Eppure io sono convinto che per diventare detenuto non serve arrivare fino alla cella. È vero, Mazzini? Basta un attimo. Entri in ufficio matricola, ti levi le mutande e t’infilano un dito nel culo. Quello è il momento in cui diventi un carcerato. Non importa che resti in galera per un giorno o per vent’anni, ma dopo quel dito nel culo sarai per sempre un avanzo di galera. Si chiama ispezione personale con flessione. Poi scrivono nome, cognome, nome dei genitori, eccetera, compilano la tua cartella personale e ti prendono le impronte. Che io mi credevo che si prendessero un dito alla volta e invece ti stampano tutta la mano. Che in quel momento m’è venuto in mente e se il detenuto è monco? Non lo possono carcerare? S’inceppa l’implacabile macchina della giustizia? Manco le manette ti possono mettere. Perché stringono i polsi, ma si chiamano manette perché senza le mani non servono a niente, scivola il braccialetto. Poi ti levano gli oggetti pericolosi che nessuno sa quali sono. Non c’è un elenco ufficiale emanato con apposita circolare ministeriale. Se l’anno prima qualcuno s’è impiccato coi lacci delle scarpe, ti levano i lacci, ma magari ti lasciano una catenina che non vale niente. Se dieci anni prima qualcuno ha corrotto una guardia con una catenina, ti levano quella, ma i lacci te li lasciano. A me hanno strappato la copertina rigida di un taccuino. Gli ho chiesto il perché e manco lo sapevano. Era una consuetudine, pare. Forse ai tempi di Giulio Cesare qualche detenutus aveva dato un tomo in testa al secondinus.
Dopo il nome e il cognome ti chiedono se vuoi suicidarti. Tu rispondi «no, grazie», perché non ti va di finire in manicomio criminale coi matti. Non basta che glielo dici a parole, gli serve pure la dichiarazione scritta e firmata. Sembra una stupidaggine di burocrazia, ma nel caso che ti impicchi loro c’hanno quel pezzo di carta che gli salva il culo.
La voce che parla in Pro patria è quella di un detenuto. Un erbivoro, cioè un ergastolano.
Due delle cose di cui si parla in Pro patria sono la libertà e il suo contrario. Si parla di come è fatto il carcere, di cosa succede in carcere, della gente che ci lavora, della gente che ci sta, di quella che ormai ci vive. E anche di quella che ci muore.
«I primi elenchi di nomi e numeri li trovo nei rapporti dell’Associazione Antigone e nel sito ristretti.org curato dall’Associazione Granello di Senape Padova, – scrive Celestini nella postfazione. – In quelle pagine leggo cos’è l’erbivoro e lo spesino, la cella liscia e i tre giorni sardegnoli. Leggo anche che a Firenze “Sollicciano” ci sono 974 detenuti in un carcere che ne potrebbe ospitare 497, un anagramma. Milano “San Vittore” potrebbe ospitarne 712, ma nelle sue celle ce ne sono 1635, mentre a Lamezia Terme 91 detenuti occupano uno spazio pensato per soli 30 esseri umani. Sempre in quelle pagine trovo scritto che nel 2011 i morti in carcere sono stati 186 – di cui 66 per suicidio – e che nelle nostre galere “si suicida circa un detenuto ogni mille. Fuori dal carcere circa una persona ogni ventimila”. Tra gli elenchi di numeri e nomi trovo anche quelli personali delle donne e degli uomini che si sono tolti la vita in cella come Angelina Giordano e Carlos Requelme, il cileno di cinquant’anni che s’è impiccato con una corda fatta di sacchetti di plastica intrecciati».
L’ultimo rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia dell’Associazione Antigone è pubblicato dalle Edizioni dell’Asino.
Dal sito dell’associazione (www.osservatorioantigone.org), la sintesi del documento [pdf].
