«Ai tempi dei tempi l'ambrosia di questi racconti emerse dall'oceano della bocca di Hara, che ondeggiò dolcemente».
Così il poeta Somadeva, nell'XI secolo, apriva L'Oceano dei fiumi dei racconti, con i quali intratteneva la regina Suryavati. Ed è un buon modo, attraversare questo oceano, per inoltrarsi nello scaffale Einaudi degli autori del subcontinente indiano. Un'area del mondo dov'è tradizione socialmente condivisa risparmiare qualche rupia per una tazza di tè e un film, per una tazza di tè e un libro, magari di seconda mano o in edizione pirata. Forse per questo restano così vivi gli innumerevoli protagonisti del Mahabharata e del Ramayana, i versi di Tagore e dei grandi poeti della tradizione urdu, e il mahatma Gandhi resta per tutti Gandhi-ji [nello scaffale, Teoria e pratica della non violenza].
Negli anni '60, i giovani bengalesi leggono appassionatamente le storie fantastiche scritte e illustrate da un maestro del cinema, Satyajit Ray [La notte dell'indaco]. E negli stessi anni, a Bombay, il giovane Cyrus cresce «appollaiato sulla poltroncina imbottita di un cinema affollatissimo», davanti a schermi in technicolor sui quali danzano e cantano gli irresistibili eroi di Bollywood [Ardashir Vakil, Beach Boy]. Qualche decennio dopo, in tempi di globalizzazione ancora impunita, da quegli schermi giganti emerge Leela Zahir, e un informatico indiano licenziato da un'impresa della Silicon Valley si impadronisce della sua immagine sorridente, la riduce a pochi pixel e ne fa l'incubo di multinazionali e governi [Hari Kunzru, La danza di Leela]. Nessuno diventa miliardario, anzi spariscono, la bollywoodiana bellezza e il talentuoso hacker, a San Ysidro, sul minaccioso confine che separa il Messico dagli Stati Uniti. Una profezia di Roberto Bolaño? Forse, ma devo tornare allo scaffale, a Bombay diventata Mumbai, Maximum City, la città degli eccessi narrata da Suketu Mehta: «La città più grande su un pianeta di abitatori di città. Rappresenta il futuro della civiltà urbana del pianeta. Che Dio ci aiuti!»
Il lusso di Malabar Hill, la corruzione di Film City, la violenza della polizia, la miseria degli slum più estesi dell'Asia. Nello slum di Colaba, residuo di un antico insediamento di pescatori a due passi dal Taj Mahal, viveva Hugo Baumgartner, protagonista di Notte e nebbia a Bombay, uno dei capolavori di Anita Desai, i cui romanzi sono ormai numerosi nello scaffale - Fuoco sulla montagna, Chiara luce del giorno, Il villaggio sul mare, In custodia, Viaggio a Itaca, Digiunare, divorare, Un percorso a zigzag, Tutti i racconti - a dar conto di una lunga vita di pensiero e di scrittura, tra India, Europa, Stati Uniti e Messico. Accanto a Desai, non per ragioni alfabetiche, Mahasweta Devi, La preda e altri racconti. «Senza Mahasweta Devi, sarebbe molto più difficile scrivere dell'India qual è, scrivere dei tribali, dei dalit, della povertà, di sviluppo sostenibile e di insostenibile rapina», dice Arundhati Roy (Guanda), che insieme ad Amitav Ghosh (Neri Pozza) ha raccolto il testimone di una scrittrice che racconta storie e favole e miti, fa cronaca e storia, mette in scena e canta, usando la lingua bengali e i dialetti locali come efficace e poetico contraltare dell'inglese.
Accanto a Desai e Devi, Nayantara Sahgal: la sua vita è un pezzo di storia dell'India indipendente e il suo Giorno dell'ombra, scritto a inizio anni '70, rimane un caposaldo della letteratura femminista del subcontinente, il primo romanzo indiano con una protagonista che sceglie consapevolmente il divorzio affrontando lo stigma che ne consegue. In seguito molte altre hanno raccontato di matrimoni, separazioni e divorzi. Registe e scrittrici di almeno due generazioni, in patria e nei paesi d'oltremare dove sono emigrati figli e nipoti della mezzanotte. Nello scaffale, Chitra Banerjee Divakaruni, bengalese emigrata in California, dove sono ambientati i suoi racconti, Matrimonio combinato, e i suoi romanzi, La maga delle spezie, Sorella del mio cuore, Il fiore del desiderio. Storie di donne alle prese con la solitudine, con i problemi dell'emarginazione o dell'integrazione in un nuovo paese, in conflitto con le proprie famiglie e spesso anche con se stesse. Di Divakaruni anche le belle fiabe Ananad e la conchiglia magica e Ananad e lo specchio del fuoco e del sogno illustrate da Michel Fuzellier.
