Per una casa editrice fondata e orientata da un gruppo di antifascisti militanti, la giornata del 25 aprile del 1945 non fu soltanto emblematica della conclusione di un conflitto fra italiani, della sconfitta definitiva del fascismo, della cessazione di una guerra che aveva estenuato e distrutto il tessuto nazionale; fu anche e soprattutto la vittoria di quella Italia minoritaria che negli anni '30 e '40 aveva patito il confino, il carcere e non di rado la morte per la difesa e l'affermazione di idee di libertà ispirate all'Illuminismo europeo e al Risorgimento italiano. Fu la data che chiuse l'epopea della lotta partigiana, organizzata dopo l'8 settembre 1943. Il momento in cui sembrò che, finalmente, le idee che avevano ispirato Augusto Monti, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli, Norberto Bobbio, Giaime Pintor e Giulio Einaudi, ottenessero il riconoscimento della Storia. Caduta la dittatura, rinasceva la democrazia: più promettente che mai, una democrazia repubblicana, dal 2 giugno 1946, garantita da una Costituzione, a far data dal 27 gennaio 1947.
L'attività editoriale non poteva non risentire di quegli avvenimenti. Ma non era la storiografia a poter leggere e interpretare ciò che era successo. Il magma incandescente della materia, cioè le ferite ancora aperte e il calore delle passioni, non consentivano la lucidità di una riflessione appoggiata alle procedure di una analisi scientifica. Erano le memorie dei fatti, le autobiografie, i punti di vista di coloro che avevano vissuto esperienze di lotta clandestina e di combattimento che si incaricavano di restituire l'accaduto: era una letteratura innervata di ricordi individuali che per prima raccontava la Resistenza, le sue pagine luminose e i suoi lati più grigi. Non a caso era un romanzo d'esordio, Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino ad aprire il capitolo delle riflessioni su quegli anni recenti. Soltanto dopo, a opera di Roberto Battaglia, nel 1953, sarebbe apparsa una Storia della Resistenza italiana destinata a rimanere per molti anni il libro di riferimento su quel tormentato periodo della vicenda nazionale. Il libro che riprendeva le fila di una storia italiana che aveva visto il declino del fascismo già con l'entrata in guerra, quindi con il 25 luglio 1943, con l'8 settembre; e che si incaricava di illustrare la nascita della Resistenza armata, gli esordi del CLN, la pluralità e la diversità delle forze in campo, gli sviluppi della lotta di Liberazione fino alle giornate dell'insurrezione.
Anche oggi, il modo più immediato per avvicinare un argomento tanto delicato, e ancora controverso, è probabilmente quello di affidarsi alla letteratura.
E, forse, facendoci guidare proprio da chi non seppe fare una scelta eroica, da chi rimase intrappolato nel dubbio, nella incapacità di darsi alla giusta causa con la necessaria convinzione e decisione: Cesare Pavese, con La casa in collina, il capolavoro della sua maturità letteraria, racconta questa solitudine individuale di fronte all'impegno civile e alla Storia. Restio a unirsi a coloro che si davano all'attività sovversiva, Pavese racconta la paralisi di fronte alla scelta, il disagio dell'imboscato, l'incapacità di prendere partito, l'orrore della morte e la pietà per i caduti.
Per contrasto, L'Agnese va a morire, di Renata Viganò, è il tipico romanzo scritto per non dimenticare cosa è stata la Resistenza, il documento di una straordinaria umanità dove la donna, non meno dell'uomo combattente, impressiona per la sua moralità e la sua generosa audacia. Ha scritto Sebastiano Vassalli: «Si ha la sensazione, leggendo, che le Valli di Comacchio, la Romagna, la guerra lontana degli eserciti a poco a poco si riempiano della presenza sempre più grande, titanica di questa donna». Vincitrice del premio Viareggio nel 1949, Renata Viganò rimase per molti anni la depositaria ufficiale della memoria resistenziale, come se la sua opera letteraria fosse anche se non prevalentemente un documento, una prova al servizio della storia.
Ma è con Beppe Fenoglio che la Resistenza assume una fisionomia tanto autentica quanto antiretorica. Fenoglio, tormentato dalla personale convinzione di non essere in grado di scrivere un grande affresco romanzesco della Resistenza, scrive racconti e tratteggia situazioni in cui la scelta partigiana viene ricondotta all'individuo, dove non è la folla a essere protagonista, né il fragore delle battaglie, ma il silenzio dei boschi e la solitudine delle montagne. Nei Ventitre giorni della città di Alba, secondo le sue parole, Fenoglio racconta una parentesi: «Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944». Partigiani e fascisti si fronteggiano, si scontrano, vincono e perdono alternativamente, dando il senso della casualità, talvolta, più che della assolutezza della scelta di campo.
