Copertina

Wallace Stevens


Harmonium

Poesie 1915-1955


1994
I millenni
pp. XXXVIII - 699
€ 56,81
ISBN 9788806126216

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Introduzione di Massimo Bacigalupo. Cronologia. Nota bibliografica. Avvertenze e ringraziamenti. Nota alle illustrazioni.
Da Harmonium. Da Idee dell'ordine. Da L'uomo con la chitarra blu e altre poesie. Da Parti di un mondo. Da Trasporto all'estate. Da Le aurore d'autunno. Da La roccia. Da Opus postumum.
Annotazioni. Indice alfabetico dei titoli originali.



A cura di Massimo Bacigalupo
Traduzione di Massimo Bacigalupo

Il cuore della produzione del poeta americano forse piú influente, in patria e fuori, dello scorcio del Novecento: una lettura emozionante, a tratti spiazzante, sempre godibile.

Il libro

Sedentario dirigente di una delle massime compagnie di assicurazione americane, Wallace Stevens (1879-1955) si allontanò da Hartford nel Connecticut solo per viaggi di lavoro, qualche vacanza in Florida e rapide scappate nelle librerie e gallerie di New York. Ma già nel 1923 la sua prima raccolta poetica, Harmonium, rivelò un poeta particolarissimo, insieme gelido e sensuale, dall'inarrivabile perfezione formale: un maestro non secondo a nessuno dei grandi coetanei Robert Frost, W. C. Williams, Ezra Pound e T. S. Eliot. I critici proposero via via le definizioni di dandy ironico, di neoromantico, di edonista o impressionista. Qualcuno confessò che già titoli quali Il comico come lettera C, Le monocle de mon oncle e L'imperatore del sorbetto risultavano impenetrabili. Eppure l'inimitabile Stevens è via via diventato il poeta americano forse piú influente, in patria e fuori, dello scorcio del Novecento, citato da romanzieri popolari quanto dai maggiori pensatori e creatori del postmoderno.
Alle nevrosi esistenziali delle avanguardie e alle loro forme lacerate (vedi La terra desolata di Eliot), Stevens oppone una poesia della coscienza come mondo, che si muove con tranquilla sicurezza alla scoperta della vita nella mente e della mente nella vita. Lo sguardo dell'habitué di Manhattan e del Waldorf Astoria ha la robustezza dei Padri Pellegrini che sbarcarono in Nuova Inghilterra nel 1620. Ha tuttavia rinunciato del tutto alle loro convinzioni religiose (ai contenuti, non ai modi), per fare una religione di se stesso: del sentire, del vedere e dell'essere. Del mero essere è infatti il titolo di quella che è forse l'ultima poesia dell'inesauribile libro stevensiano. Libro sacro e mondano in cui trovano posto canzonette ironiche accanto a pensosi poemi e a partecipi riflessioni sui grandi eventi di un secolo di guerre e rivoluzioni sociali. Il tutto trasformato da questo eccentrico della normalità, indistinguibile dai suoi connazionali della classe media, che però non scrisse mai una parola che non fosse assolutamente individuale. Un lento fuoco di ghiaccio.
La presente edizione della poesia di Wallace Stevens è la piú ampia che sia mai apparsa fuori dagli Stati Uniti. Raccoglie il cuore della produzione stevensiana, per buona parte inedita in Italia, e un apparato di notizie critiche e annotazioni ai testi che invita a una lettura emozionante, a tratti spiazzante, sempre godibile. Infatti Stevens divise il suo poema Note per una finzione suprema in tre parti, intitolate rispettivamente Deve essere astratta, Deve cambiare, Deve dare piacere.
Al limite la poesia si identifica col nucleo ultimo delle credenze umane, con le ragioni piú profonde della vita. Stevens si misura con questo impegno, e consegna un'opera che è quanto di piú vicino a un libro sapienziale il Novecento abbia prodotto, una chiave del mondo misteriosa e in equivoca come il mondo stesso.

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