Copertina

Michel de Ghelderode


Teatro


1973
Supercoralli
pp. XXIV - 492
€ 15,49
ISBN 9788806355197

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Introduzione di Gianni Nicoletti. Nota bio-bibliografica.
Il Cavalier Bizzarro. Escuriale. Cristoforo Colombo. Le Donne al Sepolcro. Pantagleize. Uscita di scena. Magia rossa. I Ciechi. Sire Halewyn. La Farsa dei Tenebrosi. Maria la Miserabile.



A cura di Gianni Nicoletti
A cura di Flaviarosa Rossini Nicoletti

I testi piú rappresentativi di un maestro del teatro del Novecento.

Il libro

Sono qui raccolti, in una scelta curata da Gianni Nicoletti, i testi piú rappresentativi del drammaturgo e scrittore belga Michel de Ghelderode, uno dei maestri del teatro contemporaneo, da Escuriale a Maria la miserabile.
La sua opera, che va collocata nel periodo fra le due guerre, sfugge alla regola della contemporaneità. Ghelderode preferí infatti lavorare su prospettive storiche a campo lungo. Ma nell'uso del «passato», immesso sulla scena, acquista vitalità e dimensione il «presente», attraverso un linguaggio che Ghelderode stravolge e mescola con funambolica abilità: il francese moderno e le forme argotiche, il dialetto di Bruxelles e le forme arcaiche che paiono rablesiane o medievali. Materiali linguistici attraverso i quali i testi di De Ghelderode si curvano in una dimensione teatrale che recupera la complessa stratificazione del reale.
Scrive nella sua introduzione Gianni Nicoletti, che allo scrittore belga dedica da anni ampie e acute attenzioni; «Le [sue] scelte hanno tutte connessione, talvolta vincoli, con l'apparecchio scenografico: la vestizione sovrabbondante, remota e immaginifica, dei personaggi, i preziosistici nude look ante litteram, la sarabanda multicolore dei "baladin", le cornucopie verbali delle battute, le: barocche contorsioni della macchina umana, i clowneschi, in alcuni casi alla Charlot, capitomboli di rito, le mascherate, i nasi finti, il vino e il sangue, in un amplesso misteriosofico di cartapesta sublimata, cioè simbolistica.
Quanto ai significati, mai aggiuntivi, sono approntati per unire rami differenti, talvolta divaricati dal tumulto dell'azione, al tronco del concetto centrale, la morte... È morte fenomenica rispetto alla teatralità, accessoria al clamore della scena, anche se senza di essa l'atto drammatico non avrebbe tensione e mentre con un suo trionfo totale farebbe vuoto il palcoscenico.
Nell'uso cosí intenso di una intricata tauatologia c'è quindi un risultato, se non un intento, esorcizzante. Ghelderode ha cantato e decantato questa morte come strumento ad arco, o flauto, o nenia evangelica, o tromba di un giudizio universale trasposto - in senso tutt'altro che limitativo - dal teatro di marionette, per farne il contraltare della vita».

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