E tuttavia, la scelta di campo è chiara in Fenoglio: Primavera di bellezza, la storia di un giovane piemontese nell'estate del '43, è anche, secondo le parole di Elio Vittorini, un testo in cui «fuori d'ogni descrittiva regionalistica, Fenoglio della sua provincia sa cogliere più ancora che un paesaggio naturale, un paesaggio morale, il piglio in cui si articolano i rapporti umani». Quei racconti - diceva Vittorini - «rievocanti episodi partigiani o l'inquietudine dei giovani del dopoguerra... pieni di fatti, con una evidenza cinematografica, con una penetrazione psicologica tutta oggettiva» rivelano il «temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile ma asciutto ed esatto».
Di fatto, con la Resistenza, Fenoglio racconta la storia di una generazione. Quella che può vedersi ritratta nel Partigiano Johnny, il giovane studente cresciuto nel mito della letteratura inglese, che dopo l'8 settembre decide di rompere con la propria vita e di andare in collina a combattere con i partigiani. Una storia come tante altre, ma che Fenoglio riesce a rendere profonda, di là dai gesti, dalle passioni e dalle avventure. Come ha scritto Dante Isella, «Il romanzo di Fenoglio è come il Moby Dick nella letteratura marinara. La sua dimensione etica dilata lo spazio e il tempo dell'azione oltre le loro misure reali».
Ma ancora, Fenoglio traccia la fisionomia di un altro partigiano, diverso da Johnny, in qualche modo speculare: ambientata nell'Italia devastata dalla guerra civile, nel 1944, questa volta è la drammatica storia di Milton, uomo dai tratti assai più duri del sentimentale e un po' snob Johhny. Il titolo del romanzo è L'imboscata.
Altre figure Fenoglio le aveva tratteggiate fin dal 1946 nel suo primo racconto resistenziale, quegli Appunti partigiani '44-'45 nei quali campeggiano il partigiano Beppe e i due amici Cervellino e Piccàrd, alla prova tutti di una drammatica realtà, fra processi ed esecuzioni sommarie, ripiegamenti nella boscaglia, rapide avanzate, cadaveri e desolazione, di fronte a tedeschi che rastrellano le colline delle Langhe con crudele determinazione.
Ma è forse con Una questione privata che Fenoglio raggiunge l'apice della sua prova letteraria: con questo romanzo, per dirla con le parole di Calvino, «Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c'è». È un libro in cui «c'è la Resistenza proprio com'era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere».
Difficile descrivere la Resistenza, soprattutto quando la si è vissuta dall'altra parte. La letteratura anche in questo caso aiuta a capire, più di qualunque perorazione politica o di una qualche proposta di riabilitazione. È il caso di Giose Rimanelli, il quale scrive la storia di un giovane che vede la Resistenza «dalla parte sbagliata». Sullo sfondo di un Molise arcaico, segnato dal bisogno e attraversato da una violenza sotterranea, Marco Laudato, il giovane protagonista, viene coinvolto nell'agonia della Repubblica sociale italiana, spinto da tiepide motivazioni patriottiche che lo porteranno a scontrarsi con il fanatismo dei gerarchi fascisti e con le proprie disillusioni. «Ho letto Tiro al Piccione - scrisse Italo Calvino - d'un fiato, con un interesse che non esiterei a definire "morboso". Perché il sapore e l'ossessione di quei terribili venti mesi ci sono in pieno... è certo una delle cronache più vive che siano state scritte su quei tempi che ti prende e che raggiunge il suo effetto d'orrore e schifo». Non sarà solitario questo sguardo dalla parte sbagliata: anche Giorgio Soavi, con il suo Banco di nebbia, narra gli ultimi anni del fascismo, quelli di Salò, facendoci vedere da vicino la debolezza delle motivazioni che spesso portarono a rimanere da quella parte, vincolati da una educazione particolare, abbagliati da retoriche opposte, intrappolati in una falsa prospettiva.
Racconti della Resistenza, l'antologia curata da Gabriele Pedullà, completa questo panorama letterario, aggiungendo alle voci già note quelle di Romano Bilenchi e di Giorgio Caproni, di Franco Fortini, di Primo Levi, di Alberto Moravia, di Vasco Pratolini, Mario Rigoni Stern, Andrea Zanzotto e altri ancora.
Sui bordi del discorso letterario, corroborano una visuale di quel periodo le voci dei testimoni che hanno trasformato la loro esperienza di combattenti in un messaggio di moralità per le generazioni successive. Su tutti, svetta Nuto Revelli. Oltre ai suoi libri dedicati alla ritirata di Russia, ai suoi Alpini, Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana, Il disperso di Marburg e Il prete giusto sono altrettanti tasselli di una memoria angolata, sottoposta alla prova della storia, dichiaratamente impaginata per far chiarezza e spiegare. «Perché ho voluto rivivere il mio fascismo - ha scritto Revelli -, la mia guerra fascista e la mia guerra partigiana? Perché credo nei giovani. Perché voglio che i giovani sappiano».
