Pincio approfondimento

Home sweet home?


Breve viaggio nella letteratura americana attraverso le inquietudini del focolare domestico


di Tommaso Pincio


Condividi

Casa dolce casa, si dice un po’ ovunque, in Italia come in America. Non sempre però le cose sono davvero come le vogliamo e immaginiamo. Uno dei primissimi racconti scritti da John Fante si intitola per l’appunto Home sweet home. Incluso nella raccolta Dago Red, è narrato in prima persona da un giovanotto che si appresta a far ritorno a casa e cammina fischiettando all’idea del benvenuto che a breve riceverà dai famigliari. Si immagina la tavola piene di delizie che la madre ha imbandito per lui. Pensa ai fratelli e alla sorella che gioiranno nel rivederlo. Ma a forza di immaginare e pensare, l’idilliaco quadretto comincia a oscurarsi. A poco a poco l’ingombrante figura paterna getta un’ombra sull’animo del giovane. «Guarderò mio padre al di sopra dell’orlo del mio bicchiere di vino» pensa. «Vedrò me stesso. Proverò quel brivido... avvertirò in me una ripulsa e una disdetta... Mio padre si accorgerà di tutto questo... e non saremo abbastanza forti da continuare a fissarci».




L’ambivalenza dei sentimenti che ci legano al focolare domestico è certamente una condizione universale. Negli Stati Uniti, però, più che altrove, la casa è un’entità a due facce. Da un lato abbiamo la tipica e rassicurante villetta, un giardino dove cimentarsi col barbecue nei giorni di festa, un garage in cui riporre l’automobile: i simboli del cosiddetto Sogno Americano. Dall’altro troviamo il suo contrario: un luogo che può prendere vita e rivoltarsi contro i propri inquilini. La dolce casa degenera così nella Casa, con la maiuscola. Quella di tanti film dell’orrore, per intenderci, dimora di fantasmi, serial killer e mostri di vario genere. Non per nulla uno dei quadri più celebri dell’arte americana è quello dipinto da Grant Wood nel 1930, quando la Grande Depressione era agli inizi. Raffigura un contadino che impugna un forcone. Al suo fianco c’è sua moglie o forse la figlia, vista l’età alquanto più giovane della donna. Sebbene oggi sia unanimemente considerato l’icona di un certo spirito dell’America, all’epoca gli abitanti della cittadina dell’Iowa cui l’artista si era ispirato non furono per nulla contenti di vedersi ritratti alla stregua di gente «magra, lugubre e puritana fondamentalista». Una contadina di quelle parti, sentendosi toccata nel vivo, minacciò persino di staccare a morsi l’orecchio al pittore.

L’opera fu oggetto di un dibattito così acceso da rendere inattendibili le spiegazioni fornite in seguito dallo stesso artista. Quel che pare incontestabile è la fonte d’ispirazione. Fu infatti vedendo una piccola casa in legno costruita nello stile tipicamente americano detto «gotico del carpentiere» che Grant Wood fu solleticato dall’idea di dipingerla assieme alle persone che, a suo avviso, avrebbero potuto esserne gli abitanti ideali. Quel che ne risultò è all’apparenza strano: una coppia al contempo buffa e inquietante, persone semplici e  con tutta probabilità un po’ rozze, per non dire selvatiche, abbastanza selvatiche da suggerire di tenersi a debita distanza da quel forcone. Ma per quanto strano possa sembrare è un risultato molto americano.




Spiluccando qua e là tra racconti e romanzi d’umore più o meno gotico, sono moltissimi i testi che tirano in ballo la casa già a partire dal titolo, o la mettono al centro di maledizioni. Si va dal breve e celeberrimo resoconto della rovina di casa Usher di Edgar Allan Poe e, passando per romanzi meno noti come L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, si arriva a best seller di Stephen King quali Le notti di Salem. Quest’ultimo, in particolare, nacque da un’idea abbastanza semplice: trasferire il conte Dracula in terra d’America. Nel tradurla su carta, King si rese tuttavia conto che per rendere la storia più credibile e attuale, finanche più disturbante, la fumettistica minaccia di un manipolo di vampiri non bastava. Le oppose così la prosaica e banale realtà di una cittadina di provincia qualunque. Tant’è che tra le fonti d’ispirazione più spesso citate dal maestro del brivido compare Peyton Place di Grace Metalious, il più famoso romanzo americano sugli oscuri segreti che si nascondono dietro le tende a fiorellini delle paciose case statunitensi.

Questo connubio tra letteratura dell’orrore e pruriginose storie casalinghe è tutt’altro che insolito e isolato. Peyton Place si regge su un paradosso tipico dei piccoli centri abitati: tutti hanno un segreto ma non c’è segreto che non sia di pubblico dominio. L’isolamento sociale della provincia, la pressione puritana che esorta al più integralista dei conformismi, l’esasperato individualismo prodotto dal mito della frontiera: questi e altri fattori concorrono a fare della provincia americana un pericoloso vaso di Pandora dove la violenza può esplodere all’improvviso e in modi efferati oppure ritagliarsi una sua tana nel quotidiano, segnando l’esistenza più intima delle famiglie. È un problema antico. Se ne trovano tracce già nella Lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, nell’Antologia di Spoon River e in molti altri classici della letteratura americana.




