Copertina

Reyner Banham


Deserti americani


2006
Saggi
pp. XX - 212
€ 19,00
ISBN 9788806185022

Introduzione di Marco Biraghi
Traduzione di Raffaella Fagetti

Deserti americani costituisce una pietra miliare non tanto di un «ecologismo» manicheo o di maniera, quanto piuttosto di una sensibilità per l'ambiente che giunge ad accettarne e a portarne alla luce la profondità e l'inevitabilità delle trasformazioni.

Il libro

I deserti dei quali si occupa questo libro sono quelli del Sudovest americano, un territorio vastissimo che include fra gli altri Stati Arizona, California, Nevada, New Mexico e Utah; un territorio conosciuto dall'autore a partire dalla metà degli anni Sessanta e poi di nuovo assiduamente esplorato nei decenni successivi, in seguito al suo trasferimento alla University of California di Santa Cruz.
In qualità di storico dell'arte, Banham sa cogliere perfettamente gli aspetti paesaggistici e «pittoreschi» del deserto; ma in qualità di storico dell'architettura, ciò che lo attrae ancora di piú sono le ibridazioni di natura e cultura, le tracce lasciate dall'uomo in quel luogo teoricamente "vergine" che dovrebbe essere il deserto. In questo senso, pur essendo il libro di un «viaggiatore incantato», Deserti americani si distingue radicalmente dalla letteratura di viaggio: mentre infatti chi viaggia è irretito soprattutto dal fascino dell'avventura e della scoperta dei luoghi, per Banham, accanto a tali aspetti, vi è la genuina sorpresa nel ritrovare nel deserto quanto apparentemente dovrebbe essersi lasciato alle spalle: la civiltà, con tutte le sue contraddizioni. Cosí, oggetto dell'interesse di Banham sono non soltanto gli antichi pueblos indiani di Mesa Verde e di Taos, i capolavori di architettura moderna di Frank Lloyd Wright o gli insediamenti sperimentali di Paolo Soleri, ma anche quei segni minori e perfino minimi dell'intervento dell'uomo che fanno del deserto - al di là di qualsiasi immagine oleografica o retorica - un luogo costruito, usato e abitato.

«Silenzio, calura e luce. Quando spensi il motore dell'automobile, che morí con il solito convulso tremore di ferraglia tipico delle V-8 americane di allora, il silenzio ci sommerse come in uno stagno. Non era ancora un silenzio assoluto, poiché le portiere cigolarono quando le spalancammo; ma essendone già abbastanza consapevoli da non volerlo violare, le lasciammo aperte, in tacito accordo, per evitare di sbatterle, e ci scostammo dall'auto di pochi passi, prima di essere bloccati dall'immane quiete. Non appena si smorzò anche il suono delle nostre scarpe sulla ghiaia del deserto, fummo avvolti da un silenzio sempre piú profondo, interrotto soltanto dai gridi di uccelli lontani, volati via al nostro arrivo, e dal ronzio di un jet che disegnava nel cielo lontano di Las Vegas una scia di vapore».

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