***
Con un pezzo di sapone e la carta igienica te ne vai nella cella di transizione
dove incominci a imparare una lingua straniera, quella che si parla in galera
o al gabbio. La prima cosa da capire è che la sbobba della casanza è
poca e fa schifo, cosí quando passa lo spesino per il sopravvitto fai
l'ordinazione se no t'attacchi al carrello. Ma per accedere al sopravvitto serve
il denaro. Se c'hai il denaro è proprio strano che sei finito in galera.
Oppure sei un lavorante che riceve una mercede. La mercede va nel peculio e
piú il peculio s'ingrossa, piú eviti la sbobba della casanza.
Se poi diventi mof allora hai svoltato perché carichi di piú sul
peculio, passi piú tempo nei passeggi e ti tengono aperto il blindato.
Mezzo litro di scabio al giorno: e te lo devi bere, se no te lo levano. Da regolamento
tutti si danno del lei, i carcerati non sono tenuti a conoscere il nome delle
guardie e devono rivolgersi a loro col grado che si desume dalla spallina.
Invece la realtà è che tutti conoscono nome, cognome e soprannome
di tutti gli altri. E non s'è mai sentita una guardia che dà del
lei a un detenuto, anzi lo chiama camoscio. E i camosci in gabbia chiamano
la guardia superiore quando ci parlano. Quando la guardia non c'è, tra
detenuti si chiama secondino o girachiave. In certi posti è
meglio trovarsi l'argomento, non proprio la baiaffa, il ferro, il pezzo, ma
almeno un chiodo, 'na lama, un sarago. Per qualsiasi richiesta fai la domandina
come i bambini coi pensierini. Fai il bravo ragazzo con tutti, non cioccare
e non baccajare se no la notte arriva una squadretta a svezzarti e la prossima
volta stai sambo. O se ti scansi lo svezzamento finisci su un materasso, col
blindato chiuso e senza passeggi, da solo in cella liscia. Cos'è la battitura
te ne accorgi subito. Chi scappa fa la bella. E poi ci sta l'erbivoro, caro
Mazzini. Sappiate che l'erbivoro è quello che sta dentro per tre giorni
sardegnoli. Quello che esce oggi-domani-mai. Perché la pena è
certa. E certo deve essere il giorno in cui finisci di scontarla. Quel giorno
è scritto sulla tua cartella personale depositata in ufficio matricola.
Sulla mia c'è scritto che uscirò il giorno 99 del mese 99 dell'anno
9999. C'hanno tre caselle da riempire, devono metterci otto numeri, insomma
una data. Non possono scriverci fine-pena-mai. Non si può scrivere
ergastolo o erbivoro. Cosí si sono inventati questo giorno
astratto che somiglia tanto a quel punto all'infinito dove convergono le rette
parallele. Ma noi, Mazzini, sappiamo per certo che nella realtà due rette
parallele non convergono mai. Per fortuna delle ferrovie. Non deraglieranno
i treni a colpi di matematica!
I personaggi di Pro patria parlano la lingua del carcere. Lì
le parole sono spesso quelle della nostra lingua, ma dicono altro. Di seguito,
trovato un piccolo glossario.
Ne trovate uno più completo sul sito Ristretti
orizzonti, dove troverete anche
tante altre cose: ad esempio interviste, testimonianze dei detenuti, inchieste,
atti di convegni sul tema della detenzione.
