Sei nel reparto dei libri Einaudi che hanno a che fare con il cinema. In fondo, se guardi, proprio lì, c’è la sezione che ho preparato per te. Ma prima, devi superare un fitto sbarramento, seducente, che devi ignorare, se ce la fai: ci sono i Libri Che Si Occupano Di Cinema, i Libri Delle Sceneggiature Di Grandi Autori, perfino un’Enciclopedia. E poi ci sono tutti i Libri Che Non Sono Diventati Film, i Libri Che Non Si Capisce Perché Non Siano Diventati Film. E poi anche i Libri Che Non Si Capisce Perché Siano Diventati Film. C’è anche uno scaffale con tutti i Libri Che Non Hanno Mai Avuto La Speranza Di Diventare Film e un altro con i Libri Che Sdegnosamente Si Sono Rifiutati Di Diventare Film. E c’è perfino uno scaffale di Libri Che Hanno Venduto I Diritti Per Farne Un Film Ma Il Film Non Si È Mai Fatto. Infine, appena prima della sezione che ti ho preparato, ci sono I Libri Che Stanno Per Diventare Film e i Libri Di Cui In Questo Momento Stanno Girando Il Film.
E poi, finalmente, eccoti qui davanti ai Libri Che Sono Diventati Film Belli Quanto I Libri O Belli Quasi Quanto I Libri O Anche Più Belli Dei Libri. Ne ho scelti undici. Con un criterio unico e contestabilissimo, ma che credo rimanga il migliore: i film che piacciono a me. In verità volevo sceglierne dieci, ma poi non ce l’ho fatta a eliminarne uno; se ne hai bisogno ci inventiamo che è come il numero di giocatori di una squadra di calcio.
Il primo che vedi è La bella estate di Cesare Pavese. Se lo apri, ci sono tre romanzi brevi. L’ultimo si chiama Tra donne sole (adesso in autonomia nei Tascabili). Michelangelo Antonioni nel 1955 ne fece un film, intitolato Le amiche, in cui un fitto intreccio di solitudini irrisolvibili si incrociano in una Torino bellissima. Eleonora Rossi Drago e Valentina Cortese (ma anche le altre) sono sofisticate e malinconiche.
Poi, ci hai fatto caso, ci sono ben due libri di Giorgio Bassani. Il racconto Una notte del ’43(in origine nelle Cinque storie ferraresi che vinsero il premio Strega, e adesso in autonomia nei Tascabili), che narra dell’eccidio del 15 dicembre, della resa dei conti nel dopoguerra, in una Ferrara molto provinciale e omertosa e sofferente. Un racconto che diventa l’esordio nel lungometraggio di Florestano Vancini – il film ha un titolo più retorico, La lunga notte del ’43. C’è ancora Gabriele Ferzetti (come nel film di Antonioni) e un grande Gino Cervi che alterna frasi violente a chiacchiere sul campionato di calcio al bar. In più, tra gli sceneggiatori, c’è la firma di Pier Paolo Pasolini.
E poi, ma questo forse lo ritieni quasi ovvio, Il giardino dei Finzi-Contini, ritratto della ricca borghesia ebrea che viene pian piano accerchiata dalla storia terribile della Seconda guerra mondiale. Vittorio De Sica ne trae una narrazione molto fedele, che vince l’Oscar come miglior film straniero nel 1970, con Lino Capolicchio e Dominique Sanda, sul cui volto si intrecciano perfettamente la lascivia della borghesia ricca e il terrore degli eventi che calano sui Finzi-Contini.
Lo so, anche tu hai pensato che quest’altro era fosse un film impossibile da fare; e pure si è fatto ed è stato all’altezza del libro: è Zazie nel metrò di Louis Malle, da Raymond Queneau. Il volto, il vestito e le corse improvvise di Catherine Demongeot hanno preso il posto, nella testa dei lettori, di una Zazie personale e adattata alla propria esistenza. In questo, il cinema, quando riesce a centrare un personaggio, è impietoso. Come disse Bianciardi all’uscita dell’anteprima della Vita agra: «Che vi debbo dire, so solo che da oggi in poi non riuscirò più a immaginare me, ma Ugo Tognazzi».
Questo ragionamento di Bianciardi, vale per Alberto Sordi, con i suoi occhialini, la giacchetta e la borsa da maestro. Ormai è lui per tutti noi Il maestro di Vigevano, dal piccolo capolavoro di Lucio Mastronardi, un libro che quando Calvino lo lesse in manoscritto, scrisse a Vittorini: «Altra lettura eccezionale: un lungo nuovo romanzo di Mastronardi: Il maestro di Vigevano, che non so se e come pubblicare, perché è di un’oscenità, uno schifo dell’umanità che fanno restare senza fiato, ed è pieno di motivi assolutamente paranoici, ma tutto insieme è una cupa opera di poesia in cui non ci sarebbe da toccare una virgola».
