’insulsa drammaticità del secolo breve.
Bruno Ventavoli, La Stampa
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Assieme a W. G. Sebald, Agota Kristof è stata l’ultima rappresentante di un paesaggio spirituale e narrativo che, per pura comodità, potremmo definire «Europa», senza ulteriori specificazioni. Come ironici e perfidi Dioscuri, i suoi gemelli hanno assistito alla fine di un’intera epoca, di un intero mondo. Naturalmente senza battere un ciglio, senza provarne nessuna emozione.
Emanuele Trevi, Il manifesto