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Accavallato: Armato |
Mangia: Funzionario corrotto Marasca: Maresciallo Marmotta: Cassaforte Mastino: Un agente cattivo d'animo, che per un nonnulla alza le mani e poi ti denuncia per aggressione Meco, meca: Tipo o tipa Molletta: Coltello Musa: Pacco del vitto che ti portano al colloquio i famigliari Netturba: Immondizia Occhi grigi: Chi è cattivo d'animo Pacco: Il sequestrato Paie (Paglie): Sigarette Passa: Passamontagna Pelosa: Pelliccia Pisto: Prete Polenta: Oro Pontello (o Punta): Appuntamento Professore: Capo intelligente Pugnalare l'orologio: Essere condannati all'ergastolo Pula: Polizia Puntello: Appuntamento Quartino: I "quartini" sono i contenitori di vino che il carcere consente e vende. Ogni detenuto può acquistare due quartini di vino al giorno, quindi mezzo litro. Radio Carcere (o Radio Buiolo): Notizie che viaggiano velocemente di bocca in bocca tra detenuti, spesso non controllate, quindi poco attendibili e veritiere, anche se spesso radio carcere ci prende! Rapa: Rapina Rat: Sangue Regolare: Si dice di persona che non appartiene in nessun modo alla malavita. Ricottaro: Sfruttatore delle prostitute Rotolare lo sgabello: Impiccarsi Saccagnare: Accoltellare Santo: Documenti falsi Sasta: Cacciavite Sballamento: Trasferimento forzato e inatteso da un carcere all'altro, effettuato per motivi di sovraffollamento, o di sicurezza, o altro. Sbobba: Il vitto che passa l'Amministrazione Penitenziaria Scabio: Vino Scaia: Bruttina, puttana Scaratto: Conflitto a fuoco Schiavettoni: Manette a vite Scopino: È l'addetto alle pulizie degli spazi comuni: corridoi, docce, salette, etc. In genere, questo lavoro viene svolto a turno da tutti i detenuti. È pagato, anche se poco Sfarfallare: Curiosare Sgamare: Capire Sgiansa (innaffiatoio): Mitra Sibe: Pestaggio Smoll: Pagare mollare i soldi Specchi: Confronto all'americana Spesino: È l'addetto alla consegna della spesa, che deve essere ordinata tramite un apposito modulo allo spaccio interno, chiamato sopravvitto. Squadretta: Gruppo di agenti che intervengono in caso di disordini e picchiano Sta sambo: Sta zitto Staful: Carcere Stildo: Imprigionato Stua (stufa): Automobile Suste: Mitra Svezzare: Punire duramente, ammazzare Togliere dalle spese: Ammazzare Tre Giorni Sardegnoli (Oggi, Domani, Mai): Ergastolo Trombetta: Spia delle sezioni o della cella Turista: Si dice di chi entra in carcere per un reato che non ha niente a che fare con la malavita Uccello di bosco: Latitante Varta: Guardia Vasta: Agente di polizia, forze dell'ordine in generale Volpe: Furbo Zampogna: Bagaglio di chi viene trasferito Zanza: Truffatore 6 e 40: Tipo poco affidabile, che, se può, ti frega (l'art. 640 del Codice penale è la truffa) |
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Stavo chiuso in cella ventidue ore al giorno e visto che non potevo lavorare
con le mani, ho fatto lavorare il cervello.
Mi sono messo a leggere.
All'inizio mi pareva proprio un lavoraccio, peggio che spaccare le pietre. E
poi non è mica facile leggere in galera. Ti fanno mille problemi, sapete
perché? Io c'ho una teoria. Il carcere è rieducativo, perciò
piú resti ignorante e piú resti cliente affezionato. Si chiama
fidelizzazione. Ma tre libri al giorno è consentito tenerseli in cella
e io con tre libri alla volta mi sono fatto una cultura, come si dice. Ho studiato
la Storia perché non potevo leggere altro. Censuravano il Capitale
di Marx. Censuravano le lettere di mia madre perché pensavano che dietro
ai saluti amorevoli, agli abbracci e ai baci ci fossero messaggi nascosti. Censuravano
tutto, ma non la Storia, non il vostro risorgimento. Si credevano che La
guerra combattuta in Italia di Pisacane era un libro inutile come i monumenti
che hanno messo in mezzo alle piazze. Pensavano che le Lettere di Ciro
Menotti o dei fratelli Bandiera fossero meno pericolose di quelle di un compagno
che mi scriveva per dirmi che gli era morto il cane. Si credevano che la Costituzione
della repubblica romana fosse l'ordine del giorno di una riunione di crocerossine,
che Felice Orsini era un nobile e che le Memorie politiche fossero un
trattato sulla caccia alla volpe (non gliel'ha mai spiegato nessuno che invece
Orsini andava a caccia di pezzi di merda). Forse conoscevano voi, Mazzini, ma
pensavano che eravate una piazza.