Poi, quel libro che ha un titolo che ti ricorda qualcosa ma non esattamente la cosa, è di Anthony Burgess, e il film a dire la verità gli ha dato fortuna imperitura, ma in qualche modo lo ha schiacciato: Arancia meccanica – anche se Kubrick era furbo, perché è vero che tutti i suoi film sono tratti da libri, ma qualche volta da libri non proprio indimenticabili. In ogni caso, Un’arancia a orologeria di Anthony Burgess, pur non essendo un capolavoro, narra in modo serrato e spietato le notti ultraviolente di una gang, e ha dalla sua, rispetto al film, l’invenzione linguistica. Tutto il resto è a favore del film. Del resto, prova a leggere che Alex ha un amore viscerale per Beethoven e prova a vedere le scene di Kubrick commentate da Beethoven. Lì sta tutta la differenza tra letteratura e cinema.
Differenza che di solito si ribalta a favore della prima quando si parla di assoluto. E della bellezza assoluta. Perché si descrive quel che non si può immaginare, che appunto si può soltanto immaginare. È per questo che trovi qui anche La morte a Venezia di Luchino Visconti, con il sangue e il sudore di Dirk Bogarde, la bellezza severa di Silvana Mangano e la musica di Mahler; ma soprattutto con il merito assoluto di aver trovato un Tadzio che si avvicina al Tadzio immaginario del romanzo di Thomas Mann. Una specie di miracolo.
Ma torniamo alla fedeltà, che però stavolta consiste nell’incontro tra un romanzo, Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, e un regista che con maggiordomi, tazzine da tè in ceramica e buone maniere ci ha costruito tutta la carriera cinematografica. E quindi, quando si è trovato il romanzo moderno che raccontava la decadenza di tutto ciò, ha potuto trovare solida e pronta la propria meravigliosa decadenza. Il film di James Ivory è del 1993, con Anthony Hopkins ed Emma Thompson.
Sì, quell’altro libro che vedi è diventato un film italiano sorprendente, che a rivederlo, negli anni, diventa più solido e limpido. La regia è di Michele Placido, il protagonista è Fabrizio Bentivoglio nella miglior interpretazione della sua carriera. La storia è quella dell’avvocato Ambrosoli, uno degli eroi silenziosi dello Stato, ucciso per la sua rettitudine nella ricerca della verità. Ha lo stesso titolo del libro imperdibile di Corrado Stajano, Un eroe borghese, definizione perfetta e semplice di un uomo che non intendeva fare altro che il proprio dovere.
Gli ultimi due libri che hai per le mani, sono stati trasformati in due film recenti, entrambi candidati agli Oscar nel 2008. Il primo ne ha vinti molti, ed è Non è un paese per vecchi, il romanzo di Cormac McCarthy, adattato per lo schermo dai fratelli Coen (si dice sempre così, perché scrivono insieme, ma il regista è uno solo dei due, Ethan). Uno di quei film un po’ casuali, proposto ai due che stavano scrivendo altro. McCarthy e i Coen sono legati, il primo più evidentemente dei secondi, a un impasto di violenza e posizione morale che rendono la storia tesissima ed esemplare allo stesso tempo.
Infine, la candidatura all’Oscar di una Julie Christie vecchia e afflitta dal morbo di Parkinson, ma ancora bellissima, in un film che fa piangere molto e che riesce a riprodurre con una fedeltà stupefacente la sensibilità e il mondo di uno dei tre o quattro scrittori migliori del mondo: Alice Munro. Il film Away from Her è tratto dall’ultimo racconto di Nemico, amico, amante, The Bear Came Over the Mountain. La cosa più sorprendente di questo film che non ti devi perdere è che è stato scritto e diretto da una giovane attrice alla sua opera prima. Quando lo vedrai, tutto ti sembrerà possibile, tranne questo. Se poi non hai ancora letto un racconto di Alice Munro, corri subito e comprare un suo libro e mi sarai grato per tutta la vita.
Ecco, abbiamo finito. No, davvero, abbiamo finito, e quindi lascia perdere quello scaffale accanto, non ci badare. E non dire che è vuoto, perché diresti una cosa sbagliata. Sembra vuoto. Ma è lo scaffale dei Libri Che Non Sono Ancora Scritti E Che Quando Saranno Scritti Diventeranno Anche Dei Film Bellissimi.
Lascialo perdere, e abbi un po’ di pazienza.
Francesco Piccolo è nato a Caserta nel 1964, vive a Roma. Ha pubblicato Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax 1994), Storie di primogeniti e figli unici (Feltrinelli 1996), E se c'ero, dormivo (Feltrinelli 1998), Il tempo imperfetto (Feltrinelli 2000), Allegro occidentale (Feltrinelli 2003), L'Italia spensierata (Laterza 2007) e La separazione del maschio (Einaudi 2008). Scrive anche per il cinema.