Copertina

Dario Fo


Sant'Ambrogio e l'invenzione di Milano


2009
Fuori collana
pp. 222
€ 20,00
ISBN 9788806194864

A cura di Franca Rame
A cura di Giselda Palombi

Uno sguardo smaliziato e anticonvenzionale su una straordinaria figura della cristianità.

Il libro

Ambrogio, vescovo della città di Milano, viene festeggiato il 7 dicembre; in memoria della sua nascita viene dedicata la première musicale al Teatro alla Scala; in quei giorni si inaugura in suo onore la fiera degli O béj o béj, le persone meritevoli vengono premiate con l'Ambrogino d'oro, una moneta su cui è riprodotto il ritratto del santo, e a lui è persino dedicato un piatto.
Nonostante questo non si sa molto di sant'Ambrogio. Da dove viene? dove nasce? come si è fatto vescovo? Per quale motivo era rispettato e temuto sia dai barbari germanici che dai sapienti greci?
Dario Fo, in modo del tutto originale, ci racconta di quest'uomo che all'età di trentacinque anni circa si ritrova con sua meraviglia acclamato vescovo e implorato dalla popolazione ad accettare, a buttare alle ortiche l'abito di uomo del potere imperiale (amministratore, giudice, governatore, cioè al culmine della carriera), a calzare la stola e a impugnare il bastone del pastore d'anime. Ci racconta di come Ambrogio, che prima del gran volo non professava alcuna fede, completamente estraneo al problema religioso, si sia buttato nel nuovo ruolo con un impegno e una passione stupefacenti. Di come abbia rischiato di essere ammazzato decine di volte, di come abbia sollevato la gente contro l'imperatore e contro la trivialità dei ricchi.

«Ambrogio giunge a Milano nel 370; ha appena ricevuto un ulteriore incarico dall'imperatore Valentiniano I: si tratta, oltre che di amministrare la giustizia dell'Urbe e mantenere l'ordine fra i dipendenti imperiali e il popolo, di occuparsi dei delicati affari politici dello Stato. In quel tempo a Milano si stava vivendo una situazione di fermento riguardo il problema della conduzione religiosa. Il seggio vescovile, per molti anni tenuto da un vescovo di fede ariana, Aussenzio, era da poco vacante. I cattolici pretendevano di porre un proprio rappresentante alla direzione liturgica della città. Ambrogio, forte della sua carica e del prestigio di cui godeva, si accollò il compito di gestire e risolvere con equanimità il problema della scelta.
Ambrogio iniziò con l'ascoltare i vari interventi che designavano i due proposti concorrenti al seggio... Alla fine prese la parola per esprimere il suo punto di vista riguardo ai valori e alle carenze che personalmente egli rilevava in entrambi. Doveva di certo possedere una grande dote di intrattenitore e la facoltà di farsi ben comprendere da chiunque... Non aveva ancora finito di parlare al popolo quando tutti i presenti, abbandonata ad un tratto la collera reciproca, si trovavano a convergere, nella scelta del nuovo vescovo, proprio su quel consigliere di concordia. Al termine della relazione di chiusura esposta da Ambrogio esplose un applauso straordinario, contrappuntato da grida d'entusiasmo. Gridavano che egli fosse subito battezzato "È lui che dovete eleggere a nostro vescovo: non ci sarà mai un unico popolo cristiano se non ci darete per pastore questo uomo"».

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