Copertina


Il romanzo V. Lezioni


2003
Grandi Opere
pp. XIV - 714
€ 110,00
ISBN 9788806152949

Contributi di Niklas Holzberg
Contributi di Maria Teresa Orsi
Contributi di Francesco Zambon
Contributi di Nicolò Pasero
Contributi di Michel Jeanneret
Contributi di Francesco Rico
Contributi di Salvatore S. Nigro
Contributi di Françoise Lavocat
Contributi di Andrew H. Plaks
Contributi di Hans Magnus Enzensberger
Contributi di Vittorio Coletti
Contributi di A. S. Byatt
Contributi di Gian Piero Piretto
Contributi di Benedict Anderson
Contributi di Hayden White
Contributi di Zohar Shavit
Contributi di Umberto Eco
Contributi di Roberto Schwarz
Contributi di Enrica Villari
Contributi di Romano Luperini
Contributi di Jonathan Arac
Contributi di Maria Grazia Profeti
Contributi di Fredric Jameson
Contributi di Klaus Scherpe
Contributi di Meenakshi Mukherjee
Contributi di Norma Field
Contributi di Piergiorgio Bellocchio
Contributi di Piero Boitani
Contributi di Alfonso Berardinelli
Contributi di Lubomir Dolezel
Contributi di Marco Meriggi
Contributi di Massimo Cacciari
Contributi di Cesare Garboli
Contributi di Alessandro Baricco
Contributi di Stefano Bartezzaghi
A cura di Franco Moretti
A cura di Ernesto Franco

Quaranta romanzi, quaranta voci. Dall'Asino d'oro a Cent'anni di solitudine, passando attraverso L'uomo senza qualità e il Don Chisciotte, I promessi sposi e la Recherche, l'Ulisse e il Pasticciaccio, un confronto «uno a uno» fra grandi romanzi e grandi letture, tenendo ben vicini il piacere e lo spirito critico.

Il libro

Si completa con questo volume l'avventura de Il romanzo. Nelle Lezioni piú che a generi, stili o questioni storiche, temi già affrontati nei libri precedenti, viene ora dato spazio a singoli testi. Qui, narratori e critici, in una forma a metà strada fra la conferenza e la lezione, spiegano, ognuno a suo modo, perché vale ancora oggi la pena di leggere romanzi come Gargantua e Pantagruele o il Roman de la rose, perché si desidera ancora cavalcare con Don Chisciotte e il suo Ronzinante, si sogna con I viaggi di Gulliver e Alice nel paese delle meraviglie, ci si emoziona con I Malavoglia o Guerra e Pace. Infatti, a ben vedere, ovunque e al fondo di ogni nostra esperienza, c'è sempre almeno una storia che ci ha ispirato e ci ha fatti diventare quello che siamo. Molte e diverse sono le voci chiamate a confrontarsi ognuna con il proprio libro, da quelle di critici e saggisti come Cesare Garboli, Fredric Jameson, Piero Boitani, Francisco Rico, Lubomir Dolezel, Vittorio Coletti, Alfonso Berardinelli, a quelle di storici come Marco Meriggi e Benedict Anderson, a filosofi come Gianni Vattimo e Massimo Cacciari, a narratori (e non solo) come Antonia Byatt, Hans Magnus Enzesberger, Umberto Eco, Alessandro Baricco. E nell'idea di allargamento di orizzonte, perseguita in tutta l'opera, anche qui oltre ai romanzi piú noti si parla dei grandi capolavori del romanzo asiatico come la Storia di Genji il principe splendente o Il sogno della camera rossa nonchè di opere poco note in Italia come La bambola o le Memorie postume di Bras Cubas, capolavoro satirico del brasiliano Machado de Assis. Lezioni è cosí una guida critica e multiforme alla buona lettura da collocare sullo scaffale accanto a tutti i romanzi, grandi e piccoli, di cui è fatta la biblioteca di ognuno di noi.



Alessandro Baricco su Cent'anni di solitudine (1967), di Gabriel Garcia Marquez:

Se ti chiedi cosa generi quel battito, quale sia stata, all'origine, l'esplosione di energia che l'ha messo in movimento, il big bang originario, Cent'anni di solitudine offre una sola risposta: il sesso. Che crepita in gran parte delle sue pagine, come un'antica esplosione che non ha ancora terminato di terminare, e che continua a ridisegnare la superficie del mondo, dopo aver dato l'avvio al suo cuore. Sesso, e non amore, che in Cent'anni di solitudine quasi non esiste. Senza mezze misure, è una scossa di desiderio che c'entra poco con i sentimenti. Per gli uomini è una specie di vertigine che li porta alla follia. Per le donne è qualcosa di assai più fisico, è uno choc carnale che rinviano a lungo e a cui si arrendono con fanatica determinazione.

Umberto Eco su Novantatré (1873) di Victor Hugo:

So benissimo di amare Hugo perché altrove ho celebrato il sublime per Eccesso: l'Eccesso può persino ribaltare la cattiva scrittura e la banalità in tempesta wagneriana e, per spiegare il fascino di un film come Casablanca, ho avvertito che un solo cliché è Kitsch, cento cliché sparati senza pudore diventano epici; e ho detto di come Il Conte di Montecristo sia mal scritto (a differenza di altri romanzi di Dumas, come I tre moschettieri), e ridondante e verboso, ma che proprio per queste cattive qualità, spinte oltre il limite del ragionevole, sfiora il sublime dinamico di kantiana memoria, e giustifica la presa che avuto e che ha su milioni di lettori.

Da Antonia S. Byatt su Illusioni perdute (1837-43); Splendori e miserie delle cortigiane (1839-47) di Honoré de Balzac:

«Il più grande dolore della mia vita? - scrisse Oscar Wilde. - La morte di Lucien de Rubempré in Splendori e miserie delle cortigiane! È un dolore che non sono mai riuscito a superare del tutto. Mi turba nei momenti di piacere. Me ne ricordo quando rido». Proust fu colpito dalla commozione di Wilde, che ne prefigurava prigionia e rovina quando egli ancora viveva una brillante vita mondana: «Senza dubbio egli si commuoveva, come tutti i lettori, mettendosi dall'angolo visuale di Vautrin, che è poi quello di Balzac». Quanto a me, quando lessi per la prima volta questa scena, mi stupii nel ritrovarmi con le lacrime agli occhi. Fino a quel momento infatti avevo provato per Lucien una forte antipatia, un'antipatia che mi capita raramente di provare per personaggi fittizi. È vero che, mentre scrive i suoi compiaciuti messaggi d'addio, Lucien resta quello che è, vanesio, meschino, sprezzante. Ciò che commuove è quell'attimo di generosità mentre prepara la corda per impiccarsi e, dalla finestra, ha l'inattesa rivelazione dell'«originaria bellezza» dell'architettura medievale del Palais de Justice [...]

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