Copertina

Jean Flori


Cavalieri e cavalleria nel Medioevo


1999
Piccola Biblioteca Einaudi Ns
pp. 290
€ 21,00
ISBN 9788806151515

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Premessa. La politica: I. Terreno romano e sementi germaniche (III-IV secolo). II. Il radicamento (VI-X secolo). III. Principi, signori e cavalieri (X-XI secolo). IV. Nobiltà e cavalleria (XI-XIII secolo). La guerra: I. Dall'armato a cavallo al cavaliere. II. I cavalieri in guerra. III. I cavalieri nei tornei. IV. Leggi della guerra e codice cavalleresco. L'ideologia: I. La Chiesa e la guerra. II. La Chiesa e la cavalleria. III. Cavalleria e letteratura cavalleresca. Conclusioni. Declino della cavalleria o nascita di un mito? Bibliografia



Traduzione di Marisa Aboaf
Traduzione di Stefania Pico

Il termine "cavalleria" suggerisce anzitutto un'immagine, quella del nobile eroe che, spada in pugno, corre in soccorso dei più deboli. Nella realtà dei fatti, la cavalleria fu una vera e propria istituzione con uno spiccato carattere aristocratico e militare, soggetta dal IX al XIII secolo a profonde modificazioni. Flori le segue passo passo, dall'istituzione dei regolamenti deontologici fondati sull'onore che la cavalleria stessa si diede, alla sua trasformazione in una sorta di braccio armato della Chiesa, e quindi in confraternita elitaria della nobiltà.

Il libro

Il termine "cavaliere" è al tempo stesso ambiguo e fortemente evocativo. Si pensa normalmente a uno sradicato di gran classe, nella dimensione eroica di Lancillotto o nella prospettiva caricaturale di Don Chisciotte. Lo si colloca in scenari affascinanti come le corti principesche o le arene dei tornei, lo si giudica espressione di un mondo passato ma un po' fermo nel tempo, da considerare con la sufficienza della mentalità "pratica" dell'era industriale o con la nostalgia di chi non vede piú, intorno a sé, i valori della generosità gratuita, dello stile, della difesa dei deboli, del corteggiamento garbato.
In questo libro constatiamo quanto si debba distinguere un cavaliere romano, che è tale in quanto appartenente all'"ordo equestris", da un cavaliere errante del tardo Medioevo; vediamo che il "miles" degli anni intorno al Mille può essere un fante privo di prestigio ma può essere anche il grande fedele di un potente. Certo, ha peso la civiltà germanica, che introduce la "cultura delle armi" come principio di eminenza sociale nell'Europa latino-germanica; ma Fiori storicizza a fondo la figura del cavaliere, la sostituisce anzi con un caleidoscopio di immagini e di ruoli sociali, non tutti riconducibili al progressivo raffinarsi del guerriero "bar baro" ma spesso colorati con gli ideali cristiani.
Scopriamo che "vassallo" e "cavaliere" sono due personaggi spesso distinti, che l'investitura vassallatica e l'addobbamento cavalleresco sono due cerimonie diverse, che gli "equites" possono essere aristocratici ma che, nell'insieme, il ceto cavalleresco è alle soglie della nobiltà e usa il proprio ruolo per entrarvi, con successo finché la società medievale è ancora fluida o con minori risultati quando quella società si cristallizza nelle gerarchie che preparano l'età moderna. Tra immagini di Crociati e di veri Ordini cavallereschi, fra ideali teorizzati e brutalità militari praticate, Jean Fiori ci accompagna infine dentro il declino della cavalleria: ma è proprio il momento del declino che genera il mito.
Giuseppe Sergi

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