«Se c'è molto (quasi tutto) da rifare, e quel che vediamo intorno a noi non lascia luogo a dubbi, allora non possiamo far finta di nulla né rammentare le difese e le repliche che servirono trent'anni fa. Non possiamo esimerci dal procurarci subito piú efficienti strumenti di misura, sistemi di priorità, meccanismi di analisi e di sintesi. Dobbiamo impiegare bene "il tempo del ritiro", nel quale, fingendo di non saperlo per evitarne gli specifici doveri, viviamo già da tempo...»
« Il libro si divide in due parti, complementari. La prima
ragiona sui rapporti tra "il presente come storia" e alcune
categorie o individui che le vivono. E' su tre capitoli. Il primo
considera situazioni estreme: due studiosi marxisti, uno
dei quali alletto di agonia dell'altro; lo stalinismo e il "punto
di vista della totalità"; modo comunista e modo anarchico
di affrontare i giudizi capitali; la condizione di un Valpreda,
in una Italia che può diventare anche il Cile; il significato
di una lapide. Il secondo capitolo discorre della situazione
del 1968 e degli anni subito seguenti: che cos'è e che cosa
dev'essere l'autorità; la disputa sul ruolo degli intellettuali;
i confini dell'erotismo; le responsabilità del linguaggio;
la ricorrente illusione di chi crede di poter prendere alloggio
nel Negativo. Nel terzo capitolo mi chiedo che cosa si può
fare per andare oltre le peggiori consuetudini della scrittura
di informazione e saggistica e i luoghi comuni su impegno
e disimpegno.
La seconda parte vuole applicare e verificare quel che è
stato detto nella prima. Sono paesi, personaggi e situazioni
simboliche: l'Unione Sovietica del dissenso vecchio e
recente, la Cina rivisitata dopo la Rivoluzione Culturale
e riconsiderata dopo la morte di Mao; alcuni "compagni
separati ", come Vittorini, Panzieri, Pasolini; gruppi, riviste
di incontro e scontro; esempi della letteratura francese e
tedesca; domande sulla funzione critica».
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