Il censore non può essere ignorante, Mazzini. M'hanno tolto il coltello
e m'hanno dato il fucile.
Il punto di partenza del Discorso sulla controvertigine del protagonista
di Pro Patria è la Repubblica Romana: uno stato piccolissimo che
ebbe vita breve (dal febbraio a luglio del 1849), ma fu il laboratorio in cui
si sperimentarono per la prima volta in Italia quei principi democratici che
solo cent'anni dopo sarebbero diventati realtà.
Ecco i principi fondamentali e il Titolo I di quella che fu la sua Costituzione,
su cui poggiano ancora le basi della nostra.
Costituzione della Repubblica Romana
PRINCIPII FONDAMENTALI
I. La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.
II. Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.
III. La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.
IV. La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l'italiana.
V. I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.
VI. La piú equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll'interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.
VII. Dalla credenza religiosa non dipende l'esercizio dei diritti civili e politici.
VIII. Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale.
TITOLO I
DEI DIRITTI E DEI DOVERI DEI CITTADINI
ART. 1. - Sono cittadini della Repubblica:
Gli originarii della Repubblica;
Coloro che hanno acquistata la cittadinanza per effetto delle leggi precedenti;
Gli altri Italiani col domicilio di sei mesi;
Gli stranieri col domicilio di dieci anni;
I naturalizzati con decreto del potere legislativo.
ART. 2. - Si perde la cittadinanza:
Per naturalizzazione, o per dimora in paese straniero con animo di non piú
tornare;
Per l'abbandono della patria in caso di guerra, o quando è dichiarata
in pericolo;
Per accettazione di titoli conferiti dallo straniero;
Per accettazione di gradi e cariche, e per servizio militare presso lo straniero,
senza autorizzazione del governo della Repubblica; l'autorizzazione è
sempre presunta quando si combatte per la libertà d'un popolo;
Per condanna giudiziale.
ART. 3. - Le persone e le proprietà sono inviolabili.
ART. 4. - Nessuno può essere arrestato che in flagrante delitto, o per
mandato di giudice, né essere distolto dai suoi giudici naturali. Nessuna
Corte o Commissione eccezionale può istituirsi sotto qualsiasi titolo
o nome.
Nessuno può essere carcerato per debiti.
ART. 5. - Le pene di morte e di confisca sono proscritte.
ART. 6. - Il domicilio è sacro: non è permesso penetrarvi che nei casi e modi determinati dalla legge.
ART. 7. - La manifestazione del pensiero è libera; la legge ne punisce l'abuso senza alcuna censura preventiva.
ART. 8. - L'insegnamento è libero.
Le condizioni di moralità e capacità, per chi intende professarlo,
sono determinate dalla legge.
ART. 9. - Il segreto delle lettere è inviolabile.
ART. 10. - Il diritto di petizione può esercitarsi individualmente e collettivamente.
ART. 11. - L'associazione senz'armi e senza scopo di delitto, è libera.
ART. 12. - Tutti i cittadini appartengono alla guardia nazionale nei modi e colle eccezioni fissate dalla legge.
ART. 13. - Nessuno può essere astretto a perdere la proprietà delle cose, se non in causa pubblica, e previa giusta indennità.
ART. 14. - La legge determina le spese della Repubblica, e il modo di contribuirvi.
Nessuna tassa può essere imposta se non per legge, nè percetta
per tempo maggiore di quello dalla legge determinato.
Qui il resto.
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Dal nostro canale YouTube, Ascanio Celestini legge e racconta Pro patria insieme a Paola Gallo.