Mentre una scrittrice e film-maker della stessa generazione, Ginu Kamani, che con Junglee Girl, dà voce a una serie di ragazze spregiudicate, la cui disinibita quotidianità smentisce ogni facile stereotipo orientalista. La smentita degli stereotipi è peraltro il leitmotiv di questa parte dello scaffale, che ospita due aspre opere prime, Un padre obbediente di Akhil Sharma, e La Tigre bianca di Aravind Adiga, Booker Prize 2008. Il protagonista del romanzo di Sharma, ambientato a Delhi alla vigilia delle elezioni politiche del 1992, è metafora insopportabile ma riuscita di un paese che per lunghi tratti della propria storia recente si è sentito tradito dai suoi padri e madri sacri. L'autore, che vive a New York e lavora a Wall Street, conosce bene i sottili meccanismi che ovunque uniscono economia e politica, e vince una scommessa narrativamente difficile offrendoci questo testimone intelligente del proprio degrado senza giudicarlo, ché in realtà si giudica da solo raccontandosi per quel che è, un padre incestuoso, e un cittadino corrotto e corruttore. Il protagonista del romanzo di Adiga è un imprenditore di Bangalore, centro mondiale della tecnologia e dell'outsourcing. Uno che si è fatto da sé, uno capace di pensare in grande, ovvero disposto a tutto pur di avere successo, ma con il pregio di un'ironia selvaggia. Risorsa indispensabile, se si gioca a monopoli sullo scacchiere India-Cina.
Sempre nello scaffale, mi sposto a nord-ovest dell'India, nella «Terra dei puri», il Pakistan nato dalla Partizione del 1947. Ferita mai sanata, che ha fatto germogliare nella grande letteratura del subcontinente, da Rushdie (Mondadori) in poi, innumerevoli gemelli. Due di uno, di un tutto famigliare e preesistente. Da Lahore, antica città di poeti, parte per Princeton, Usa, un brillante laureato e poi analista finanziario, che a Lahore torna dopo l'11 settembre, voce amareggiata e diffidente di un romanzo geniale, Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid.
Dove finisce il Pakistan, e dove comincia l'Afghanistan tomba degli imperi? Difficile dirlo, tra invasione sovietica e bombardamenti Usa, tra talebani e talebani. I confini sono sempre più porosi e turbolenti, ma il fardello montagnoso e il cielo stellato di Kabul sono inseparabili dal subcontinente.
Resta ben poco degli «anziani gentiluomini che parlano come seconda lingua un francese eccentrico sdolcinato e levantino», ma posso immaginarli leggendo il diario di Peter Levi, Il giardino luminoso del re angelo. Un viaggio in Afghanishtan con Bruce Chatwin che, dice Tiziano Terzani nell'introduzione, fu «la guida ideale, il compagno perfetto, l'amico affine», quando l'8 ottobre 2001, dopo i primi bombardamenti dei B-52 statunitensi, il giornalista italiano decise di continuare dal fronte le sue lettere contro la guerra. Le fotografie a colori che Bruce Chatwin scattò durante quel viaggio, era il 1969, sembrano le fotografie di un'epoca lontanissima, o forse di un sogno. «Dov'è la città felice di cui mia madre, mio padre e gli amici parlavano e che io stesso ricordavo?» si domanda Atiq Rahimi scattando fotografie semisfocate tra le rovine di Kabul quando vi torna nel 2002 dopo diciotto anni di esilio, durante i quali il suo paese è stato distrutto [Terra e cenere e L'immagine del ritorno]. Già, dov'è, cosa ne è stato? Watson era appena tornato dall'Afghanistan, quando conobbe Sherlock Holmes. E io mi allontano, per ora, dallo scaffale.