Anche quando la storia non è infestata di fantasmi né degenera in violenza, anche quando il romanzo racconta di una famiglia che sprizza normalità da tutti i pori, la casa americana finisce spesso per animarsi. Le correzioni di Jonathan Franzen si aprono con una visione apocalittica: «Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al temine … querce bicolori riversavano una pioggia di ghiande sulle case senza ipoteca». Più avanti, nel corso del libro, leggiamo: «La casa sembrava più un corpo che non un edificio», un corpo «soffice, mortale e organico. Questa casa viva che si oppone alle intemperie, lancia vere e proprie grida di dolore ai componenti della famiglia descritta da Franzen, i quali sembrano in qualche modo udirle, diventando così consapevoli dei loro problemi, della vecchiaia che avanza, di una fine imminente, di un ricordo: «Il vento fece tremare le finestre. Da quando i suoi genitori erano diventati bambini che andavano a letto presto e chiedevano aiuto dal piano di sopra?» Oppure: «La casa tremò sotto le raffiche di vento e... in un’improvvisa fiammata di memoria Chip si ricordò».

Un esempio ancor più emblematico è Body Art di Don DeLillo. Qui è il suicidio a irrompere in maniera traumatica nel ménage di una coppia simile a tante altre. Lui, regista e poeta sessantaquattrenne, si toglie la vita nella casa dell’ex moglie a New York. Lei, la body artist del titolo, elabora il lutto nella solitudine di una sperduta abitazione sulla costa del Maine. Nel silenzio di quelle stanze vuote, complice forse il fatto che il Maine fa da scenario a molti romanzi di Stephen King, la donna scoprirà di convivere con una sorta di fantasma. Uno strano e sconosciuto coinquilino capace di trasformarsi e che lei, dopo il comprensibile spavento iniziale, finisce per accettare, prima con indifferenza poi con interesse, dandogli persino il nome di un suo insegnante di scienze del liceo. Il romanzo, iniziato come un racconto di ricordi, dolori e sentimenti, si trasforma così in una sorta di ghost story.




E che dire di Lunar Park dove Bret Easton Ellis si cala direttamente nei panni del protagonista e immagina di mettere su famiglia dopo essersi lasciato alle spalle una vita d’eccessi e degradazioni? Anche in questo caso il focolare domestico si tramuta in inferno. Trasferitisi insieme al figlioletto in un elegante e tranquillo sobborgo nelle vicinanze di New York, Ellis e la sua bella compagna paiono pronti a recitare la versione più convenzionale del Sogno Americano. L’incanto si spezza la notte di Halloween, quando la casa inizia a popolarsi di presenze maligne. L’abitazione si trova in Elsinore Lane, all’angolo con Ophelia Boulevard, il che non può non riportare alla mente un famoso castello di Danimarca. E infatti, proprio come Amleto, Ellis è tormentato dal fantasma del padre, Robert Martin Ellis, cui lo scrittore si è a suo tempo ispirato per modellare il personaggio del folle omicida di American Psycho.




Si potrebbe proseguire di questo passo, la lista delle case maledette della letteratura americana è lunga. Ma è anche possibile guardare altrove, a un altro modo di raccontare lo spazio domestico. Dopo tutto questo di Alice McDermott è un gioiello di romanzo fatto di pochi e semplici ingredienti: una casa a Long Island, un marito, una moglie e quattro figli. Il tutto concentrato in tre decenni di Storia e di vita schiacciati tra due conflitti, la Seconda guerra mondiale e il Vietnam. Niente spettri, a parte la banalità dell’esistere: una gita al mare, i figli che crescono, gli opprimenti silenzi tra marito e moglie. Le solite cose che finiamo per non vedere più, tanto le abbiamo sotto gli occhi. La vera epica del focolare. Eppure squarci di inquietudine vagamente sovrannaturale si aprono comunque. Insieme a delusioni, dolori e rimpianti irrompono fatalmente i dubbi, domande sul senso della vita destinate a rimanere senza risposta.




Così, alla fine, anche la prosa delicata di McDermott popola la casa di presenze, facendola sembrare meno calda e accogliente di come la vorrebbe il vecchio detto. Il che riporta alla mente uno dei punti fermi posti da George W. Bush nel suo mandato: l’acquisto della prima casa per tutti gli americani. L’ex presidente statunitense era a tal punto deciso a raggiungere l’obiettivo da spingere i suoi collaboratori a creare strumenti che favorissero l’accesso ai mutui a chiunque, inclusi coloro che avevano difficoltà a raggranellare la somma necessaria per pagare uno straccio d’acconto. E considerato che da simili buoni propositi è scaturita la più imponente crisi economica dai tempi della Grande Depressione, il vecchio detto suonerebbe forse meglio con l’aggiunta di un punto interrogativo. Home sweet home?

 
ARCHIVIO