Questo libro raccoglie le voci di donne e uomini ricoverati
nell'ospedale psichiatrico di Arezzo, che raccontano la
propria vita, e la voce dell'autrice, che descrive il suo
incontro e il suo lungo dialogo con loro. I testi degli uni e
dell'altra si compenetrano e si fondono: i ricoverati parlano
anche nell'introduzione, ora per citazioni dirette ora
attraverso le riflessioni amorose e dolenti che dettano
all'interlocutrice, la quale si lascia come invadere dalla loro
esperienza, e analogamente essa, pur cercando di tenersi
in disparte, appare nelle testimonianze. Questo legame
profondo che li unisce trova esatta corrispondenza nel modo,
proprio dell'antipsichiatria, di considerare il folle, non piú
incomprensibile ed estraneo, non piu altro dal cosiddetto
sano, e nella specifica tematica degli antistituzionalisti che,
operando con i folli dei manicomi, cioè con i folli poveri,
mirano a ricostruirne, insieme con loro, le persone distrutte
soprattutto dalla miseria, dallo sfruttamento,
dall'oppressione in cui, dentro il manicomio ma anche
all'esterno, essi sono vissuti.
Le trentatre storie dei ricoverati sono, nell'apparente
monotonia della sofferenza e del dolore, lo specchio di
un'umanità viva e varia, benché a lungo soffocata e straziata.
Esse sono anche - con la forza delle cose semplici e la
corposità dei fatti concreti - un terribile atto di accusa contro
le società che creano e perpetuano le istituzioni totali,
e contro l'indifferenza generale che le tollera.
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