È stato così anche per Dante Livio Bianco: il suo bel libro Guerra partigiana, è un diario della sua eccezionale esperienza di comandante di una formazione di partigiani piemontesi, è un testo nato dalla consapevolezza che la stagione delle speranze si era presto consumata e che pur nel calore di una ancor viva passione civile è venuto presto il tempo dei bilanci e delle riflessioni. Dirà proprio Nuto Revelli che quello di Bianco è stato «il documento conclusivo di un'epoca grandiosa e irripetibile, l'atto di fede di un uomo che non vuole arrendersi».
Furono una minoranza gli italiani che si sacrificarono e si gettarono nella lotta per la liberazione nazionale; ma non furono pochi. Nei luoghi toccati dalla ritirata tedesca e più esposti alle rappresaglie dei repubblichini di Salò, un'intera generazione fu sensibile al richiamo della lotta per la libertà. Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945, a cura di Mario Avagliano, restituisce i pensieri di molti, i loro sentimenti, le loro paure, i loro testamenti, i loro ideali.
Peraltro, fu Resistenza anche quella di coloro che materialmente non si trovarono a combattere nelle formazioni irregolari dei partigiani sulle montagne, ma che, come i moltissimi militari italiani internati in Germania, seppero resistere al nazifascismo, rifiutando di aderire alla Repubblica di Salò e di lavorare per il Terzo Reich, dopo essere stati abbandonati dai vertici politici e militari italiani. Non a caso, il titolo che Alessandro Natta dedica a questi uomini è L'altra Resistenza. I militari italiani internati in Germania. Si tratta, peraltro, di una storia difficile, tenuta per lunghi anni ai margini dell'epica resistenziale, poiché questo esercito risultava sconfitto sia dalla guerra sia dalla Liberazione. Quello di Natta, è di fatto un gesto di riabilitazione.
Il punto alto della resistenza ai tedeschi da parte dei militari italiani è tuttavia legato al nome della Divisione Acqui. Sono i soldati di quella formazione dell'esercito italiano che sull'isola greca di Cefalonia si battono contro i tedeschi, fino a pochi giorni prima loro alleati. Non sono eroi e non sono martiri. Vogliono tornare a casa con le loro armi e con il loro onore. Ma i tedeschi pretendono una resa incondizionata: gli italiani affrontano così una sanguinosa battaglia che li porterà al massacro senza via di scampo. Questa «resistenza militare», datata settembre 1943, verrà considerata il primo atto del movimento di Liberazione nazionale. Ma sarà anche oggetto di opinioni controverse, di polemiche, di uno scontro di interpretazioni, come molte delle vicende legate a quegli anni che furono di guerra e di guerra civile. Gian Enrico Rusconi rende conto di quegli avvenimenti in una ricostruzione puntuale: Cefalonia. Quando gli italiani si battono.
È un passo verso la storia, verso una interpretazione surrogata da prove, verso la spiegazione dei fatti depurata dal velo dell'ideologia o dal calore della passione politica, dalla memoria o dalla visuale di parte.
Questa storia, matura, appoggiata a una letteratura ormai vasta e criticamente elaborata, la possiamo leggere nelle pagine di Santo Peli: La Resistenza in Italia. Storia e critica è infatti il più aggiornato manuale di storia della Resistenza. Non inganni il termine «manuale»: con esso si vuole intendere un testo capace di accompagnarci nell'intrico degli avvenimenti con un senso critico sempre estremamente vigile, con l'accortezza di non rinunciare mai a un ulteriore punto di vista, con l'attenzione rivolta contemporaneamente ai grandi quadri della politica internazionale e al grumo delle vicende interne, tutte italiane, con lo sguardo rivolto ai partigiani delle bande, ai gappisti di città, alle donne e a tutti coloro che furono coinvolti in quei mesi epici e brutali.
I due poderosi tomi del Dizionario della Resistenza, a cura di Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi, completano questa rassegna critica, arricchendo il quadro interpretativo con un approfondita disamina non solo dei problemi complessi sottesi alla Resistenza e ai rapporti interni ai suoi molti soggetti, ma anche con una originale mappa dei luoghi che in diversa misura parteciparono agli eventi.
Su tutta questa letteratura, su questo scrigno di memorie e di riflessioni critiche, svettano le voci cristalline, intense e commoventi di coloro che cospirarono, che si batterono e che morirono. Impareggiabile documento di moralità sono le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943 - 25 aprile 1945. E con echi consonanti di una analoga grandezza d'animo, altrettanto dolenti nell'imminenza del sacrificio, le Lettere di condannati a morte della Resistenza europea. Appartenenti a persone di ogni età e di ogni condizione sociale, sono le voci di uomini e donne consapevoli del prezzo altissimo che la libertà, in momenti estremi, comporta. Queste lettere, destinate a mogli, madri, fidanzate, compagni di lavoro o di studi, rappresentano quanto di più immediato si possa dire a chi non ha vissuto quei momenti, quanto di più nobile si possa tramandare alle generazioni più giovani.