Copertina

Delio Tessa


L'è el dì di Mort, alegher! De là del mur e altre liriche. Ore di città.

(I due volumi in astuccio)


1989
Supercoralli
pp. XL - 701
€ 36,67
ISBN 9788806114633

A cura di Dante Isella

Uno dei piú grandi lirici del nostro Novecento in un'edizione critica e annotata che riunisce e illumina l'intera opera in versi e parte di quella in prosa.

Altre edizioni: L'è el dì di mort, alegher! De là del mur. Altre liriche. 1999. POESIA
Ore di città. 1988. Supercoralli Italiani

Il libro

L'è el dì di mort, alegher!
Delio Tessa, il poeta che la critica piú qualificata giudica oggi «uno dei piú grandi del nostro Novecento», morí a Milano il 21 settembre 1939. Si direbbe che il destino, evitandogli di vedere i disastri e le stragi della follia nazifascista, di cui si erano già accesi i primi fuochi, avesse voluto togliergli l'amara e disperata soddisfazione di assistere alla riprova sperimentale del suo pessimismo «antropologico», come è stato giustamente definito.
L'aria della sua Milano è intrisa dei colori spessi e bituminosi della Berlino di Heckel e di Beckmann e della sofferta violenza del clima dell'Espressionismo storico, al quale si può ascrivere non tanto per reali contatti culturali (garantiti peraltro dalla sua familiarità col primo cinema tedesco), quanto per la sua posizione esistenziale. un'appartenenza anteriore allo stesso scrivere versi: la medesima per la quale l'uomo Tessa (piccolo borghese, avvocato di pochi e modesti clienti, uomo timido ma antifascista dignitoso e coerente) ebbe assidua consuetudine e tolstoiana simpatia con gli emarginati della società, ladri, prostitute, ragazze di vita, fra cui trovò i temi della sua poesia e amicizie durature.
Il catalogo tematico di Tessa, con la sua predilezione per «l'orrido e il macabro, il grottesco lo sfatto e il deforme» (come rileva P. V. Mengaldo) , ha infatti il suo centro nell'idea ossessiva che «la cosa piú interessante nella vita è la morte». Cosí si legge, con una frase tolta da Turgenev nell'epigrafe del suo primo libro (e il solo pubblicato lui vivo) L'è el dì di Mort, alegher! (1932), da cui ebbe «lodi grandi e fama quasi segreta». Sono parole di Franco Antonicelli che insieme con Fortunato Rosti curò, nel 1947, l'edizione di De là del mur, una seconda raccolta già predisposta dal poeta, e del meglio dei versi rimasti fin allora inediti (Poesie nuove e ultime), a cui hanno tenuto dietro, in anni recenti (1979), le satire antifasciste (Alalà al pellerossa). Questo corpus di una quarantina di testi, alcuni di grande respiro (oltre i quattrocento versi), viene ora edito criticamente e annotato da Dante Isella.
Un'edizione preparata in molti anni, dove si lascia finalmente leggere, con evidenza, il senso del lavoro di Tessa, poeta milanese, sul dialetto della tradizione portiana, il suo «attraversamento» di quell' esperienza fondamentale, recuperata come valore attivo di ricerca, al di fuori di ogni soggezione tematica e formale. «Compositore lento e non improvviso, che riscriveva i suoi versi con i segni d'infiniti dubbi, l'incertezza di tante soluzioni», Tessa ha saputo far propria la lezione piú vera del decadentismo poetico, tra Baudelaire e Verlaine, ed anche, piú immediatamente, tra Pascoli e Gozzano e tra Palazzeschi e il primo Ungaretti. Ma gli riuscí di dare alla sua voce un'impostazione tutta sua, ansimante, scheggiata, e di conseguire una individualissima rappresentazione della realtà in cui, perso ogni punto di vista prospettico, ogni centro ordinatore, l'uomo si aggira, allucinato, in una foresta di confuse parole.

Ore di città
Le prose ora raccolte e curate da Dante Isella con il consueto magistero filologico e critico completano il ritratto di Tessa. «Ne risulta confermata la meraviglia - scrive Isella -di una poesia che, ancora una volta, raggiunge valori assoluti, largamente partecipati, scavando a fondo dentro un ambiente chiuso: sia quello di un borgo selvaggio, delimitato da una siepe, o l'altro, baudelairiano, di una città di misteriosi, cupi fondali di case-caserme».
Al centro di queste pagine (comparse sui fogli di vari giornali, principalmente tra il 1936 e il 1939) è una città in fermentazione vista con gli occhi di chi dichiara di avere «lo stupido vizio» di ammirarla e, al tempo stesso, di «viverci dentro come in una fogna». È un luogo narrato «a tocchi, a puntini, a passettini», in punta di penna, con tutti i rischi di un ritratto crepuscolare. «Con i suoi passi brevi e veloci, come di uno Charlot in precario equilibrio - scrive Isella -, la prosa tessiana cammina perlopiú sicura su un sospeso filo invisibile, tra surreale e metafisica».

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