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Che cos'è la fotografia?


Un percorso attraverso i libri di fotografia dall'autore di «Il cinema e le arti visive»


di Antonio Costa


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La camera chiara. Nota sulla fotografia (1980) è forse il più intimo e personale dei libri di Roland Barthes. È da leggere assieme a Frammenti di un discorso amoroso, scritto qualche anno prima (1977), perché ci fa capire come la riflessione dell'ultimo Barthes sia approdata a una sorta di «ricerca del tempo perduto». Trovando che, nella sfera del sentimento d'amore, l'immagine è definita come «la lettera di ciò che mi fa male» e come «ciò da cui io sono escluso», comprendiamo da dove viene la teoria del punctum che Barthes ha elaborato a proposito della fotografia. Ogni fotografia è il residuo, il precipitato chimico di qualcosa che «è stato là». Davanti a ogni fotografia io ho esperienza di una perdita, di una separazione, di una distanza. Il paradosso della fotografia è la presenza di un'assenza. Il punctum, che ha a che fare con la mia esperienza emotiva indipendentemente dalle intenzioni del fotografo, mi mette in contatto, come in un'allucinazione, con il corpo e il tempo della persona fotografata: visibile e, insieme, inattingibile.

Ci sono libri in cui le fotografie sono presentate come cose della vita che si incontrano, si guardano, si amano o si rimpiangono. Penso a Nadja o a L'amour fou di André Breton nei quali le fotografie di Parigi di Jacques-André Boiffard, Brassaï e Man Ray, assieme ad altre del tutto anonime, costituiscono parte integrante del testo letterario, definiscono la mappa segreta di una città al contempo reale e immaginaria. Oppure a Contrappunto di Don DeLillo, che ha come sottotitolo Tre film, un libro e una vecchia fotografia: lo leggete e alla fine non sapete dire cosa vi sia stato trasmesso dal testo, cosa dalle fotografie e dai fotogrammi riprodotti e cosa dal ricordo (o dal desiderio) di pellicole viste e di musiche ascoltate (o che vorreste vedere e ascoltare). E magari vi può anche sfuggire che la «vecchia fotografia» citata nel sottotitolo (uno scatto che ritrae Thelonious Monk, Charles Mingus, Roy Haynes e Charlie «Bird» Parker) non è tra quelle riprodotte nel libro: forse perché il visibile di cui parlano libri come questo ha più a che fare con lo sguardo del lettore (e la memoria dello scrittore) che con la riproducibilità tecnica.

Originale è il punto di vista adottato da L'infinito istante. Saggio sulla fotografia (2007) dello scrittore britannico Geoff Dyer, ben noto anche da noi per testi come In cerca, Brixton Bop, Paris Trance, Natura morta con custodia di sax e Amore a Venezia. Morte a Varanasi. Geoff Dyer inverte la prospettiva di Barthes. Se il punto centrale della riflessione del semiologo francese è «l'essere stato là» del soggetto ripreso, Dyer preferisce riflettere attorno all'«essere stato là» del fotografo. E il fatto che fosse là, non per caso forse, e la sua decisione di fissare proprio quel momento ci dicono più cose sul fotografo che sul soggetto ripreso. Dyer tesse così un'ininterrotta narrazione, di cui sono protagonisti fotografi come Alfred Stieglitz, Edward Weston, Paul Strand, Dorothea Lange, André Kertész, Diane Arbus e molti, molti altri. Non ci sono titoli di capitoli o paragrafi, ma solo brevi citazioni che funzionano come dissolvenze incrociate di un film: «Mi ricordo bene lo stare alla finestra e guardare solo lo scorrere della vita» è la citazione di Dorothea Lange che introduce la trattazione dei fotografi che hanno assunto la finestra di casa come punto di osservazione.

Geoff Dyer è un narratore interessato alle esistenze degli image makers più che a questioni teoriche o sociologiche. Di qui la sua dichiarazione d'intenti: «una delle sfide di questo libro era di non citare Berger, Sontag, Barthes o Walter Benjamin ogni cinque pagine». Naturale quindi che il suo libro si differenzi notevolmente per stile e argomentazioni da quelli che possono essere considerati i saggi «storici» sulla fotografia, quelli che ogni studente di corsi Dams, Design e Arti e simili deve conoscere: L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin (che comprende una Piccola storia della fotografia); Sulla fotografia di Susan Sontag; Fotografia e società di Gisèle Freund, tutti apparsi nella mitica collana «Il Nuovo Politecnico» e ancor oggi regolarmente ristampati.

