Il libro
«Pastorale americana è un romanzo di quattrocento pagine
che finisce con un punto interrogativo. Questo è ciò che lo rende grande».
«The New Yorker»
Seymour Levov è alto, biondo, atletico: al liceo lo chiamano «lo Svedese». Ebreo benestante e integrato, ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e di gioie familiari.
Finché le contraddizioni del conflitto in Vietnam, esplose negli Stati Uniti, non coinvolgono anche lui, e nel modo piú devastante: attraverso l'adorata figlia Merry, decisa a «portare la guerra in casa». Letteralmente. Ma Pastorale americana non si esaurisce nell'allegoria politica; è un libro sulla vecchiaia, sulla memoria, sull'intollerabilità di certi ricordi.
Lo scrittore Nathan Zuckerman, fin dall'adolescenza affascinato
dalla vincente solarità dello Svedese, sente la necessità di narrarne
la caduta. E ciò che racconta è il rovesciamento della pastorale americana: un grottesco Giudizio Universale in cui i Levov, e i lettori, assistono al crollo dell'utopia dei giusti, al trionfo della rabbia cieca
e innata dell'America.
Commenti
Libro noioso,scittura banale, autore sopravvalutato.
Libro emozionalmente devastante. In una spirale di ricordi dolorosi e non, Philip Roth ha scritto un romanzo che difficilmente dopo averlo letto lo si può cancellare dalla propria memoria, e che sempre difficilmente, in futuro non possa far riaffiorare in noi qualche lampo narrativo espresso dall'autore.