Non è comune che un fotografo associ alla sua attività artistica quella teorica: Fotografia e società di Gisèle Freund, pubblicato negli anni Settanta vi dà la misura del grado di consapevolezza raggiunto, alternando pratica artistica e riflessione teorica, da questa fotografa, allieva di Adorno e amica di Benjamin, al quale ha dedicato uno dei suoi bellissimi ritratti a colori. Un caso analogo, pur nella profonda diversità dei personaggi, è rappresentata dal fotografo italiano Ugo Mulas.

Versatilità e rigore sono le qualità che emergono da La fotografia (1973) di Mulas, che passa dallo straordinario repertorio iconografico di Un archivio per Milano (vi compaiono immagini della periferia brumosa, interni del Bar Jamaica, ritrovo di artisti e scrittori, come Luciano Bianciardi) a una galleria di ritratti di artisti che sono anche dei piccoli saggi sul rapporto che ognuno di loro intrattiene con i materiali su cui lavora (da Mario Ceroli a Georges Segal, da Lucio Fontana a Roy Lichtenstein). Un libro che si apre con un omaggio a Marcel Duchamp e si conclude con una sezione dal titolo Verifiche, che è un vero e proprio trattato teorico sulla stato della fotografia realizzato per immagini corredate da lucidi ed essenziali commenti.

La storia della «nuova percezione del mondo» rappresentata dalla fotografia e probabilmente destinata a disperdersi (o a sopravvivere sotto altre forme) nella galassia dei new media, è tracciata nel libro I figli di Nadar. Il «secolo» dell'immagine analogica di Pierre Sorlin, uno studioso di storia contemporanea che, in quanto tale, ci sta da tempo insegnando a fare i conti con le dinamiche del «visibile» in tutti i suoi aspetti. Analoghe preoccupazioni guidano Graham Clarke in La fotografia. Una storia culturale e visuale, uno studio impostato secondo la prospettiva, attualissima, dei cultural studies. Si tratta di opere che rinnovano sul piano del metodo la tradizione di solidi testi di riferimento come la Breve storia della fotografia di Jean A. Keim, con un'appendice sulla situazione italiana a cura di Wladimiro Settimelli, e come la classica Storia della fotografia di Beaumont Newhall.

Per rispondere alla domanda «che cos'è la fotografia?», c'è poi la possibilità di coniugare la storia con la geografia, la tecnica con la teoria, le biografie di singoli artisti con l'analisi di scuole, correnti e movimenti, attraverso il Dizionario della fotografia, curato da Robin Lenman nell'edizione originale, apparsa nella prestigiosa collana dei manuali di Oxford («Oxford Companions»), e da Gabriele D'Autilia nell'edizione italiana, opportunamente aggiornata. Come si possa usare un dizionario come questo è presto detto, con un esempio non preso a caso. Supponiamo che vi capiti tra le mani un libro come Un paese (1955), testo di Cesare Zavattini e fotografie di Paul Strand, una sorta di documentario fotografico su Luzzara, il paese dove Zavattini, teorico e sceneggiatore del neorealismo, è nato.

Se, per saperne di più sull'autore delle fotografie, andate a vedervi la voce «Strand, Paul», e le voci correlate, nel Dizionario della fotografia, vi si aprirà un mondo, quello dell'avanguardia newyorkese degli inizi del Novecento, quando Alfred Stieglitz fondava e dirigeva «Camera Work», la rivista che fece da ponte tra ricerche europee e realtà americana. Il suo ultimo numero (1917) fu dedicato proprio a Paul Strand il quale, oltre a comprendere precocemente le possibilità della fotografia, sperimentò anche il cinema, realizzando con Charles Sheeler New York the Magnificent, ribattezzato in seguito Mannahatta (1921), un film che viene ancor oggi mostrato in tutti i corsi di cinema dedicati ai rapporti tra città e avanguardia. Un vecchio libro dell'Italia «neorealista», uno dei primi libri fotografici di Einaudi, ci rinvia agli albori del secolo scorso, al punto d'incontro tra avanguardie europee e avanguardia americana, e ci ricorda che si può essere radicati nel proprio paese d'origine, come lo fu Zavattini e, allo stesso tempo, dialogare con la cultura visiva internazionale, come seppe fare il cinema italiano nei suoi momenti migliori.


Antonio Costa insegna cinema alla Facoltà di Design e Arti di Venezia. È autore di Saper vedere il cinema (Bompiani 1985), Immagine di un’immagine (Utet 1992), I leoni di Schneider (Bulzoni 2002), Ingmar Bergman (Marsilio 2009). Per Einaudi ha pubblicato nella PBE Il cinema e le arti visive (2002) e ha collaborato all’Enciclopedia con la voce Visione (con Manlio Brusatin) e alla Storia del cinema mondiale diretta da Gian Piero Brunetta.


 
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